NON È FIGLIA MIA

Felicia Zavatto vive da sola a San Martino di Finita. Nel 1914 ha ventiquattro anni e una buona posizione sociale. I genitori, prima di morire, le hanno lasciato alcuni fondi agricoli che coltiva e fa coltivare. Lei, da parte sua, è molto brava a ricamare e da quest’arte ricava un buon reddito. Inoltre sa leggere e scrivere e si adopera con la corrispondenza dei paesani, ricavando anche da questi delle somme di denaro. È, quindi, un buon partito e molti cercano di intavolare trattative di matrimonio, ma lei non ne vuole sapere da quando un giovanottino del paese, Luigi Pasquale Lanzillotta, più giovane di lei di cinque anni si è presentato a casa sua chiedendole di insegnargli a leggere e scrivere e, subito dopo, ha cominciato a farle una corte discreta.
Tra i due scocca la scintilla fatale che farà dire a Pasquale (così lo chiamano in paese) qualche anno dopo: “l’amavo tanto che in quell’epoca sembrava a me che ben pochi si potrebbero trovare contraccambiati come me «di quel’amore che io vivevo»”. I due diventano amanti davanti agli occhi di tutti ma un triste giorno del 1915 Pasquale viene chiamato alle armi e parte per il fronte, dove si fa onore fino a diventare sergente maggiore.
I due amanti si scambiano lettere in ogni momento e Pasquale fa di tutto per ottenere licenze e tornare dalla sua bella. In una di queste licenze, dal 16 settembre  al 10 ottobre 1916, Pasquale e Felicia non resistono più e si lasciano andare a fare l’amore. Dopo la partenza dell’amato, Felicia scopre di essere rimasta incinta e ne fa subito partecipe Pasquale, il quale resta frastornato dalla notizia e, nonostante le promesse di amore eterno e matrimonio, non trova nient’altro di meglio da dire a Felicia se non che le avrebbe portato una medicina per farla abortire, ma non ci riesce e l’8 luglio 1917 nasce una bella bambina che Pasquale non vuole riconoscere e alla domanda del funzionario comunale circa l’identità del padre, la levatrice che è andata a fare la dichiarazione di nascita, fa scrivere che la bambina è nata da Zavatto Antonia Felicia e dall’unione di essa con uomo celibe, non parente né affine nei gradi che ostano al riconoscimento. Un chiaro indizio per eventuali problemi futuri.
Nonostante questo intoppo, la relazione tra Felicia e Pasquale va avanti e i due continuano a vedersi durante le brevi licenze che le esigenze della guerra possono consentire. Poi, finalmente, la guerra finisce ma Pasquale, invece di rientrare al paese, chiede di essere raffermato e viene assegnato al 48° Reggimento Fanteria di Catanzaro. Ora dovrebbe essere tutto più facile, non ci vogliono più giorni e giorni di viaggio per tornare a casa e sarebbe anche possibile arrivare al matrimonio che, tuttavia, resta solo una vuota promessa.
Al contrario, le lettere e le licenze si diradano. Che abbia conosciuto una donna e si stia preparando a sposarla? Di certo non c’è niente, se non il sospetto indotto dai certificati di stato libero che si fa rilasciare dal comune di San Martino e la sua insospettata insofferenza nei riguardi di Felicia.
Siamo al 28 febbraio del 1919, la sera è già calata, Pasquale è in paese per una licenza di convalescenza e i due sono ormai ai ferri corti.
– Apri! – urla Pasquale mentre tempesta di pugni la porta della casa di Felicia.
– Che vuoi? Non ti apro, vattene!
– Apri che è meglio per te! – continua lui – o apri o ti sparo!
Ma lei non cede e Pasquale, tirata fuori dalla tasca una pistola, spara un colpo in aria.
– Apri che il prossimo è per te! – la minaccia. Felicia adesso si impaurisce e cede. Apre la porta e Pasquale entra come una furia.
– Sei impazzito? – gli dice quasi tremando – fai morire di paura nostra figlia…
– Nostra figlia? Tua figlia! Mi devi fare una dichiarazione dove dici che la bambina non è figlia mia!
– Questo non è possibile, lo sai benissimo che è figlia tua…
– No! Tu l’hai partorita dopo sette mesi che io sono stato in licenza e non è mia!
– Ti sbagli, dai primi di ottobre ai primi di luglio sono nove mesi…
La discussione continua per un bel po’, poi Pasquale, non ottenendo ciò che vorrebbe con la minaccia, caccia fuori un coltello e ferisce Felicia a un gluteo. Ma neanche questa volta la donna cede. Pasquale è furibondo, comincia a colpirla con calci, pugni e morsi alla cieca fin quando Felicia si convince a firmare la dichiarazione. Poi se ne va lasciandola tramortita a terra.
Felicia, temendo per sé e per la bambina, va dai Carabinieri a sporgere querela contro Pasquale, ma il Maresciallo dice che non ci sono prove né testimoni, certamente i lividi su tutto il corpo sono opera di qualche spiritello malefico che si aggira per casa, e dice a Felicia di lasciar perdere. Lei però insiste e ottiene di essere messa a confronto con Pasquale, ma nemmeno questa volta il Maresciallo si vuole schiarire le idee e lascia perdere.
Pasquale capisce di essere quasi passato dalla parte della ragione e non si accontenta di non essere stato arrestato. Fa convocare Felicia dal Maresciallo per convincerla a ritirare la querela contro di lui, ma senza ottenere risultato per la tenace resistenza della donna. Vorrebbe anche, in base alla dichiarazione che le ha estorto, che la sottoscrivesse nuovamente davanti al Maresciallo, ma anche questa volta ottiene solo un deciso rifiuto.
– Pasquà, è finita! Non sono più disposta a stare al giochetto della promessa di matrimonio. Finora ho aspettato con fiducia ma tu mi stai dimostrando chi sei veramente e ti chiedo, davanti al Maresciallo, di lasciarmi in pace una volta per tutte.
– Si, una volta per tutte… – le risponde ironicamente.
La mattina del 6 marzo, verso le 6,00, il Maresciallo sta preparando gli ordini di servizio per la giornata. Fuori dalla caserma, a poche decine di metri, Cristina Zavatta è seduta davanti casa sua quando vede arrivare sua nipote Felicia con in braccio la bambina. Le due donne scambiano qualche chiacchiera e poi, quando stanno per salutarsi, da un angolo spunta Pasquale.
– Zà Cristì, Carluccio è in casa? – riferendosi al figlio della donna, suo intimo amico.
– No… – gli risponde.
Pasquale fa un cenno con la testa poi, tenendo la mano destra in tasca si rivolge a Felicia:
– Felicia… tieni… – d’improvviso nella sua mano appare la pistola. Non può sbagliare, è ad appena un paio di metri da lei e mira al cuore. È un attimo. Sulla camicetta bianca la macchia rossa si allarga sempre più. La bambina urla per lo spavento. Felicia ha gli occhi sgranati e quasi nessuna forza la sorregge. Solo l’istinto di salvare sua figlia la fa alzare da terra e percorrere qualche metro prima di cadere morta mentre la figlia strilla a più non posso. Il proiettile le ha trapassato il cuore, un polmone e, deviata la traiettoria da una costola, il fegato.
Pasquale rivolge l’arma contro Cristina e le dice:
– Tieni… – ma non spara. Le voci concitate dei Carabinieri che, sentita l’esplosione del primo colpo, si sono precipitati in strada per capire cosa stia accadendo e stanno andando proprio lì, attirati dalle grida della piccolina, distolgono Pasquale dall’azione criminale. Scappa e si nasconde tra i boschi circostanti mentre i Carabinieri lo braccano.
A casa, durante la perquisizione, gli trovano altre due rivoltelle e molte cartucce, una polizza sulla vita di cui è beneficiaria la sorella, la dichiarazione estorta a Felicia, una sorta di testamento morale nel quale ricostruisce tutta la vicenda secondo il suo punto di vista e una lettera di addio ai familiari, dalla quale si evince la sua determinazione al suicidio, una volta uccisa Felicia.
Sembrerebbe quadrare tutto negli scritti di Pasquale. L’amore per una donna più grande di lui, i lunghi viaggi per riabbracciarla, la scoperta del tradimento, la disperazione, l’onore perduto, la vendetta e la consapevolezza che senza la propria amata, anche se traditrice, la vita non ha più senso. Eppure c’è qualcosa che suona strano: Pasquale afferma nel suo memoriale di aver ottenuto una licenza di due settimane il 31 novembre 1916, proprio così, 31 novembre, e che proprio durante quella licenza, o in quella successiva della fine di dicembre dello stesso anno si sarebbe consumato il rapporto sessuale con Felicia. A prescindere dal “particolare” del 31 novembre, sembra impossibile che un soldato in zona di guerra abbia potuto ottenere due licenze di quindici giorni nello stesso mese. Gli inquirenti vogliono vederci chiaro: scrivono al corpo di appartenenza di Pasquale e così scoprono che non è affatto vero quello che c’è scritto nel memoriale. Le uniche due licenze compatibili con la gravidanza di Felicia sono quelle ottenute il 26 settembre 1916 e il 4 gennaio 1917.
Nel frattempo Pasquale si costituisce e quando gli chiedono conto del perché, contrariamente a quanto lasciato scritto, abbia deciso di non suicidarsi, risponde:
– Quando sono scappato nel bosco ho provato a spararmi ma la pistola Browning si è inceppata e, passato quel momento, non ho più avuto il coraggio di farlo, ma ero davvero disperato e ho i testimoni che mi hanno visto piangere prima di uccidere Felicia.
Anche questa è una fesseria. La pistola, sottoposta a perizia, risulta perfettamente efficiente e le sette cartucce che sono nel caricatore sono tutte inesplose e non presentano traccia di un possibile colpo del percussore che possa far pensare a un colpo che abbia fatto cilecca.
Escono fuori anche due biglietti con scritture femminili a lui indirizzati uno da Cassano d’Adda e un altro da Catanzaro, ma non si riesce a scoprire chi li abbia scritti.
Tutto questo basta alla Sezione d’Accusa per affermare che v’è nei detti del Lanzillotta un cumulo di menzogne e di storielle inventate ed esse, anzicchè provare a discolpa di lui, avvalorano invece quanto fu dichiarato dalla Zavatto nella querela portata qualche giorno prima della sua uccisione. L’intenzione del Lanzillotta di sopprimere anche sé stesso dopo aver ucciso la donna amata, sa di favola perché, se davvero egli avesse avuto tale intenzione, che a giudicare da quel che leggesi nel suindicato testamento avrebbe dovuto essere inderogabile, non gli sarebbe mancato il tempo necessario per mandare ad effetto il suo proposito, anche se l’arma non avesse dapprima funzionato. La conclusione è logica: rinvio a giudizio per omicidio premeditato.
Il 14 febbraio 1921 la Corte d’Assise di Cosenza condanna Luigi Pasquale Lanzillotta, esclusa la premeditazione, a 16 anni e 8 mesi, più sei mesi e 200 lire di multa per le minacce fatte a Felicia prima di ucciderla. Calcolate le attenuanti, la pena complessiva da irrogare sarebbe di 16 anni e 11 mesi di reclusione ma Pasquale, essendo militare in servizio, in base ai R.D. del 21 febbraio 1919 e 5 ottobre 1920, ha diritto alla riduzione (come al cinema o in treno) di 7 anni e quattro mesi e dovrà scontare 9 anni e 7 mesi. Pasquale Lanzillotta il 27 aprile 1921 chiede che gli venga condonato un altro anno in base agli articoli 7 e 8 del R.D. 21 febbraio 1919, che concedono questo privilegio a chi ha familiari dichiarati invalidi di guerra. E Pasquale il parente invalido di guerra lo ha, suo fratello. Così, il 26 luglio successivo, la Corte d’Assise accoglie l’istanza e restano 8 anni e 7 mesi.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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