IL CRIMINALOIDE

Il sessantunenne Erminio Talarico sta riposando nella sua casetta rurale in contrada Carigliette del comune di Panettieri, quando qualcuno bussa alla porta. È il diciassettenne Rosario Romano, che gli dice:

– Buonasera compà, mi puoi tenere qui per qualche giorno? I Carabinieri mi stanno cercando per due furti aggravati. Ti aiuto a custodire le pecore così mi pago il mangiare…

– Si, va bene, ma se ci accorgiamo che salgono qui, te ne vai subito!

Così Rosario si nasconde lì e aiuta Erminio a custodire le pecore, ma dopo quattro o cinque giorni, quando Erminio si sveglia non trova più il ragazzo e, soprattutto non trova più il suo paio di scarpe più o meno nuove e il suo pastrano. L’anziano stringe i pugni, bestemmia e si dà dell’imbecille per essere cascato nel tranello. È il 25 febbraio 1944 e Rosario se n’è tornato tranquillamente a casa, nella frazione Paragolio di Panettieri, perché non è affatto vero che è ricercato dai Carabinieri, ma voleva, appunto, un paio di scarpe ed un pastrano e li ha avuti.

Si lava, finalmente, si mette degli stracci puliti, le scarpe ed il pastrano, chiama il fratellino dodicenne e insieme si dirigono verso la contrada Carigliette. Quando sta per scendere la notte trovano un pagliaio distante circa quattrocento metri dalla casetta di Erminio e si coricano lì.

– L’hai vista la casetta qui vicino? Il vecchio che ci abita mi ha ospitato per quattro o cinque giorni, mi ha tagliato i capelli, poi gli ho rubato le scarpe ed il pastrano e me ne sono andato!

La mattina del giorno dopo, il 26 febbraio, i due ragazzi hanno fame e Rosario, verso le nove, dà la sua giacca al fratellino per farlo riparare dal freddo, si mette le scarpe ed il pastrano e va a casa di Erminio per chiedergli del pane.

Il fratellino lo segue con lo sguardo, lo vede entrare nella casetta e aspetta il suo ritorno per ore, poi sconsolato torna a casa. Casa nella quale Rosario non torna ed i familiari, avuta la confessione del fratellino sul furto delle scarpe e del pastrano, sospettando qualcosa di brutto avvisano i Carabinieri, che vanno a chiedere ad Erminio se sa che fine ha fatto il ragazzo, ma l’anziano a casa non c’è, però dentro ci sono delle evidenti tracce di sangue e sorge il sospetto che sia stato consumato un delitto.

Il Brigadiere Giovanni Billaci interroga il figlio ed un amico di Erminio i quali dicono che l’anziano ha raccontato loro di avere ucciso Rosario a colpi di scure, senza spiegarne il motivo.

Nonostante le accurate ricerche, dell’omicida non ci sono tracce, poi il 16 marzo arriva un telegramma dal Tribunale di Cosenza che avvisa i Carabinieri della costituzione in carcere di Erminio Talarico. Interrogato dal Giudice Istruttore racconta la sua versione dei fatti:

Il 26 febbraio, prima di far giorno vidi Rosario Romano che mi portava via un agnello ed una pecora. In quel momento intesi un colpo di arma da fuoco e mi misi ad inseguire Rosario, pur avendo, questi, già lasciato gli animali. Lo raggiunsi e lo uccisi con diversi colpi di scure.

Ma il fratellino di Rosario, interrogato, conferma che questi andò dall’imputato per chiedere del pane indossando gli indumenti rubati e quindi che l’omicidio non è stato commesso per il preteso furto di animali, ma per quello delle scarpe e del pastrano. E così la pensa anche il Brigadiere Billaci, che lo mette nero su bianco in un verbale indirizzato al Giudice Istruttore: non è rimasto accertato che l’imputato Talarico avesse commesso il delitto per aver visto il Romano impossessarsi dell’agnello e della pecora, sebbene egli fosse capace di commettere furti, ma che il Talarico, constatato che Romano aveva le sue scarpe ed il suo pastrano, preso dall’ira, determinata dal fatto ingiusto di averglieli precedentemente rubati, lo uccise. La differenza tra i due moventi non è da poco perché se Erminio avesse sorpreso Rosario nell’atto di rubargli gli animali, potrebbe invocare, se non la legittima difesa, l’eccesso colposo di legittima difesa e cavarsela con due o tre anni di carcere.

Si, ma il cadavere di Rosario dov’è? Erminio confessa di averno seppellito sotto un mucchio di terra in contrada Manca della Chiesa e così viene recuperato e sottoposto ad autopsia. La morte fu dovuta alla recisione della massa cerebrale provocata da numerosi colpi di scure alla testa.

Erminio Talarico viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio volontario e occultamento di cadavere.

Durante il dibattimento la difesa, presentando alcuni certificati medici, chiede ed ottiene che Erminio sia sottoposto a perizia psichiatrica, affidata al dottor Pasquale Mercogliano, ordinario dell’ospedale psichico di Nocera Inferiore, il quale relaziona: il Talarico non è un malato di mente, ma un deficiente morale, che di fronte al gioco d’interessi non ha voluto affidarsi all’Autorità Giudiziaria, ma si è fatto giustizia da sé, commettendo un grave delitto. Egli potrebbe, perciò, classificarsi fra gl’individui di scarsa sensibilità morale, che di fronte ad una causa occasionale, pressoché banale, delinquono. È quindi da considerarsi un iperemotivo, impulsivo a livello morale assai basso, cioè un criminale semplice o criminaloide. Se pure tara ereditaria, educazione morale, istruzione deficiente, condizioni ambientali, sifilide non hanno apportato in molti anni nel Talarico alcuna alterazione sia nella funzionalità psichica che nella condotta sociale di lui, in seguito senilità, disfunzione endocrina, iperemotività hanno mobilitato in Talarico, al primo stimolo occasionale, quella latente tendenza criminaloide, mai rivelatasi prima, e lo hanno spinto al delitto. Per le dette ragioni, al momento di compiere il reato aveva la capacità di intendere e di volere alquanto indebolita. Almeno per qualche tempo il Talarico si deve considerare un soggetto pericoloso.

Accertata la responsabilità di Erminio Talarico, sebbene ridotta dalla semi infermità di mente, la Corte ritiene di potergli concedere l’attenuante della provocazione, dal momento che la vittima, alla quale aveva dato alloggio e vitto e usato qualche benevolenza, lo aveva ricompensato con il furto di scarpe e pastrano e si era di nuovo presentato a lui indossando con audacia i medesimi. Inoltre devono essere concesse le attenuanti generiche in considerazione dei suoi buoni precedenti e l’attenuante di avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno, versando ai genitori di Rosario Romano lire cinquantamila.

Tutto ciò considerato, la Corte, considerato che il reato di occultamento di cadavere è estinto per amnistia, per l’omicidio stima giusto condannare l’imputato ad anni 6 e mesi 8 di reclusione, oltre alle spese e alle pene accessorie. In più, scontata la pena dovrà essere ricoverato in una casa di cura per anni 3.

Il 17 luglio 1950 la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara condonati anni 3 della pena.[1]

 

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.