I DUE CARBONAI

È la mattina del 31 ottobre 1932, sulle montagne alle spalle di Serra Pedace Domenico Rizzuti sta badando alla sua carbonaia con Giovanni Pupo. All’improvviso i due sentono un colpo di arma da fuoco e dopo pochi secondi altri tre in rapida successione provenire dalla parte dove Giuseppe Palumbo e Ferdinando Rizzuti, il cognato di Domenico, hanno una carbonaia in società. Perplessi, si avviano verso il posto per capire cosa sia accaduto e quando arrivano trovano la carbonaia incustodita che sta bruciando. Ad una ventina di metri vedono il rastrello per governare la carbonaia buttato a terra e una scure sul limitare del piazzale. Domenico e Giovanni, urlando a squarciagola i nomi degli altri due carbonai, si inoltrano nel bosco seguendo la direzione del rastrello e dopo una ottantina di metri vedono disteso per terra tra i cespugli Ferdinando Rizzuti, lo chiamano ma non risponde. Si avvicinano e capiscono il perché: è morto e ha la testa immersa in una pozza di sangue. Poi un raggio di sole tra gli alberi fa luccicare qualcosa vicino al cadavere. I due guardano meglio e vedono due bossoli di pistola. Evidentemente Ferdinando Rizzuti è stato ucciso e Giuseppe Palumbo non c’è. Che sia stato lui ad ucciderlo?

Mentre Domenico Rizzuti resta a vegliare il cadavere del cognato, Giovanni Pupo va dai Carabinieri di Pedace per denunciare il fatto e poi a dare la triste notizia ai familiari dell’ucciso. Ma non c’è bisogno di denuncia, Giuseppe Palumbo è arrivato prima di lui, si è costituito e sta raccontando la sua versione dei fatti:

– L’ho ucciso io per difendermi…

– Racconta tutto dall’inizio.

Ieri sera, preso dal sonno non ho sorvegliato la carboniera ed è bruciata una piccola quantità di carbone. Quando stamattina è arrivato Ferdinando Rizzuti e ha visto il carbone bruciare, mi ha percosso con un rastrello, producendomi una contusione alla natica ed un’altra al fianco – si ferma e fa per alzarsi e mostrare le tumefazioni, ma il Maresciallo lo blocca e gli fa segno di continuare –. Poi mi ha minacciato di morte con una scure, al che io scappai e per difendermi, volgendo appena indietro la testa e il braccio, gli ho sparato con la pistola automatica che portavo senza licenza per difendermi dai lupi

Quando il Maresciallo ed il Pretore vanno sul luogo del delitto, verificano subito che qualcosa nel racconto di Giuseppe Palumbo non quadra: la scure con cui Rizzuti lo avrebbe minacciato non è vicino al cadavere, dove si sarebbe dovuta trovare, ma soprattutto è l’ubicazione dei colpi a non convincere gli inquirenti, perché se Palumbo avesse sparato contro Rizzuti che lo inseguiva, le lesioni sul corpo della vittima dovrebbero trovarsi nella parte anteriore del corpo e invece un colpo gli ha trapassato da parte a parte il naso, mentre gli altri due lo hanno centrato nella parte posteriore del cranio e, secondo il parere del medico legale, i colpi sono stati esplosi a bruciapelo perché le ferite presentano tracce di polvere da sparo. Per esserne certi bisognerà aspettare i risultati dell’autopsia, che arrivano nel giro di qualche giorno: una lesione prodotta da arma da fuoco corta alla pinna nasale destra con foro d’uscita alla pinna nasale sinistra, vicino all’inserzione del setto nasale; altra uguale lesione nella regione occipito-parietale con foro d’uscita a due centimetri di distanza; altra uguale lesione con foro d’entrata nel lato destro della nuca, a circa due centimetri dal forame occipitale, penetrante nella cavità cranica. Quest’ultima lesione mortale. Tutti e tre i fori d’entrata delle lesioni, e maggiormente l’ultimo, presentano i bordi ustionati, cosicché i colpi devono essere stati esplosi a circa due metri di distanza.

Con queste certezze è ovvio che la versione dell’imputato di aver sparato per legittima difesa non regge e gli inquirenti, davanti alla persistente versione di Giuseppe Palumbo, cercano, attraverso le ispezioni sui luoghi dove si svolse l’omicidio, di ricostruire la dinamica dei fatti. Intanto i Carabinieri hanno ricostruito la personalità della vittima, che potrebbe essere utile anche per la ricostruzione dei fatti e, mentre la difesa descrive Ferdinando Rizzuti come un prepotente e un attaccabrighe, i Carabinieri lo definiscono facilmente eccitabile e pronto anche a menar le mani. In questa attività di indagine, i Carabinieri scoprono un’altra circostanza potenzialmente utile alla ricostruzione dei fatti: la sera prima di essere ucciso, Rizzuti se ne era stato comodamente a divertirsi e la notte restò fuori, lasciando da solo il socio a badare alla carbonaia.

Bene, adesso gli inquirenti hanno tutti gli elementi necessari per ricostruire la dinamica dei fatti: il Rizzuti, che la sera avanti era stato prima dai vicini e poscia nella capanna senza avvicinarsi alla carboniera, nella mattinata, recatovisi e trovato il carbone che stava bruciando per la mancata sorveglianza del Palumbo, pel suo carattere irritabile attaccò briga con il socio e, imbrandito il rastrello, gli menò addosso, se non vari colpi, almeno quel colpo che ne contuse la natica. Ciò mentre tutti e due si trovavano nel piazzale della carboniera. Il Palumbo, pel dolore della lesione, essendo armato della pistola, la impugnò. Rizzuti, impensierito, si diede alla fuga col rastrello in mano. Palumbo allora esplose il primo colpo e Rizzuti buttò il rastrello, sperando forse che ciò avesse frenato l’avversario, e continuò a fuggire, ma Palunbo non si arrestò e nell’ira da cui era colto inseguì Rizzuti per sparargli ancora. Così essi si ridussero a quegli altri ottanta metri dove l’ucciso fu trovato e si verificò l’intervallo tra il primo colpo e gli altri tre, notato da tutti gli altri testimoni, che dalla loro capanna li intesero. Ed il Palumbo, che aveva quasi raggiunto Rizzuti, gli esplose contro, consecutivamente, gli altri tre colpi mentre questi fuggiva ed egli lo inseguiva. Uno dei primi colpi, e probabilmente il secondo, dovette essere quello che ferì Rizzuti al naso avendo egli, pur continuato a correre, voltato la testa per guardare dietro o per implorare pietà. Col voltare della testa egli perdette un poco della velocità e Palumbo così gli fu ancora più vicino e gli esplose il terzo colpo, che perciò presente sul foro d’entrata più pronunciate le ustioni, e fu questo colpo che penetrò nella scatola cranica, lo freddò istantaneamente facendolo cadere sul posto, come è dimostrato dal bossolo, espulso automaticamente dalla pistola, rinvenuto a qualche metro dal cadavere.

Il 30 settembre 1933 Giuseppe Palumbo viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio volontario e la causa si discuterà il 29 gennaio 1934.

La difesa dell’imputato sostiene sempre la tesi della legittima difesa o, in subordine, l’eccesso colposo di legittima difesa. La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni, riconosce che la ricostruzione degli eventi fatta dagli inquirenti, essendo l’unica che convince completamente come quella che si trae da tutte le circostanze generiche e specifiche opportunamente valutate e che non viene contraddetta da nessuna di esse, ma le spiega luminosamente.

Poi continua: così essendo ed essendo stati evidentemente in qualunque ipotesi i colpi sparati (trovandosi i fori di entrata alla nuca) mentre Rizzuti, che aveva buttato il rastrello, inerme, fuggiva, egli venne sparato ed ucciso quando era cessato qualsiasi pericolo pel Palumbo di un’offesa da parte di esso Rizzuti e quando non vi era, né poteva ritenersi, per errore o per colpa, la sussistenza di una necessità di difendersi da un pericolo proveniente dal Rizzuti che, si ripete, era evidentemente inesistente e cessato, trovandosi lui inerme ed in fuga ed il Palumbo armato di un’arma cotanto potente. Pertanto, se questi sparò ed uccise, non uccise per necessità di difesa, né realmente esistente, né erroneamente o colposamente creduta.

Un brutto colpo per Palumbo, che incomincia a temere seriamente una condanna a non meno di 21 anni di reclusione.

Ma la Corte non ha finito di esaminare tutte le possibilità che hanno portato l’imputato ad uccidere e continua: Palumbo sparò soltanto per l’ira in lui determinata dal fatto che Rizzuti poco prima l’aveva percosso col rastrello. Non la legittima difesa, né l’eccesso colposo può riscontrarsi perciò nell’operato dell’imputato, ma bensì l’avere agito per l’ira determinata dal fatto ingiusto del Rizzuti; fatto ingiusto essendo stato quello suo di percuotere il Palumbo sol perché, addormentatosi, aveva lasciato bruciare quel po’ di carbone di proprietà comune, tanto più che egli se ne era stato comodamente a divertirsi la sera e la notte. E poiché, per altro, risulta evidente l’intenzione di Palumbo di uccidere Rizzuti per la reiterazione dei colpi d’arma da fuoco, diretti a punti così vitali e quasi a bruciapelo, deve egli rispondere del delitto di omicidio, come gli fu contestato, ma colla diminuente di avere agito in stato d’ira per fatto ingiusto della vittima.

È il momento di quantificare la pena: le modalità del fatto avvenuto proprio in un impeto d’ira ed i buoni precedenti dell’imputato, consigliano d’applicargli il minimo e quindi di partire dagli anni 21 di reclusione e ridurli di un terzo, restando anni 14 di reclusione, oltre alle spese, ai danni e alle pene accessorie.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.