QUATTRO CONTRO UNA

La cinquantenne contadina Agata Rucella e sua figlia, la ventitreenne Stella, da qualche mese si sono trasferite da Cropani nelle campagne di Botricello dove hanno trovato lavoro nella proprietà di Vincenzo Iannone e abitano in una sgangherata baracca, nelle cui vicinanze, in un’altra baracca accanto ad una stalla, vive Saverio Voci.

La sera del 31 luglio 1949 madre e figlia, stanche dopo una giornata di lavoro nei campi sotto un sole feroce, chiudono alla meglio la porta della baracca, si coricano e si addormentano come al solito. La stessa cosa fa Saverio Voci e nei dintorni cala il silenzio.

Sono ormai le 23,00 quando quattro uomini si avvicinano furtivi alle baracche. Uno di loro fa segno agli altri di fermarsi, poi toglie di tasca un pezzo di fil di ferro e va alla baracca di Saverio. Con fare circospetto tasta il legno marcio della porta, trova due anelli nei quali far passare il fil di ferro e lo serra, impedendo, così, a Saverio di poter uscire. Poi va verso la baracca delle donne, fa segno agli altri di avvicinarsi e con gesti delle mani chiede se sono pronti. Ai cenni di assenso comincia a picchiare sulla porta.

– Chi è? Andatevene ch’è notte! – urla Agata, che si è svegliata di soprassalto abbracciando la figlia.

– Apri! – le ordina l’uomo che sembra essere il capo degli altri tre.

– Andatevene! – ripete Agata.

– Apri perlamadonna se no butto giù la porta! – insiste l’uomo.

– No, andatevene! – urla Stella.

Allora l’uomo, infuriato, con un paio di calci ed un paio di spallate butta giù la porta sgangherata e i quattro, uno armato di rivoltella ed un altro con nelle mani una scure ed un bastone, irrompono nella baracca. Agata ha capito cosa vogliono e cerca di nascondere Stella dietro le sue spalle, ma i quattro si avvicinano minacciosi e cominciano a palpeggiarle dappertutto ed i ghigni sui loro volti, a malapena illuminati dalla fioca luce della mezza luna crescente che entra dalla porta spalancata, dicono che hanno scelto la preda. Agata allora tenta l’ultima, disperata mossa:

– Prendete me e sfogatevi tutti ma, vi scongiuro, risparmiate mia figlia che è ancora vergine

I quattro si guardano e dopo un cenno d’intesa il capo risponde:

– Va bene, tanto per divertirci sei meglio tu, vecchia puttana!

Poi la prendono e la portano nella stalla, lasciando la ragazza a singhiozzare sul letto. Mentre i quattro, a turno, fanno di Agata ciò che vogliono, Stella, temendo che i quattro poi prendano lei, esce dalla baracca e va da Saverio, si accorge del fil di ferro, lo sfila ed entra cercando conforto e riparo, ma trova l’uomo che trema più di lei e capisce che, se quei mostri la troveranno, dovrà cavarsela da sola.

I quattro, però, sfogata la loro immonda libidine, se ne vanno in silenzio così come sono arrivati, lasciando Agata dolorante, umiliata e singhiozzante su un po’ di paglia in mezzo agli animali.

Agata, consolata dal fatto di aver salvato sua figlia, pensa a tutti i particolari dei visi che le si sono avvicinati ed in quello che la faceva da capo ha riconosciuto Antonio Truglia, quarantasettenne guardiano del proprietario del fondo e delle baracche, e sa cosa farà non appena sarà in condizioni di poter salire fino a Cropani, dove c’è la caserma dei Carabinieri.

La mattina del primo agosto Agata, sebbene cammini a fatica, e Stella vanno dai Carabinieri per denunciare la violenza. Raccontano tutto per filo e per segno, Agata fa il nome di Truglia e Stella racconta il particolare del fil di ferro usato per chiudere nella baracca Saverio Voci e fa notare al Maresciallo alcune leggere ferite che ha riportato in quei concitati e drammatici momenti. Il Maresciallo le fa ripetere il racconto e constata che, oltre agli estremi di violenza carnale, tentata violenza carnale, minacce con arma e violazione di domicilio, reati aggravati sia dalle armi che dalla minorata difesa per l’ora di notte ed il luogo isolato, ci sono anche gli estremi per denunciare i quattro con l’accusa di sequestro di persona.

Iniziate immediatamente le indagini per identificare gli altri tre, i Carabinieri non ci mettono molto a scoprirne uno, il ventenne Vito Viscomi, e immediatamente lo prendono, lo mettono in stato di fermo e lo interrogano:

La sera del 31 luglio, dopo aver partecipato ad una festa di nozze, mi sono intrattenuto nel centro abitato di Botricello con i coetanei Antonio Scalise e Alfonso Talarico. A noi si è avvicinato Antonio Truglia, il quale ci ha invitato a recarci con lui in campagna presso una donna con cui aveva fissato appuntamento. Abbiamo accondisceso e giunti in una località su cui eranvi due baracche, Truglia ha chiuso dall’esterno la porta di una di esse facendo passare un filo di ferro fra due anelli, quindi abbiamo bussato all’altra baracca, insistendo con ingiurie e minacce per entrare, nonostante le proteste provenienti da una voce di donna dall’interno. Talarico mi ha dato una rivoltella scarica per servirmene onde intimorire la donna, poi Truglia ha scassato la porta e tutti e quattro siamo entrati nella baracca ove abbiamo trovato due donne. La più anziana ci scongiurava che non venisse toccata sua figlia perché vergine e noi abbiamo accondisceso, talché la ragazza è stata accompagnata dalla madre nella baracca vicina, dopo aver tolto il filo di ferro. La donna più anziana è stata posseduta in una stalla da me, da Scalise e da Truglia

Poi viene arrestato anche Scalise, che conferma la versione di Viscomi, quindi viene rintracciato Truglia, che in un primo momento dice di non sapere niente della violenza, ma poi racconta:

Sono intervenuto in campagna per difendere una donna che era insidiata da quattro o cinque giovani e l’ho fatta riparare nella baracca abitata da Saverio Voci

Talarico, invece, resta nascosto. I tre arrestati vengono interrogati dal Giudice Istruttore e Viscomi conferma la sua versione dei fatti. Truglia, invece, la modifica lievemente:

Mi sono trovato sul posto ove Scalise, Viscomi e Talarico, nonché altri giovani allontanatisi al mio arrivo, si stavano per congiungersi con Agata Rucella, che aveva accondisceso

Anche Scalise modifica la sua versione:

Agata Rucella ci aveva dato appuntamento e spontaneamente ha aperto la porta. Non abbiamo fatto nessun tentativo per congiungerci con la ragazza. Abbiamo minacciato la donna con la rivoltella, unicamente perché la stessa, dopo averci dato appuntamento si era rifiutata di concedersi. Non è vero che abbiamo chiuso la porta della baracca dove dormiva Saverio Voci.

Quindi Agata, avendoli invitati ed essendo quindi una puttana, li ha accusati ingiustamente, chissà per quale motivo.

Per avere il piacere di ascoltare la versione di Talarico bisogna aspettare il 4 marzo 1950, quando viene finalmente arrestato:

La sera del 31 luglio 1949 io, Viscomi e Scalise siamo stati invitati da Truglia a recarci in sua compagnia presso una donna notoriamente di facili costumi. Giunti presso le due baracche, noi tre siamo rimasti indietro, mentre Truglia è andato avanti. Avendo inteso delle grida ci siamo avvicinati ed abbiamo inteso la donna affermare che avremmo potuto congiungerci con lei, ma avremmo dovuto rispettare la figlia, rimasta con me nella baracca di Voci, mentre gli altri si sono allontanati per congiungersi con la madre.

– Viscomi ti ha accusato di avergli dato una rivoltella per minacciare le donne.

– Non è vero, lo escludo!

Da parte sua, Saverio Voci conferma il racconto di Stella.

Quattro imputati, quattro versioni diverse e questo non giova loro, visto che vengono rinviati tutti al giudizio della Corte d’Assise di Catanzaro e le pene previste sono abbastanza dure. Forse per questo motivo, ma è una evidente ammissione di colpa, risarciscono Agata, Stella e Saverio, che rilasciano regolare liberatoria.

Il 14 marzo 1950 si discute la causa e la Corte osserva che, relativamente ai reati commessi contro Agata e Stella Ruccella, la versione di Viscomi, confermata innanzi ai Carabinieri da Scalise, controllata dalle deposizioni delle parti lese, esclude ogni perplessità circa la sussistenza dei reati rubricati e circa la responsabilità dei quattro imputati. Violenza fu usata nei confronti della madre e della figlia (minaccia con l’arma, lesioni) onde ottenerne i favori. Sussiste l’aggravante della minorata difesa. I due delitti, consumato e tentato, sono espressione di un unico disegno criminoso per cui debbono essere unificati nello schema del reato continuato. Della violenza carnale risponde anche Talarico, che afferma di non essersi congiunto con la donna. La circostanza è smentita da Agata Ruccella, che afferma di avere subito quattro coiti. Se poi effettivamente Talarico non si fosse congiunto (e la donna avesse subito due coiti da parte di un altro imputato), dovrebbe egualmente rispondere del delitto a titolo di concorso per essersi cooperato affinché gli altri conseguissero lo scopo. Pena congrua stimasi la reclusione per anni 3, aumentata di mesi 2 per l’aggravante e di altri mesi 2 per la continuazione. Sussiste il reato di violazione di domicilio nella ipotesi aggravata, dato che i quattro imputati si introdussero nell’abitazione della Ruccella contro la di lei volontà, usando violenza sulla porta ed essendo palesemente armati. Pena congrua stimasi la reclusione per anni 1, aumentata di mesi 1 per l’aggravante. Per le lesioni in danno di Ruccella Stella stimasi congrua la pena di mesi 3 di reclusione.

Poi la Corte affronta il reato di sequestro di persona in danno di Saverio Voci e osserva: ai fini della sussistenza del reato di sequestro di persona, è indifferente che la privazione della libertà personale sia di breve durata, come è accaduto nei confronti di Voci. Sussistono le aggravanti della minorata difesa e quella di aver perpetrato il reato al fine di eseguirne un altro (violenza carnale). È d’uopo irrogare la pena della reclusione per mesi 6, aumentata di mesi 1 per ciascuna delle due aggravanti.

Ma gli imputati hanno risarcito le vittime prima di discutere la causa e quindi possono beneficiare della relativa attenuante, applicata nella misura di un terzo della pena. Fatti i conti, i quattro dovranno scontare complessivamente anni 3 e mesi 7 di reclusione, invece di anni 5 e mesi 4, oltre alle spese e alle pene accessorie.

Poi c’è il porto abusivo di rivoltella contestato a Talarico e Viscomi. Talarico dovrà scontare mesi 2 di reclusione, mentre Viscomi, recidivo, ne dovrà scontare 3.

Il 4 maggio 1983, la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara riabilitato Scalise Antonio.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Catanzaro.