AI LUPI! AI LUPI!

Nel pomeriggio del 26 gennaio 1938 tre uomini, Angelo Troiano, Giovanni Basile e Antonio Bellusci, si presentano dai Carabinieri di Plataci e li avvisano che Francesco Mortati, cognato di Basile, è caduto nel burrone del monte Stamagliasari ed è morto.

Stamattina – racconta Giovanni Basile – verso le ore nove mi trovavo nella contrada Frasso, contigua al monte Stamagliasari e sentii mio cognato gridare: “ai lupi, ai lupi!”. Scorsa circa una mezz’ora, Troiano e Bellusci mi avvisarono che mio cognato era caduto nel burrone e mi recai insieme a loro sul posto, ove ne constatammo la morte.

– Ieri sera – racconta Troiano – mentre mi trovavo nella mia casa rurale in contrada Lettieri, contigua al monte Stamagliasari ricevetti la visita di Francesco Mortati, il quale mi chiese del grano che non potei dargli e Mortati restò mio ospite. Allo svegliarmi, occorrendomi della paglia mi recai in una mia pagliera sita più in alto, distante dalla casetta oltre tre chilometri e Mortati prese la decisione di tornarsene in paese, ma dopo circa una mezz’ora lo sentii gridare: “ai lupi, ai lupi che portano della carne in bocca…”. Dopo circa un’altra mezz’ora, non avendolo più visto tornare, sentii il bisogno di rintracciarlo e, unitomi a Bellusci, il quale trovavasi in una pagliera vicina, ci mettemmo a cercarlo salendo fino sul cocuzzolo della montagna, seguendone le orme ben visibili sulla neve e le orme si perdevano laddove il cocuzzolo limita col burrone. Intuii la sciagura onde Bellusci, girando la montagna di fianco, scese fin dove, per la natura dei luoghi, era presumibile che Mortati fosse andato a cadere. Io rimasi sul cocuzzolo ad aspettarlo, ma poco dopo, guardando in basso, vidi che Bellusci, trovato il cadavere, precipitava con esso andando l’uno e l’altro a fermarsi una decina di metri più in basso, essendosi aggrappato ad una pianta di spine.

Ero andato in contrada Lettieri per prendere della paglia – racconta Bellusci –. Poco dopo le dieci sentii gridare Francesco Mortati il quale, avendo visto dei lupi con carne in bocca, si diede ad inseguirli per tentare di far loro abbandonare la preda e lo perdemmo di vista. Alle sue grida io salii il monte e raggiunsi Troiano, insieme col quale aspettammo il di lui ritorno ma non vedendolo comparire ci mettemmo a cercarlo. Scorte le sue orme le seguimmo fino al punto in cui il monte è in forte declivio. Convintomi che era caduto e non potendo scendere direttamente, girai a sinistra attraversando la montagna diagonalmente. A certo punto vidi il suo corpo contro un albero di quercia; lo toccai e mi accorsi che era cadavere. Per l’emozione barcollai e, perdendo l’equilibrio, scivolai a circa dieci metri più sotto dove potei fermarmi aggrappandomi ad un albero di pruno selvatico.

Acquisite le tre dichiarazioni, i Carabinieri provano ad andare sul posto, ma devono rinunciare perché sta calando la sera e il cammino sarebbe maledettamente più pericoloso dovendosi, in luoghi impervi, affondare nella neve per chilometri e chilometri. La mattina dopo, il Carabiniere Muraca, accompagnato dalla Guardia Municipale Brunelli, persona praticissima della contrada, accede sul posto e ritiene che i racconti di Troiano e Bellusci siano rispondenti al vero, infatti il tronco della quercia indicata da Bellusci è sporco di sangue e una pozza di sangue è in prossimità dell’albero, il che fa pensare che Mortati, schiantatosi contro il tronco, giacque con la testa poggiata sul punto della pozza di sangue. Il cadavere, così come raccontato da Troiano e Bellusci, giace in un punto più in basso e precisamente su un ripiano sette metri più giù della quercia e lungo tutta la china, in linea retta, si notano piccole strisce di sangue, il che accredita l’affermazione di Bellusci. La cosa strana, che però non desta sospetti, è che il cadavere ha le gambe accavallate e le braccia incrociate sul petto.

Anche la relazione del medico necroscopo concorda con il racconto della caduta nel burrone: le contusioni multiple, croste ematiche nelle aperture nasali, nei condotti acustici esterni e nei padiglioni auricolari gli fanno certificare che la morte è avvenuta per rottura della base del cranio in conseguenza di caduta. Così stando le cose, il 27 gennaio i Carabinieri chiudono il fascicolo, rubricandolo come morte accidentale. Ma il 2 febbraio, la vedova Mortati va in caserma ed eleva il sospetto che il marito fosse stato ucciso da Troiano e da Bellusci, i quali lo avrebbero attratto sul ciglio della montagna e spinto nel vuoto.

Il 25 gennaio mio marito – denuncia – rincasò alquanto brillo dopo aver trascorso tutto il giorno in cantina con Troiano e, mentre si accingeva ad andare a letto, Troiano lo venne ad invitare perché, a scopo di caccia, si recassero subito in una masseria in contrada Frasso, distante circa sei chilometri. L’invito fu raccolto mal volentieri perché Troiano pretendeva da più tempo una testimonianza, che mio marito non intendeva fargli. Non solo: nel 1937 Troiano lo bastonò e mio marito lo odiava. I miei fratelli hanno una casetta rurale molto prossima a quella di Troiano e malgrado ciò mio marito, la sera del 25 gennaio, giunto in campagna non vide i cognati e credo che sia stato Troiano ad impedire l’incontro.

Bisogna indagare e nel frattempo Troiano e Bellusci finiscono al fresco con l’imputazione di omicidio, nonostante concorrano a loro favore una serie di elementi tali da rendere inconsistenti i sospetti.

Infatti dalle indagini emerge che Angelo Basile, il cognato del morto, dichiara che la sera del 25 gennaio Mortati e Troiano si recarono a casa sua in campagna e ci restarono alquanti minuti. Questo significa che Troiano non impedì a Mortati di incontrare i cognati. Andati via, Basile sentì i due che, brilli come erano, cantarono a squarciagola fino a mezzanotte. Viene smentita anche la circostanza della testimonianza che sarebbe stata chiesta da Troiano a Mortati perché il Pretore non ritenne di ascoltare alcun testimone in quanto la causa andò in udienza senza preventiva istruzione e spostato a nuovo ruolo, ancora non stabilito all’epoca della morte. Inconsistente risulta anche che tra Troiano e Mortati non corressero buoni rapporti. La stessa vedova, pur avendo con leggerezza affermato che il di lei marito odiava Troiano, non ha potuto negare che Troiano si serviva di suo marito per tutti i lavori che gli occorrevano. Comunque, il fatto stesso che Troiano e Mortati ebbero a passare la vigilia del fatale giorno in compagnia gozzovigliando in bettola e poscia in pieno accordo andando a passar la notte nella stessa casa, dimostra che i loro rapporti erano assolutamente cordiali.

A favore dei due imputati esce anche la testimonianza del pastore Francesco Restieri il quale, la mattina del 26 gennaio si trovava sul monte Stamagliasari.

Verso le ore dieci stavo di guardia al mio gregge e vidi due lupi che, accortisi della mia presenza deviarono andando verso la contrada Lettieri, onde io mi misi a gridare avvertendo Troiano che si trovava nella sua paglierapoco dopo vidi Troiano con altre due persone, che non conobbi, dirigersi verso il monte Stamagliasari e sentii gridare Mortati “ai lupi, ai lupi!”. Scorsa un’altra mezz’ora, Troiano e Bellusci mi comunicarono piangendo che avevano trovato il cadavere di Mortati.

Ci sarebbero tutti gli elementi per escludere la responsabilità di Troiano e Bellusci, ma gli inquirenti vanno avanti con l’ipotesi dell’omicidio.

L’autopsia del cadavere viene effettuata solo il 19 febbraio e i periti stabiliscono che la morte è stata causata dalla frattura della volta cranica e consecutiva commozione, nonché per rottura di arterie cerebrali. Conseguente a caduta, ovviamente. No, sbagliato, secondo i periti la causa della frattura della volta cranica è da attribuirsi a colpo di corpo contundente a superficie piana, possibilmente calcio di fucile, vibrato dall’indietro in avanti e da sinistra a destra. I periti ammettono che una caduta dall’alto su una superficie liscia avrebbe potuto determinare un quadro simile, ma chiosano che in tal caso si sarebbe avuta la frattura della base del cranio e non della volta.

Finalmente un elemento serio a carico dei due, ma il Giudice Istruttore, siccome la perizia non esclude categoricamente l’ipotesi della caduta accidentale, dispone un sopralluogo con i periti che hanno effettuato l’autopsia con l’intento di fugare ogni dubbio. È l’8 marzo quando vanno sul posto, la montagna è ancora ricoperta da mezzo metro di neve, e purtroppo non è possibile avere maggiore luce in quanto i periti continuano a dichiarare che le lesioni riscontrate sul cadavere possono essere state prodotte o da colpo di calcio di fucile o da caduta sul ghiaccio a grosso spessore. L’incongruenza è che i periti continuano a non darsi cura di spiegare come mai un sol colpo di calcio di fucile possa aver determinato lesioni ed abrasioni sia a destra che a sinistra del capo. L’unica cosa che i periti sostengono con certezza è che le lesioni possano essere state causate dallo sbattere della testa su tronco d’albero perché l’anfrattuosità del rivestimento del tronco avrebbe determinato sull’occipite lesioni lacero contuse, ma essi non considerano che certamente l’occipite era ben coperto dal cappello che indossava Mortati, che dovette funzionare da automatico livellatore dell’anfrattuosità del tronco, impedendo che questo, all’urto violento, diventasse corpo lacerante, oltre che contundente.

A parte tutte le incertezze confermate dal sopralluogo, il Giudice Istruttore può trarre delle indicazioni da altre circostanze: il pendio ripidissimo dal cocuzzolo fino alla quercia (circa 150 metri) che va dal 50 all’80 per cento; il punto del cocuzzolo dove si perdevano le orme di Mortati col punto dove havvi la quercia ed il punto in cui il cadavere scivolò dopo che Bellusci lo smosse sono in linea retta e l’uno perpendicolare all’altro. Queste circostanze, aggiunte alle ferite riscontrate sul corpo di Bellusci confermerebbero la versione dei due imputati, ma i ricorsi a getto continuo dei familiari di Mortati alimentano sempre più l’ipotesi del delitto, onde si procede a perquisizioni nelle varie case rurali di quelle contrade, nella speranza di trovare il fucile che sarebbe stato usato nel delitto. E un fucile, non regolarmente dichiarato, viene trovato e sequestrato a casa di Bellusci ed altri due in casa di Ferdinando Restieri, dei quali uno guasto. Restieri dichiara che il fucile non guasto è di tale Lorenzo Lopasso, che glielo diede in custodia e l’altro, quello guasto, è di sua proprietà e che da circa un trentennio lo usava Troiano, che andava di a quando a quando a pigliarselo per restituirglielo qualche giorno dopo. Quando fu l’ultima volta che Troiano lo prese in prestito? Una decina di giorni prima del 26 gennaio e glielo restituì un paio di giorni dopo la tragedia nelle condizioni in cui si trova, cioè rotto.

Le circostanze della restituzione del fucile rotto e quella che Troiano ha taciuto l’invito ad andare a caccia fatto a Mortati confermano negli inquirenti la convinzione che i due imputati attirarono Mortati sul cocuzzolo della montagna, che uno dei due lo colpì col calcio del fucile e che dopo lo precipitarono nel burrone.

Nonostante tutto i tanti dubbi permangono e alla conclusione delle indagini il Pubblico Ministero chiede il proscioglimento di Troiano e Bellusci per non aver commesso il fatto, ma il Giudice Istruttore, il 16 dicembre 1938 è di diverso avviso e rinvia i due al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio premeditato e aggiunge che: A): i prevenuti ebbero una causale per delinquere, benché non proporzionata e cioè il cordoglio di non aver potuto indurre Mortati a deporre il falso;  B)  essendo stato trovato il cadavere colle mani incrociate sul petto, devesi escludere che fosse caduto e morto in quelle condizioni.

La causa si discute nelle udienze dal 12 al 15 giugno 1939 e la Corte, facendo propri tutti i dubbi emersi durante l’istruttoria, per confutare le conclusioni del Giudice Istruttore, osserva: A) sulla pretesa causale basta dire che, non essendo stato il processo ancora trattato, i prevenuti non avevano necessità di sopprimere Mortati ben potendo sperare, fino all’ultimo momento, di convincerlo a rendere la falsa testimonianza; B) evidentemente il Giudice Istruttore non tenne presente che il cadavere poté assumere quella posizione non già quando originariamente andò a sbattere contro la quercia, ma in un secondo momento e cioè quando Bellusci scivolò con esso nel pianerottolo sottostante e dove indubbiamente, esso Bellusci, lo dovette, per pietà, comporre in quel modo, anche se dice di non ricordarsene.

Poi aggiunge altri elementi mai sufficientemente valorizzati durante le indagini: la presenza del cappello ad un metro dal cadavere, contrariamente a quanto accennato dal Giudice Istruttore non dimostra che Mortati fu ucciso in un altro posto e poi trasportato dove fu trovato, ma che, arrivato al sommo della montagna si sia ben calcato il cappello in testa per non farselo rapinare dal vento, onde quando cadde gli rimase ben aderente e se ne distaccò più tardi, cioè quando egli, scivolando passò dal primo al secondo pianerottolo. Il Giudice Istruttore ha espresso anche perplessità sul fatto che Mortati si sia lanciato all’inseguimento dei lupi disarmato e ciò dimostrerebbe la menzogna degli imputati, ma la Corte valorizza la circostanza in modo opposto: per la verità i prevenuti non hanno affermato, ma hanno soltanto fatta la ipotesi che Mortati sia andato incontro ai lupi. Viceversa, i Carabinieri, in contrasto, hanno fatto l’ipotesi che Mortati si sia messo a correre all’impazzata non per affrontare i lupi, ma per sfuggirli.

Con argomenti così lievi ed equivoci non si può coscienziosamente affermare, in concreto, il delitto e schiudere l’ergastolo a due persone che sono sempre state amiche di Mortati; né è lecito supporre il delitto nella più completa assenza di una causale remota o prossima, né tampoco è da pensare ad una causale improvvisa, mancando qualsiasi elemento per sospettarla e ne consegue che gli imputati debbono andare assolti.

È il 15 giugno 1939.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.