IN FONDO AL BURRONE

– Vai a Roggiano a prendere la posta e con l’occasione mi compri due sigari, questi sono i soldi. Mi raccomando, torna subito a casa! – sono le 16,30 del 16 giugno 1908 quando Salvatore Farina, quarantaquattrenne contadino abitante in contrada Prato di San Marco Argentano, incarica suo figlio, il tredicenne Pietro, di sbrigare le due incombenze.

Lungo il tragitto Pietro incontra il compare Vincenzo Savaglio, anch’egli diretto a Roggiano, e i due fanno la strada insieme. In contrada Lavandaio i due si imbattono in Vincenzo Fiore e Angelo Aloia, che li ferma e scambia con loro qualche parola, mentre Fiore, un po’ discosto, ascolta in silenzio.

Petrù, che vai a fare a Roggiano?

– Papà mi ha mandato a prendere la posta e a comprargli due sigari.

– Ah! Allora ti do i soldi e un sigaro lo compri anche a me per favore. Torni tardi?

– No, vado e vengo, papà mi ha detto di tornare subito subito.

– Facciamo così, se non mi trovi ancora qui me lo porti a casa, va bene?

– Va bene, stai tranquillo.

Pietro e Vincenzo salutano e continuano la strada. Sbrigate ognuno le proprie cose, Pietro ed il compare si avviano insieme verso le proprie case e arrivati al bivio della Madonna della Strada si dividono. Sono circa le 18,30 e Pietro adesso è da solo. Da lontano lo vede il bifolco Giuseppe Morando e lo segue con lo sguardo fino alla contrada Scorza dove, per le accidentalità del terreno, lo perde di vista. Da questo punto a Pietro manca ancora una mezzoretta di cammino per arrivare a casa, ma le ore passano e non arriva, non arriva nemmeno a casa di Aloia per consegnargli il sigaro.

I genitori del ragazzo cominciano a preoccuparsi ed il padre si mette in cammino per andargli incontro e assicurarsi che non gli sia accaduta qualcosa di male. Niente, lungo la strada Pietro non c’è, ma è ormai notte e Salvatore Farina non sa dove cercare, così decide di andare ad avvisare i Carabinieri di San Marco Argentano e se ne riparlerà alle prime luci dell’alba. Ma un padre è un padre e non può aspettare fino all’alba, così continua a cercare il figlio al buio, senza però trovarlo. Nemmeno le ricerche portate avanti da Carabinieri, familiari e vicini di casa per tutto il giorno successivo danno risultati e Salvatore continua a cercarlo per tutta la notte tra il 17 ed il 18 giugno. Poi, sul far del giorno, gli viene in mente di andare a guardare meglio sul ciglio del Vallone Scorza. Ad un certo punto si accorge che c’è qualcosa di strano, come una scia lungo il dirupo, profondo circa dodici metri, e decide di seguirla. La scia, dal fondo del burrone, prosegue per un centinaio di metri. Salvatore si ferma, guarda tra i cespugli e l’urlo che gli esce dal più profondo dell’anima rompe il silenzio di quel luogo solitario: Pietro è lì, con la testa in basso ed i piedi verso l’erta della sponda destra del burrone, in avanzato stato di putrefazione. Che sia caduto? Che si sia buttato volontariamente? Secondo il Vice Brigadiere Angelo Grandotti ed il Carabiniere Tommaso di Lauro, mandati sul posto per i primi rilievi dal Maresciallo, cavalier Biagio Altomonte, si tratta di un delitto e la loro convinzione deriva da alcuni particolari: in primo luogo da un pezzo di bastone da contadino dall’impugnatura semi curva, tutto insanguinato e una grossa pietra intrisa di sangue rinvenuti sul ciglio del burrone e poi dalla scia lunga un centinaio di metri dal fondo del burrone fino al punto in cui si trova il cadavere, segno inequivocabile che qualcuno lo ha trascinato fin lì.

Quando arrivano il Maresciallo, il Pretore ed il medico legale e si procede ad ispezionare meglio il cadavere, che presenta lesioni alla regione occipitale frontale e parietale destra con frattura del tavolato osseo, lacerazione delle meningi, spappolamento della sostanza cerebrale con conseguente emorragia e paralisi bulbare, donde era derivata la morte, si ha la conferma che Pietro è stato ucciso a colpi di bastone, buttato giù nel burrone e poi trascinato. Lo stato del cadavere, unito al fatto che mancano i tre sigari acquistati a Roggiano, la giubba di fustagno nerastro e la paglietta che portava quando uscì di casa, parlano chiaro: si tratta di un omicidio per nascondere una rapina ma, ragionando con più calma, uccidere barbaramente un ragazzino per tre sigari, una giubba ed una paglietta usate suona strano, quindi dietro l’omicidio ci deve per forza essere dell’altro.

Tra tanti dubbi e perplessità, la pista investigativa più convincente sembra quella legata ad una possibile vendetta, ma per seguirla bisogna tornare indietro di un anno. Vediamo.

Durante il 1907, l’allora dodicenne Pietro era al servizio, in qualità di bifolco, del ventottenne Vincenzo Fiore. Quando a novembre 1907 il padre di Pietro rimpatriò dall’America, il ragazzino gli raccontò che Fiore lo trattava male e lo percuoteva. Il padre, non gradendo questo andazzo, nei primi giorni di dicembre lo ritirò in casa, col sentito dispiacere di Fiore, al quale non riusciva di trovare altro bifolco. Poi, verso gli ultimi giorni di aprile 1908, per l’incalzare dei lavori campestri, Fiore, vedendosi a mal partito perché privo di bovari, interessò ripetutamente e pregò il padre di Pietro perché gli avesse ridato il figlio, almeno fino al mese di agosto, ché poscia lo avrebbe ben ricompensato, riuscendo nell’intento.

Il giovanetto, rimessosi al servizio di Fiore, in uno dei primi giorni di maggio, mentre faceva la guardia ai buoi fu preso dal sonno e gli animali, senza custodia, s’introdussero nelle favate di Alessandro Aloia producendo del danno, sì da costringere Aloia a condurre i buoi da Fiore per essere risarcito del danno sofferto che poscia, per intercessione del padre del giovanetto, non volle pagato. Quando Pietro si ridestò e non vide i buoi e poi seppe che erano stati condotti dal padrone, si impaurì tanto di costui da non volere più ritornare ai suoi servizi e quando il padre insistette per farvelo ritornare, Pietro gli disse che, piuttosto di ritornare da quel padrone, preferiva annegarsi nella vasca di Aloia. Il padre, temendo un suicidio da parte del figlio, riferì a Fiore l’avversione del figlio per lui e che, perciò, non poteva più oltre obbligarlo di ritornare al suo servizio. Da quell’epoca in poi Fiore si mostrò adirato contro la famiglia Farina e cessò ogni amicizia fra loro, tanto da non trattarsi più.

Sembrerebbe un po’ debole come movente, ma è l’unico che, scavando nel recente passato, si riesca a trovare. Questa ipotesi, però, viene rafforzata quando i Carabinieri vengono informati che il pomeriggio del 16 giugno Vincenzo Fiore, mentre Pietro andava a Roggiano, si trovava a guardare i propri buoi in contrada Lavandaio, da dove il ragazzo passò in compagnia del compare Vincenzo Savaglio, precisamente dove furono fermati da Angelo Aloia per farsi comprare un sigaro e tutti e quattro scambiarono qualche parola. Quindi Fiore sapeva che al ritorno Pietro sarebbe dovuto necessariamente passare di nuovo davanti alla sua proprietà di contrada Scorza e, infatti, ci passò poco dopo le 18,30. Qualche minuto prima invece, Fiore, con un bastone in mano ed il suo mantello nero sulle spalle, fu visto dai fratelli Aloia allontanarsi con i buoi verso la contrada Scorza, dove Pietro fu barbaramente ammazzato. Anche questo potrebbe non voler dire niente, ma ci sono tre particolari che si incrociano e combaciano: alle 18,30 circa Pietro venne visto da lontano da Giuseppe Morando, che lo seguì con lo sguardo fino alla contrada Scorza dove, per le accidentalità del terreno, lo perse di vista. Pietro fu ucciso circa cento metri prima di raggiungere il punto da dove poteva essere visto dai fratelli Aloia, che mietevano il grano. Fu ucciso, cioè, nel punto cieco della strada dove nello stesso momento si trovavano Pietro e Vincenzo Fiore; in ultimo, non possono esserci dubbi sul fatto che l’uomo visto dai fratelli Aloia fosse Fiore, perché è l’unico in quelle contrade a portare sempre addosso un mantello nero come, appunto, l’uomo visto dagli Aloia.

Dati i precedenti summenzionati esistenti tra i due e le circostanze di tempo e di luogo, sebbene non emergano testimoni oculari del fatto, è da ritenersi Fiore Vincenzo autore dell’omicidio. Con questa deduzione i Carabinieri lo denunciano e si mettono sulle sue tracce, ma il ricercato è sparito.

Sembra poco per essere una prova di colpevolezza, potrebbe essere solo una coincidenza e potrebbe benissimo essere che i due non si siano incontrati per pochi secondi.

Ma poi avviene un fatto decisivo: il 20 giugno si presenta in caserma la guardia campestre Vincenzo Abate, che dice di avere notizie su un bastone visto in mano a Vincenzo Fiore. Il Maresciallo gli fa vedere il pezzo sequestrato sul luogo del delitto e Abate dice che quel pezzo appartiene al bastone che era solito portare il sospettato quando si recava a Roggiano. I Carabinieri approfondiscono questa dichiarazione e scoprono che il bastone apparteneva in origine al diciottenne Francesco Aloia, che in uno degli ultimi giorni del mese di aprile, avendolo tirato contro un proprio bue che faceva il restio a istallare, non riuscì a rintracciarlo e poscia fu raccolto da Vincenzo Fiore, che se ne appropriò, portandolo fino al giorno del delitto.

Intanto le notizie raccolte intorno al ricercato non promettono nulla di buono, configurando uno scenario inquietante: quantunque sia un contadino agiato, pure vedendosi scoperto si diede alla latitanza, forse emigrando per le Americhe. Abbandonò senza motivo alcuno la giovane moglie con un bambino, i bovi e le masserie proprio all’epoca del raccolto, quando è necessaria la presenza del coltivatore.

Chiuse le indagini, viene chiesto il rinvio a giudizio di Vincenzo Fiore per rispondere davanti alla Corte d’Assise di Cosenza di omicidio volontario. Il 2 dicembre 1908 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e la causa è fissata per il 29 gennaio 1909 con il rito contumaciale.

La Corte è categorica: da tale complesso di prove emerge inoppugnabile la certezza della reità di Vincenzo Fiore. Infatti, essendo unica la via sulla quale, in senso opposto, egli e Pietro Farina camminavano, non potettero non incontrarsi. Ora, proprio in quel punto ove l’incontro avvenne, e cioè nella località Valle Scorza, si verificò l’eccidio. Si aggiunge che in quella stessa contrada, né prima e né dopo altri fu visto. A rendere una tale prova maggiormente esauriente stanno altre non meno gravi circostanze. Il bastone rotto a metà fu riconosciuto da testimoni perfettamente simile a quello che Fiore soleva portare. Inoltre, appena egli apprese delle indagini dell’autorità per l’accertamento del responsabile del delitto si rese latitante abbandonando la moglie, le sostanze ed i figli.

Quanto alla pena, la legge stabilisce pel detto reato la reclusione dai diciotto ai ventun’anni. Ora, tenuto presente tutte le circostanze del fatto, la Corte stima giusto fissarla nella misura di anni 21, oltre alle pene accessorie, spese e danni.[1]

Poco male per Vincenzo Fiore, del quale non si hanno più notizie. Molto male, invece, per la famiglia della vittima e per la sua famiglia, altra vittima innocente di questa brutta storia.

[1] ASCS, Processi Penali.