LE LORO IMMONDE VOGLIE

È già buio il 5 febbraio 1893 quando Fortunato Zappia, trentatreenne calzolaio di Cittanova in provincia di Reggio Calabria, ma residente a San Nicola Arcella, bussa violentemente alla porta di casa della settantenne Gesualda Occhiuzzi in via Marinella, perché vuole godersi la sua mantenuta Giovannina Fiorino che abita con l’anziana:

– Te ne devi andare, in casa mia queste cose non le voglio nemmeno sentire nominare! – protesta Gesualda agitandogli davanti al muso una roncola per tentare di far uscire Zappia, ma non ha fatto bene i conti perché l’uomo la disarma facilmente, la sbatte a terra, la prende per i piedi e la stramazza più volte a terra, quindi la tempesta di pugni e calci, producendole molte contusioni ad ambe le braccia, ad ambe le ginocchia ed alla schiena. Poi, lasciata l’anziana dolorante a terra, afferra per i capelli Giovannina e la trascina via, nonostante la resistenza che oppone.

Mentre Gesualda tenta di rialzarsi, Zappia e Giovannina arrivano a casa dell’uomo – oddio, casa è una parola grossa perché lui ed il suo lavorante e compaesano Domenico Tarsitani abitano nella bottega di Zappia e dormono nello stesso lettino. Dopo poco l’uomo esce per andare a comprare del vino e la donna ne approfitta per scappare e nascondersi, ovviamente non a casa di Gesualda.

Giovannina a casa dell’anziana ci torna dopo quattro giorni, la mattina del 9 febbraio. La trova a letto molto sofferente e riceve un racconto su cosa le è successo due notti prima:

Verso la mezzanotte dal 7 all’8, dopo aver gettato a terra con una leva la porta della mia casa, Fortunato ed un altro giovanotto totalmente a me sconosciuto, mentre io tranquillamente dormivo, dapprima Fortunato e poi lo sconosciuto mi gettarono violentemente sul letto e vollero per forza sfogare su me le loro immonde voglie, quandanche io ad oltranza me ne difendessi e poscia se ne andarono dicendomi un monte di parole ingiuriose e minacciose

Giovannina esce per correre a Scalea ed avvertire i Carabinieri, ma se li trova praticamente davanti perché proprio la mattina del 9 stanno svolgendo il turno di pattuglia a San Nicola Arcella, così invita il Brigadiere Santilli e i suoi due uomini ad entrare per ascoltare il racconto direttamente dalla voce di Gesualda. Santilli capisce che le condizioni dell’anziana sono abbastanza precarie e fa chiamare immediatamente il dottor Filippo Ordine per visitarla ed apprestarle le cure del caso. Il medico, oltre alle evidenti contusioni sospetta la frattura dell’ottava costola di destra e, sia per l’età avanzata, sia per la molteplicità delle percosse, stabilisce che l’anziana è in pericolo di vita.

Fortunato Zappia viene rintracciato e portato a casa di Gesualda con il suo garzone, sul quale grava il sospetto di essere lo sconosciuto di cui ha parlato la donna, che conferma l’accusa contro Zappia, ma non riconosce il giovanotto. Poi glielo fanno rivedere e questa volta la risposta è positiva, anche se a voler essere pignoli il riconoscimento appare strano sia perché lo aveva visto in faccia appena qualche minuto prima e sia perché Gesualda aveva ammesso di non poterlo riconoscere perché la scena dello stupro si svolse nel buio più totale e di aver riconosciuto Zappia dalla voce.

Purtroppo il dottor Ordine  non si è sbagliato perché due giorni dopo la povera Gesualda muore a causa della frattura della costola che ha provocato lo schiacciamento e perforazione della pleura intercostale e lesione del polmone, con conseguente polmonite traumatica.

Adesso bisogna arrestare i due sospettati, ma di Tarsitani si sono perse le tracce. Invece  Zappia, rintracciato e portato in caserma, nega tutto:

È vero che la sera del 5 febbraio mi recai a casa della Occhiuzzi ove si trovava Giovannina per condurre meco quest’ultima, ma non stà che io abbia in tale occasione percosso Gesualda, pel motivo che costei si opponesse a che io mi conducessi la Fiorino; anzi costei se ne venne meco spontaneamente ed io non ebbi bisogno di entrare nella casa della vecchia e mi rimasi sul limitare dell’uscio. La notte del 7 la passai nel seguente modo: una certa Maria Rosa, moglie di Bruno Caratozzolo, era stata richiamata dal marito perché si recasse seco lui a Galatro, patria del marito, così costei mi pregò di andare ad imballarle i mobili. Pertanto, circa le otto di sera mi recai alla casa sua in compagnia del mio garzone Domenico Tarsitani. Per strada c’imbattemmo in tre Carabinieri coi quali si fecero quattro parole, indi ci recammo ad imballare i mobili. Lavorammo fino alle tre antimeridiane indi, in unione al mio garzone ci ritirammo nella mia casa a dormire e non ci alzammo prima delle otto di mattina. Nego quindi di essere in quella notte penetrato nella casa della Occhiuzzi. Seppi la mattina stessa da Maria Longo che avevano nella notte menato alla vecchia Gesualda, ma non mi disse altro

– E Tarsitani dov’è?

Non so dove si trovi, ma siccome dovea scontare quattro mesi di carcere per sentenza del Tribunale di Palmi, può essere che si trova colà carcerato, poiché prima di lasciarmi disse che si sarebbe andato a costituire… suppongo che il sospetto che gravita su di me, altro non sia se non una macchina montata in mio danno da Giovannina Fiorino, la quale mi odia per avere io rotto la relazione seco lei, essendosi data ad amoreggiare con altri.

La Maria Rosa indicata da Zappia è Maria Rosa Jemma, la quale viene rintracciata a Cinquefrondi e interrogata:

Verso le ore otto pomeridiane del sette febbraio Zappia venne in casa mia col discepolo Tarsitani Domenico per aiutarmi a imballare i mobili e non se ne uscì che verso le cinque o sei antimeridiane. Fatto giorno, uscita ad attingere dell’acqua, m’incontrai con Giovannina Fiorino la quale mi disse che Zappia, essendo andato a trovarla nell’abitazione di Gesualda Occhiuzzi, con la quale coabitava, e non avendola vista, inveì contro Gesualda, siffattamente da lasciarla moribonda. Io le feci rilevare come Zappia erasi trovato in mia casa nelle ore sopra cennate ed ella finì col dire: “Io non posso accertare di essere stato Fortunato Zappia l’autore del ferimento poiché non fui presente, ma me lo ha assicurato Gesualda

– Quando Zappia venne a casa vostra o dopo, diede adito a sospetti?

Nessun sospetto mi ha dato Zappia quando venne in casa mia. Poi è certo ch’egli non si rese latitante ma invece continuò a lavorare come al solito.

Il Pretore di Cinquefrondi, che non sa niente di ciò che ha dichiarato Zappia, non trova nulla di strano nella dichiarazione di Maria Rosa Jemma e la lascia andare. I guai per lei cominciano quando il verbale viene recapitato al Pretore di Scalea, che si accorge immediatamente della grossolana contraddizione in cui la donna è caduta avendo dichiarato che Zappia e Tarsitani si sono trattenuti a lavorare a casa sua fino alle cinque – sei antimeridiane dell’8 febbraio. E peggiora ancora quando Tarsitani viene rintracciato nel carcere di Palmi e dichiara:

Nella notte del 7 febbraio ultimo io fui con Zappia nella cantina di un Siciliano fino alle nove di sera. usciti da quel luogo abbiamo visto per la strada una donna, la quale volle aiutata dal mio principale nel trasporto del suo bagaglio. Io mi ritirai a casa perché ero allegrotto per il vino bevuto e dopo qualche tempo Zappia venne a coricarsi nello stesso letto.

Ahi! Con questa dichiarazione Tarsitani mette nei guai non solo Maria Rosa Jemma, ma anche Zappia e sé stesso, così anche la donna finisce in carcere per favoreggiamento, ma la cella le porta subito dei buoni consigli e ritratta tutto:

Io non dissi, e certo non volli dire, che Zappia e Tarsitani fossero rimasti la sera del sette febbraio dalle otto di sera alle sei antimeridiane dell’8. Io non mi spiegai bene, forse, perché poco intendo la divisione delle ore e molto meno potrei precisare che ora fosse quella in cui vennero in mia casa. Posso solo accertare che vennero di notte, ma non so da quanto tempo era fatto notte. Tarsitani uscì pochi momenti dopo arrivato e andò a fermarsi vicino ad una bottega di vino e Zappia dopo circa quindici minuti e lui e Tarsitani andarono vial’imballaggio durò pochi minuti perché si trattava di poche cose.

– Siete sicura che le cose sono andate così?

L’ho detto, io sono una donna e poco capisco e spesso non comprendo il parlare di voi signori… non ho dunque giammai mentito o voluto mentire.

Adesso che ha chiarito la danza delle ore può uscire in libertà provvisoria. E adesso saranno davvero guai seri per i due calzolai, se finalmente non forniranno alibi solidi.

Tarsitani punta tutto sul mancato riconoscimento da parte di Gesualda:

Fui condotto nella casa ove stava la donna giacente a letto ed il Brigadiere la domandò se io fossi stato uno di coloro che l’avesse stuprata e percossa. Essa rispose di no e perciò non debbo rispondere né di violazione di domicilio, né di violenta congiunzione carnale, né delle lesioni apportanti la morte. Indico a testimoni a mio discarico il Brigadiere ed il suo dipendente.

E forse è la carta giusta da giocare perché il Brigadiere Santilli, interrogato in proposito, risponde:

È vero, condussi Tarsitani dalla Occhiuzzi per far da lei conoscere s’era stato uno dei suoi offensori. Quella infelice, quasi moribonda, mi rispose: “Non so dirvi che sia stato il compagno di Zappia nell’offendermi”. Questo e non altro disse circa l’individuo che io avea condotto.

Zappia, dal canto suo, chiede che vengano sentiti i Carabinieri che incontrò la sera del 7 febbraio quando era in compagnia di Maria Rosa Jemma e Tarsitani. Ma per lui il problema non è sentire o meno se i Carabinieri lo hanno veramente incontrato, i suoi problemi sono che né la Jemma, né il suo garzone hanno fatto parola di questo incontro e, comunque, se fosse davvero avvenuto sarebbe stato in un orario antecedente allo stupro, quindi inutilizzabile ai fini difensivi. A tagliare la testa al toro ci pensano i Carabinieri di pattuglia la sera del 7 febbraio: non hanno mai incontrato né lui, né gli altri due.

Ma per tutti e due i calzolai pesa molto il fatto di essere stati visti insieme la sera del fatto e quindi che Tarsitani non sia stato riconosciuto (o riconosciuto tardivamente) non conta nulla, sono decisivi gli stretti legami tra i due per affermare che se non ci sono dubbi sulla responsabilità di Zappia, non possono essercene nemmeno per Tarsitani.

Per gli inquirenti può bastare perché ritengono di avere raccolto elementi sufficienti a chiedere il rinvio a giudizio per: 1) Fortunato Zappia in quanto responsabile di omicidio preterintenzionale, violazione di domicilio e violenta congiunzione carnale; 2) Domenico Tarsitani in quanto responsabile di violazione di domicilio e violenta congiunzione carnale.

Per Maria Rosa Jemma il discorso è diverso: avendo Maria Rosa Jemma ritrattato a tempo opportuno la deposizione resa a favore degl’imputati affermante falsamente un alibi, va esente da pena e dichiara non farsi luogo a procedimento penale a suo carico. È il 25 luglio 1893 e la richiesta viene inviata alla Sezione d’Accusa per la decisione definitiva.

Ma arriva una doccia fredda per la Procura perché la Sezione d’Accusa osserva che prima di requerire in merito alla imputazione di omicidio oltre l’intenzione, occorre svolgere ancora la istruttoria richiamando i periti medici e, ove è d’uopo, i testimoni escussi per chiarire il tempo a cui principalmente risalì la lesione che trasse la sgraziata al sepolcro. Riportò la defunta non poche lesioni, fra cui quella al torace e per la risultanza degli atti essa fu percossa in due diverse volte, nella notte del 5 e nell’altra del 7 febbraio e nell’una ad opera del solo Zappia, nell’altra per quella di entrambi gli imputati. E perché i periti non chiarirono a qual tempo risalgono tutte le lesioni e specialmente quella nota al torace che dalla perizia parrebbe risalire al tempo del secondo fatto, così è cosa importantissima in questo procedimento togliere ogni dubbio, anche per la responsabilità che avrebbe incorso e potrebbe incorrere l’imputato Tarsitani.

Questo succede quando qualche particolare si dà per scontato, ma c’è in ballo la galera e non si può e deve dare nulla per scontato. Di certo sarà solo una pura formalità, ma meglio chiarire tutto per bene.

E i periti pensano di aver chiarito, scrivendo: la colluttazione avvenuta nel giorno sette è ben naturale che avesse aggravate le condizioni della Occhiuzzi per lo spostamento dei frammenti ossei e per pressione sugli organi interni. Nel momento dell’autopsia non si poteva determinare e stabilire l’epoca precisa della frattura della costola, sia perché il tempo decorso tra la prima e la seconda aggressione sofferta dalla Occhiuzzi fu appena di due giorni e sia perché in essa, essendo di età avanzata, non si poteva avverare la facile reazione come avviene nel corpo di persona giovine o di età meno avanzata. Qualcosa di più determinante potrebbe capirsi dai testimoni che vengono riascoltati. Il Brigadiere Santilli racconta sostanzialmente ciò che riferiscono altri testimoni:

La Occhiuzzi mi dichiarò che la prima volta, cioè nel cinque febbraio, fu percossa da Fortunato Zappia soltanto e fu allora che avvenne la frattura della costola, come ebbe a manifestarmi ripetutamente. La seconda volta invece disse di essere stata stuprata e maltrattata, ma non percossa da Zappia e Tarsitani che, per altro, non conobbe.

Ma Rosa Zirilli la pensa diversamente:

Quando mi recai il giorno otto febbraio dalla Occhiuzzi per domandarle che cosa le era accaduto nella notte precedente, mi rispose che Zappia e l’altro compagno, che non conobbe, penetrando violentemente nella sua casa, la percossero entrambi.

– Altri testimoni dicono il contrario, come spiegate questa contraddizione?

Facilmente la Occhiuzzi, per non dire di essere stata stuprata, per vergogna disse invece di essere stata percossa

Alla Sezione d’Accusa questi chiarimenti bastano per confermare le accuse nei confronti dei due imputati e Domenico Tarsitani può tirare un mezzo sospiro di sollievo. È il 13 marzo 1894 e per arrivare a sentenza bisognerà aspettare solo 4 mesi: entrambi gli imputati sono ritenuti responsabili dei reati loro ascritti e la Corte condanna Fortunato Zappia, concesse le attenuanti generiche, ad anni 15 e mesi 5, oltre alle pene accessorie, spese e danni. Assolve Domenico Tarsitani per insufficienza di prove.

Il 28 novembre 1894 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.