VINTA DALLA MISERIA

Nel 1938, Maria Naccarato, ventisettenne di Grimaldi, dopo aver lungamente convissuto more uxorio con tal Raimondo Nigro procreandovi anche un figlio, nonostante le continue promesse di matrimonio per sanare lo scandalo viene abbandonata e lasciata in mezzo alla strada.

Maria resiste finché può ma poi, vinta dalla miseria, concede i suoi favori ad Emilio e rimane incinta. Le cose per la giovane e suo figlio vanno, e sono destinate ad andare, sempre peggio ma all’improvviso torna Raimondo e le nuvole nere cominciano a diradarsi. Sono i primi del 1939.

– Marì, ho sbagliato, ci sposiamo e saniamo con le giuste nozze la nostra illecita relazione di prima, così diamo una sistemata anche al nostro figliuolo, ormai grandetto.

Maria resta senza parole, senza fiato, le gambe stanno per cederle e non sa se per la felicità o perché sa che in grembo porta il frutto dei suoi favori ad Emilio e questo significherà essere ripudiata definitivamente non appena, inevitabilmente, si saprà dell’abisso in cui è precipitata.

Dopo una notte insonne, tra lacrime e pensieri funesti, prende la sua decisione: nasconderà a tutti la sua gravidanza, anche fasciandosi così stretta la pancia da rischiare di schiattare e poi si sbarazzerà di quell’esserino, unico ostacolo al matrimonio che l’avrebbe salvata dalla riprovazione sociale in cui sa di essere caduta.

I mesi passano e nessuno si accorge di nulla. Nessuno si accorge di nulla nemmeno quando sola nella sua stamberga passa il travaglio resistendo al dolore delle doglie e partorisce una bambina, alla quale impedisce di emettere il primo, festoso urlo di vita. La soffoca e immediatamente dopo, soffrendo le pene dell’inferno per il dolore, occulta il cadaverino in un sotterraneo.

Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. Evidentemente i mesi passati con il ventre compresso dalle fasce non è passato inosservato a qualcuno che, al momento opportuno lo va a soffiare nell’orecchio del Maresciallo.

L’arrestano e confessa dove ha nascosto il corpicino, ormai in via di putrefazione, e si giustifica:

– Sono stata spinta al delitto perché non vedevo altra via per sanare la mia posizione di concubina e la posizione di illegittimo di mio figlio, accettando la proposta di matrimonio del mio amante

Forse Maria è una donna fredda, determinata, calcolatrice. O forse chi soffre la fame ed è messo ai margini della società è disposto a tutto. Non siamo autorizzati a giudicare.

Gli inquirenti, invece, devono capire che persona è Maria e di quale delitto si è macchiata, così da proporla al giudizio che le spetta. E gli inquirenti ritengono che Maria Naccarato deve essere rinviata al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio aggravato e occultamento di cadavere.

Il dibattimento si tiene nell’unica udienza del 21 giugno 1939 e sembra una causa con la sentenza già scritta. Il Pubblico Ministero, nelle sue dichiarazioni iniziali, sostiene la tesi dell’omicidio aggravato chiedendo l’ergastolo, la difesa chiede, da prassi, che il reato sia derubricato ad infanticidio per causa d’onore, con la condanna al minimo della pena.

Man mano che i testimoni, pochi, rendono le loro deposizioni, è chiaro che le cose non sono così lineari, e c’è chi non scommetterebbe più sull’ergastolo. Anche il Pubblico Ministero, prima distratto, adesso segue con attenzione ogni parola e nelle sue richieste finali, contrariamente alle sue richieste scritte, in base a più completi elementi di prova emersi al dibattimento, conclude per l’infanticidio per causa d’onore.

Adesso bisogna capire cosa farà la Corte.

Senza dubbio non si può parlare di causa d’onore a beneficio di chi sia già diffamato per immoralità sessuale. L’esordio non promette nulla di buono per Maria Naccarato, poi la Corte continua. Ma nella specie non basta dire che la donna abbia in precedenza illecitamente partorito per escludere la causa suddetta. Questa affermazione di principio, pur avendo il suo valore in astratto, prescinde dalle modalità del fatto concreto, che non possono essere trascurate.

È innegabile che qui la donna si determinò per evitare il disonore, provvedendo con le giuste nozze alla propria sistemazione ed a quella del figlio. Ella si trovava, sotto l’aspetto sessuale, in una condizione socialmente degradata ed aspirava ad una riparazione che sarebbe avvenuta se la colpa fosse stata nascosta. Dunque agì per ragion d’onore perché il nascondere la ricaduta nella medesima colpa le avrebbe aperto la via verso quella redenzione alla quale ardentemente aspirava e per cui si decise a sopprimere il frutto del proprio concepimento.

È perciò qui irrilevante la circostanza del precedente illegittimo parto, se la sua azione fu, nel secondo caso, diretta a sanare tale illegittimità, recuperando col matrimonio quella reputazione che sapeva di aver perduto. In queste condizioni non si può chiudere la via all’applicazione dell’articolo 578 del codice penale perché il legislatore, nel provvedere alla disciplina penale concernente l’uccisione dei neonati, si preoccupò appunto di quello stato di disonore e vergogna, di cui qui vi è l’esempio tipico, anche per le conseguenze irreparabili che sarebbero derivate a carico della colpevole, posta nell’impossibilità di redimersi.

Maria Naccarato è salva.

La Corte, modificato il capo d’imputazione, condanna l’imputata a 5 anni di reclusione per l’infanticidio e a 6 mesi di reclusione per l’occultamento di cadavere, oltre le pene accessorie.[1]

Non sappiamo – e non ci interessa sapere – se, scontata la pena, Maria e Raimondo si sposarono.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.