IL SANGUE DI NATALE

È il pomeriggio del 25 dicembre 1951, in contrada Capraro di Cerchiara si sta festeggiando il fidanzamento tra Giuseppina Armentano e Pietro Vito. All’inizio ci sono solo i parenti, che hanno già abbondantemente festeggiato a pranzo, poi a poco a poco la casa si riempie poiché, come è consuetudine, dove si balla può entrare quanta gente capita.

Alla festa, verso le 18,00 ci va anche un cugino di Giuseppina, il ventitreenne Antonio Lorenzo Natale, il quale si presenta con una doppietta ad avancarica a tracolla.

– Che fai con quell’arma addosso? – lo rimprovera suo zio Nicola Armentano, il padrone di casa.

No, zio, stai tranquillo che il mio fucile è scarico – lo tranquillizza mentre se lo leva di dosso e lo depone in un angolo della stanza dove si balla, seminascosto dietro un letto, sopra cui alcuni bambini stanno dormendo, quindi comincia a gironzolare per la stanza divertendosi a guardare le coppie che ballano al suono di una zampogna.

Passa una mezzoretta e Antonio va a chiedere al Capo Ballo, Luigi Aloe, il permesso di ballare e questi glielo accorda. Il giovanotto va dritto verso sua cugina Giuseppina che sta ballando col fidanzato, gliela prende dalle mani e i due cominciano a roteare vorticosamente per tutta la stanza. Poi la musica finisce e Antonio si ritira in un angolo. Passano una quarantina di minuti e il giovanotto torna dal Capo Ballo e gli fa la richiesta per un nuovo giro e di nuovo viene accontentato. Alla terza richiesta, però, Luigi Aloe risponde picche:

Non è possibile, ci sono ancora molte altre persone che devono ballare – dice scrollando le spalle.

– Non fa niente, ormai è tardi e me ne torno a casa – risponde Antonio con calma. Poi va verso l’angolo dove ha lasciato il fucile, lo prende, se lo rimette sulla spalla sinistra, è mancino, quindi saluta tutta la compagnia ad alta voce per farsi sentire ed esce da casa Armentano.

All’improvviso una detonazione all’esterno della casa fa cessare la musica e tutti gli invitati si precipitano fuori nel buio della notte: a terra c’è un giovanotto, Antonio Ruscelli, che si lamenta per una fucilata ricevuta nell’addome; accanto a lui c’è il fucile di Antonio Lorenzo Natale. C’è un fuggi fuggi generale e il padrone di casa va subito a chiamare l’unico che può affrettare i soccorsi al ferito: Rocco De Leo che ha un camioncino.

In questo frattempo, attirato dalla detonazione e dalle urla successive, accorre anche Giuseppe Natale, il padre di Antonio Lorenzo.

Compare Antonio, com’è successo il fatto? – gli chiede.

Son venuto a dividere alcuni litiganti e non so chi mi ha sparato

Poi arriva il camioncino, il ferito viene caricato nel cassone e portato a Cerchiara dal dottor Francesco Castellano. Con l’autista vanno anche Leonardo Vito e Giuseppe Natale.

Ruscelli ha un foro nell’addome largo quasi due centimetri dal quale fuoriesce un’ansa intestinale.

– È molto grave… sicuramente ha un’emorragia interna ed è inutile tentare un’operazione qui, meglio portarlo all’ospedale di Corigliano – constata il medico, che poi prova a fare qualche domanda al ferito – chi ti ha sparato?

– Antonio Natale – farfuglia – ma è stato scasualmente… eravamo fuori… ha sparato un colpo e ha colpito me

Poi perde conoscenza e nel giro di pochi minuti muore.

Antonio Natale, dopo l’esplosione del colpo si è allontanato di qualche metro e, nascosto nel buio, segue tutte le fasi successive, poi torna a casa.

Arrivano anche i Carabinieri di Cerchiara e cominciano ad interrogare le persone rimaste sul posto. Il primo a raccontare come sarebbero andati i fatti è il Capo Ballo Luigi De Leo:

– Antonio Natale è entrato col fucile, gli è stato detto di posarlo e lui lo ha messo sul letto. Poi ha ballato una prima volta e anche una seconda. Una terza volta mi ha chiesto se lo permettevo di ballare, ma poiché in quel momento stavano ballando altri, gli ho risposto di attendere ancora un po’ che non appena venisse il suo turno poteva ancora ballare. A queste parole il Natale si urtò e, presosi il fucile da sopra il letto e rimessolo a spalla, urtato ancora, ripassa da me e si congeda stringendomi la mano per andarsene. Ad un certo momento ho udito fuori di casa un tafferuglio e, pensando a qualche litigio, mi sono portato anche io fuori per vedere di che trattavasi. A questo punto mi sono trovato di fronte a una zuffa composta da Natale Lorenzo Antonio, Ruscelli Antonio ed altri che in questo momento mi sfuggono. Data l’oscurità ho cercato di dividere gli azzuffanti e, mentre toccavo loro con le mani, mi son venute dentro le mani le canne del fucile. Impaurito, le ho lasciate subito, spostandomi da quella direzione, mentre raccomandavo loro di lasciare il fucile perché era pericoloso. Ho appena fatto in tempo a spostarmi che subito ho visto la fiamma del colpo che partì dal fucile che Natale teneva. A questo punto ho sentito un grido e contemporaneamente qualcuno cascare a terra, mi sono avvicinato e ho conosciuto che era Antonio Ruscelli. Il Natale e gli altri, quando hanno visto Ruscelli giacere a terra ferito, si sono tutti allontanati, lasciando anche il fucile sul posto

Quindi c’è stata una zuffa alla quale sicuramente hanno preso parte Antonio Natale ed il povero Antonio Ruscelli. Adesso si devono identificare gli altri partecipanti per capire il motivo della rissa e, soprattutto, se Antonio Natale ha sparato volontariamente.

Ma è qui che nascono i problemi: nessuno, oltre al Capo Ballo,  sembra essersi accorto della zuffa, se mai c’è stata, e tutti giurano che quando sono usciti c’era solo Ruscelli a terra e nessuno intorno. Ma qualcuno avrà pur visto se degli invitati sono usciti subito prima o subito dopo di Antonio Natale.

– C’era un via vai di gente che entrava e usciva, nessuno ci ha fatto caso – è la risposta generale. Un bel guaio.

La mattina del 26 dicembre, Antonio Natale si alza di buon’ora, si cambia i pantaloni e si avvia alla volta di Cerchiara per andare dai Carabinieri ma, arrivato alle prime case del paese, viene sorpreso dall’Appuntato Antonino Russo e arrestato con l’accusa di omicidio volontario.

Verso le ore 18 di ieri mi sono portato nell’abitazione di Nicola Armentano perché c’era un festino. Dato il mio stato di ubriachezza mi sono portato anche il fucile. Ho chiesto all’Aloe, quale capo ballo, se mi permetteva di farmi una ballata, la risposta è stata negativa ed io, col fucile a spalla, stavo ritornando sui miei passi. Uscendo fuori della porta mi sono visto perseguitato dallo stesso Aloe e da altri che, data l’oscurità, non li ho conosciuti. Si sono buttati tutti addosso percuotendomi. A questo trambusto ci siamo arrozzulati a terra e non ho visto chi dei presenti cercava di prendermi il fucile, datasi la maggioranza degli avversari, mi hanno preso l’arma e quindi è partito il colpo ferendo certo Ruscelli Antonio.

– Hai sparato tu.

Preciso che il colpo è partito quando il fucile era nelle mani degli avversari, ma non posso precisare chi me lo ha preso

– Se le cose stanno così, perché sei scappato?

Mi sono fermato un po’ vicino al ferito, ma vedendo che la massa si allontanava, mi sono anche io allontanato portandomi nella mia casa.

– C’erano dei rancori fra te e Ruscelli?

Nessun rancore e posso affermare che eravamo intimi amici.

Se non fosse per il fatto che Antonio accusa il Capo Ballo di essere stato l’unico aggressore che ha riconosciuto, la sua versione combacia proprio con quella di Aloe. Ma dall’interrogatorio successivo comincia a contraddirsi: prima dice che quando è uscito il fucile lo aveva in spalla e poi dice che lo aveva nelle mani e poi ancora in spalla. Ammette che il fucile era carico e aveva i cani abbassati. Prima afferma di essersi fermato accanto all’amico ferito e poi, al contrario, dice di essersi allontanato subito poiché ancora mi volevano percuotere e aggiunge che in quel momento non sapeva neppure chi fosse stato ferito, tant’è che si informò da alcuni passanti. Prima aveva detto di essere ubriaco quando andò alla festa e poi dice: non ero ubriaco, ma avevo bevuto un poco di vino. Se nel primo interrogatorio aveva affermato di avere portato con sé il fucile perché era ubriaco, nel quarto interrogatorio dice di averlo portato perché intimorito dal buio e nel quinto perché così mi suggerì la mia testa. Nel quinto interrogatorio dice di avere riconosciuto tra gli aggressori anche Leonardo Vito, Pietro Vito (il fidanzato di sua cugina) e Gaetano Ventimiglia. Prima ha detto che nella zuffa tutti, lui compreso, caddero a terra, poi dice che non ricorda se cadde anche lui per terra. Nel primo interrogatorio non ha parlato di lesioni riportate nell’aggressione, ma nel quinto spuntano delle abrasioni alle mani e una ferita alla fronte che il medico che lo visita nel carcere di Trebisacce non vede.

– Come erano i rapporti con queste persone? Non è che amoreggiavi con qualche cugina Armentano e… mi sono spiegato… – insinua il Pretore.

Sono sempre stato in buoni rapporti e non ho mai amoreggiato con alcuna delle mie cugine Armentano, né con altre donne.

Il 21 febbraio, nel carcere di Castrovillari, viene interrogato dal Giudice Istruttore che gli contesta tutte le contraddizioni in cui è caduto.

– Confermo quanto ebbi a dire sempre perché ho detto sempre la stessa cosa e mi meraviglia come risultino circostanze e nomi discordanti

Il risultato dell’autopsia sembra andare contro le dichiarazioni dell’imputato, infatti i periti accertano che il colpo fu esploso a brevissima distanza – tra 50 cm e 1 metro –, che la vittima doveva trovarsi in piedi di fronte a chi ha sparato; l’arma doveva essere leggermente inclinata verso il basso perché la rosa di pallini è penetrata nell’addome di Ruscelli dall’alto verso il basso. Tutto ciò significa che, contrariamente a quanto sostiene Antonio Natale, il colpo non è partito mentre lui e i suoi presunti aggressori si stavano azzuffando a terra.

Intanto si affaccia un’ipotesi inquietante. Antonio Natale potrebbe avere avuto dei motivi di risentimento nei confronti di Ruscelli perché pare che quest’ultimo aspirasse alla mano di una sorella di quello che è sospettato essere il suo assassino, ma la ragazza lo aveva rifiutato perché soprannominato Capu Grossa! Ma gira anche una voce che avvalorerebbe, al contrario, l’aggressione ad Antonio Natale. Questi avrebbe davvero amoreggiato, forse addirittura tentato di avere dei rapporti carnali, con sua cugina Giuseppina Armentano.

Un vero ginepraio reso ancora più spinoso dal fatto che nessun testimone dice di aver visto uscire Luigi Aloe da casa Armentano prima dello sparo fatale, contraddicendo anche la dichiarazione di quest’ultimo.

In una situazione del genere, dove è evidente che tutti mentono, è bene affidarsi a deduzioni logiche. E le deduzioni logiche portano alle contraddizioni dell’imputato: non può darsi credito al prevenuto perché, a parte le numerose e palesi contraddizioni nei suoi interrogatori, l’asserto difensivo dell’aggressione e della zuffa, manca di ogni elemento di convincimento. Poi ci sono i risultati dell’autopsia e neppure il certificato medico, rilasciato 4 giorni dopo il fatto, in favore di Natale Antonio Lorenzo per il contrasto esistente fra le affermazioni dell’imputato e la deposizione del dottor Amerise porta massimamente a pensare che le discolpe sono infondate. Quanto precede lascia dedurre tranquillamente che non altri, bensì il prevenuto, fu la persona che fece partire il colpo e quindi fu l’autore materiale del delitto. Il Giudice Istruttore ritiene anche di aver individuato il movente, che ai più sfugge: il Natale, quella sera, per il divieto oppostogli dall’Aloe a continuare a ballare decise, nello stato di ebbrezza in cui si trovava, di vendicarsi dell’affronto ricevuto e, accortosi di essere stato seguito dall’Aloe nell’uscita, sparò all’indirizzo dell’avversario colpendo, invece, mortalmente Antonio Ruscelli. Detto ciò, rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di omicidio volontario, ma il dibattimento dovrà tenersi presso il Tribunale di Castrovillari. È il 9 giugno 1952.

Il 4 dicembre 1952 si apre il dibattimento che non offre novità, se non la richiesta del Pubblico Ministero di derubricare il reato in omicidio preterintenzionale. E per questo reato chiede la condanna dell’imputato alla pena di 14 anni di reclusione, più pene accessorie. La parte civile si associa ma chiede la refusione dei danni non patrimoniali, quantificati in 1.000.000 di lire. L’avvocato Baldo Pisani chiede l’assoluzione del suo assistito per non aver commesso il fatto. In subordine l’assoluzione per insufficienza di prove o, più subordinatamente, l’affermazione della responsabilità per delitto colposo e la condanna al minimo della pena con la concessione della condizionale.

Il 13 dicembre successivo, la Corte ritiene l’imputato colpevole del reato di omicidio preterintenzionale e lo condanna a 7 anni e 2 mesi di reclusione, più pene accessorie e accoglie la richiesta della parte civile fissando l’entità del danno in 1.085.870 lire.

La difesa presenta subito ricorso ma il 4 marzo 1953 la Corte d’Assise di Cosenza emette l’ordinanza di inammissibilità del ricorso perché i motivi a sostegno del proposto gravame non sono stati presentati nei termini di legge.[1]

La sentenza è definitiva ma molti dubbi restano.


[1] ASCS, Processi Penali.

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