UN SOLO COLPO AL CUORE

– Queste due tomolate di grano sono del signor Pasquale Vetere, il nostro padrone. Macinale
subito – dice Tommaso Falsetto Cutano, meglio conosciuto come Cozzetto dal cognome di sua madre, al mugnaio Raffaele Pagliuso
– Ci sono altri prima di te, mettiti in fila – gli risponde continuando a far girare la macina
Io esigo di essere preferito!
– Mettiti in fila – insiste il mugnaio e il mulattiere, sbuffando, non può far altro che ubbidire. È il 7 agosto 1888 e nel mulino di contrada Felicetti a Grimaldi la fila è lunga, così lunga che si fa sera e Tommaso Cozzetto è costretto a dormire in un campo vicino per poter macinare il mattino successivo. La mattina seguente finalmente macina le due tomolate di grano, carica la farina sul mulo e se ne va.
– Pasquà! – urla, infuriata, Maria Iacoe mentre entra nel mulino la mattina del 9 agosto
– Papà non c’è, che vuoi? – le risponde in malo modo Gaspare Pagliuso che in mancanza del padre aveva il governo del mulino
Tu hai fatto mangiare il granone ai porci? – gli dice la donna in tono minaccioso
– No, perché?
– Nel mio fondo mancano dell’erba e delle spighe di granone…
– Non ne so niente… i porci li ho chiusi…
Tu l’hai fatto mangiare? – continua imperterrita – Tu… per queste scostumatezze che hai avuto, se continuerai a dimorare nel molino di don Ciccio Vetere ti farò ammazzare!
– Davvero? E vai a chiamare quegli che mi dovrebbe ammazzare e vediamo!
Ti farò ammazzare… – lo minaccia ancora puntandogli l’indice contro, poi sbuffando se ne va nel suo campo a lavorare
Maria Iacoe torna nel mulino quando vede arrivare Raffaele Pagliuso e ripete le sue rimostranze al capo famiglia, che le risponde
– Avantieri c’è stato Tumasinu Cozzetto col mulo e ha dormito nel tuo campo, l’erba e le spighe le ha rubate lui, mio figlio non c’entra niente, vattela a prendere con lui
Maria se ne va a Grimaldi e si mette a cercare Tommaso Cozzetto. Lo incontrerà la sera del 9 agosto
– Hai rubato tu l’erba e le spighe di granone nel mio campo?
– No
– Allora è stato il mugnaio… ma dice che sei stato tu…
Ebbene andrò io dal mugnaio, se egli dice che io sono stato il ladro pagherò, ma bisogna che me lo dica in faccia! – Tommaso, scuro in volto, se ne va
È la mattina del 10 agosto, Maria Iacoe si incammina da sola per andare nel suo fondo di contrada Felicetti. Lungo la strada incontra Tommaso, anche lui sta andando lì, e fanno la strada insieme
– Mi fai montare sul mulo? – gli chiede e il diciottenne mulattiere la accontenta
– Sto andando a parlare col mugnaio, vieni pure tu con me e vediamo che dice…
Al mulino c’è già gente che aspetta di macinare il proprio grano, ma devono aspettare: la macina è piena di residui e bisogna pulirla. Così i clienti vanno al vicino canale per pescare qualche anguilla. Saranno chiamati quando tutto sarà pronto. Ora davanti al mulino non c’è nessuno.
Arrivati al mulino, Tommaso entra mentre Maria si ferma sull’ingresso. Raffaele Pagliuso sta pulendo la macina battendovi sopra con una mazza, aiutato da sua moglie e da un cliente
– Com’è questa storia che io avrei rubato l’erba e le spighe a Maria Iacoe? – gli chiede a muso duro. Raffaele Pagliuso interrompe il lavoro, si passa una mano sulla fronte per asciugare il sudore e risponde
Ti ho fatto tale imputazione perché è vera!
– È stato tuo figlio che ci ha portato i suoi maledetti porci! – urla Tommaso
– Mio figlio non può essere stato perché quella notte era altrove e non c’era ragione che la cogliesse, ragione che esisteva per te che hai dormito nel campo di Maria quella notte – gli risponde il mugnaio.
Ne nasce un violento battibecco durante il quale Raffaele fa il gesto di alzare la mazza in segno di minaccia verso Tommaso, però non si mosse. Le due donne intervengono e trascinano fuori dal mulino il ragazzo per evitare possibili danni, nel mentre continua ad inveire contro il mugnaio.
Raffaele si affaccia sulla porta inerme, senza bastone, né tampoco in atto minaccioso. Ma Tommaso, non appena lo vede, ratto come un fulmine estrae di tasca una pistola e, puntatala, l’esplode contro il povero Pagliuso.
Raffaele, con gli occhi sgranati per la sorpresa, si porta le mani al petto, barcolla per un poco e si riversa a terra cadavere!
Francesca Pagliaro, la moglie del mugnaio, non credendo la ferita mortale, si lancia addosso a Tommaso per disarmarlo e ne nasce una breve colluttazione. Tommaso però, che è più forte e agile della donna, riesce a divincolarsi e scappa, perdendo il cappello.
Quando, prontamente avvisati, arrivano i Carabinieri con il Pretore di Grimaldi e il medico condotto, non possono far altro che constatare la morte di Raffaele Pagliuso, steso supino a terra con un foro nella camicia di flanella all’altezza della mammella sinistra.
Il cadavere di Raffaele Pagliuso, 56 anni di Maione ma residente a Grimaldi, viene portato nel cimitero del suo paese e, mentre il Pretore ed il medico procedono agli accertamenti di legge sul corpo senza vita, i Carabinieri si mettono alla ricerca dell’assassino, senza riuscire a rintracciarlo.
Dopo un mese di attive ma vane ricerche, gli inquirenti hanno il fondato sospetto che sia riuscito ad espatriare clandestinamente nelle Americhe, perciò decidono, visto che le cose sono chiarissime, di chiudere l’istruttoria chiedendo il rinvio a giudizio dell’imputato con l’accusa di omicidio volontario e porto abusivo di arma da fuoco.
Anche per la Sezione d’Accusa non ci sono dubbi e, il 29 settembre 1888, Tommaso Falsetto Cutano, alias Cozzetto, viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.
L’11 dicembre 1888, martedì, la Corte dichiara l’imputato, in contumacia, colpevole dei reati a lui ascritti e lo condanna alla pena dei lavori forzati per la durata di anni 15, alle spese ed alla rivalsa dei danni verso la parte danneggiata.[1]
Tommaso Falsetto Cutano, alias Cozzetto, l’11 dicembre 1888 sta sicuramente lavorando come uno schiavo in qualche piantagione brasiliana, comunque condannato ai lavori forzati e probabilmente a vita. Di lui la Giustizia non avrà mai più notizie.


Tutti i diritti riservati. ©Francesco Caravetta

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[1] ASCS, Processi Penali.

 

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