IL CADAVERE NELLA PINETA

– Ingegnè, domani vorrei andare a casa per salutare mia moglie e i miei figli…
– E che problema c’è, Totò? Domani è pure sabato… passa domani mattina così ti do la paga per le due settimane passate
– No ingegnè, mi pagate tutto tra quindici giorni. Domani, per favore, mi date solo un anticipo di 5 lire per poter regalare qualche chaffeur che dovessi incontrare per strada e che mi accompagni da Lorica a Pietrafitta
Questo dialogo avviene il 17 ottobre 1930 tra il ventinovenne operaio Antonio Sisca e l’ingegnere Oscar Cosentini, proprietario dell’omonima segheria di Lorica, in Sila.
– Oggi te ne vai al paese? – chiede Totonno Sisca al suo paesano Atonio Tarsitano, dopo aver parlato con l’ingegnere
– Si, ti serve qualcosa?
– Quando arrivi, passa da mia moglie e le dici che domani sera sarò a casa
La mattina di sabato 18 ottobre, Totonno va regolarmente al lavoro e verso mezzogiorno, riscosse le 5 lire di anticipo in moneta di argento, si mette in cammino verso il suo paese con a tracolla la sua bisaccia.
– Totò, vai al paese? – gli chiede Eugenio Rampollino, affacciato alla finestra soprastante il tabacchino di Concetta De Marco
– Si, vuoi qualcosa di Pietrafitta? 
Noni, mi signu ricuatu stamatina… ma è finito il lavoro? te ne vai per sempre?
– No, ritorno domani o poi dimani perché il padrone mi ha promesso di pagarmi nell’altra quindicina
Così Totonno si avvia, salutando altre persone che incontra lungo la strada. Poi, man mano che si allontana dall’abitato, la strada si fa deserta, e in questo frattempo non passa nessuna vettura o camion a cui chiedere un passaggio, neanche a pagamento. Non c’è altra possibilità, per accorciare il cammino che proseguire per le mulattiere e i sentieri che tagliano valli e si inoltrano in boschi di pini e faggi, conosciuti come le sue tasche.
Ha ormai percorso poco meno di 15 chilometri e gliene mancano almeno altri 10, mentre il vento comincia a fischiare tra gli ultimi faggi. Manca poco alla rotabile che, venendo dal Fieco porta alla località Pantano di Avruzzi e chissà che da lì non passi qualcuno che lo carichi.
All’improvviso, da dietro un folto cespuglio, spunta un uomo armato di fucile
– Fermati! Dammi i soldi! – gli intima, avvicinandosi minaccioso
– Non ne ho…
‘Un dire fissarie! È sabato, stai andando a casa e quindi hai la paga della quindicina…
– No, non mi hanno pagato, te lo giuro! – lo prega, mentre l’altro si avvicina ancora. Totonno stringe nella mano la tracolla della bisaccia e, non appena l’aggressore gli capita a tiro,  colpisce la canna del fucile e comincia a correre più forte che può. Nel bosco riecheggia una tremenda bestemmia, poi l’aggressore si mette all’inseguimento di Totonno che si fa strada tra i rami bassi dei faggi, rompendoli. Poi entra nella pineta. Scivola, si rialza e continua a correre, ma l’altro lo ha praticamente raggiunto. La detonazione rimbomba e copre il fischio del vento che adesso sembra calmarsi.
Totonno è a terra. Morto. L’uomo fruga velocemente nelle tasche della sua vittima e trova il portafogli vuoto. Nelle tasche non ha niente, nemmeno la moneta da 5 lire, che ha cambiato al tabacchino, ma solo qualche soldo; niente nemmeno nella bisaccia. Bestemmia di nuovo, poi raccoglie da terra la borra di feltro della cartuccia calibro 12, caricata a pallettoni tipo capriolo, per non essere scoperto ma non trova il tacchetto di celluloide, invisibile.
Ormai è sera e Totonno ancora non si è visto a Pietrafitta. La moglie è un po’ preoccupata, ma sa che suo marito potrebbe avere avuto un contrattempo sul lavoro e magari arriverà la domenica mattina, così va a dormire.
Prima dell’ora di pranzo è chiaro che deve essere accaduto qualcosa. Lungo il tragitto ci sono dei veri e propri precipizi e il timore è che Totonno possa essere precipitato in qualcuno di questi. Vengono allertati anche i Carabinieri di Aprigliano e vengono formate squadre di ricerca per battere tutti i sentieri e mulattiere che da Lorica portano a Pietrafitta. Niente. Totonno non lo trovano e non lo troveranno nemmeno nei giorni seguenti. Allora si comincia a pensare che possa essersi allontanato volontariamente e vengono spediti telegrammi in tutte le caserme dei Carabinieri dove ci sono porti e stazioni ferroviarie. Niente. Un vero e proprio mistero.
Il 12 novembre in Sila fa freddo e dal cielo bianco cominciano a cadere i primi fiocchi di neve. Francesco Rende di Aprigliano sta cercando funghi nel bosco di Quaresima. Il paniere è pieno per metà e l’uomo decide di dare giusto un’occhiata nella parte più fitta del bosco e tornare alla sua baracca prima che la neve lo blocchi lì. Vede, a qualche decina di metri di distanza, qualcosa di strano sotto un pino basso. Si avvicina, guarda meglio e lancia un urlo: a terra c’è un morto! Terrorizzato, butta il paniere e comincia a correre all’impazzata verso il suo paese.
La prima cosa che Francesco Rende fa appena arriva in paese è bussare alla porta dei Carabinieri e raccontare la sua avventura. Sul momento non gli credono, e ciò data la sua stupidaggine, ma quando riferisce il particolare di un sacchetto accanto ai piedi del cadavere, il Maresciallo Aiutante di Battaglia Francesco Valente, comandante della stazione di Aprigliano, ha l’impressione che effettivamente dovesse trattarsi del cadavere del Sisca in quanto egli aveva una bisaccia quando si allontanò da Lorica. Valente dispone subito un servizio di perlustrazione con la collaborazione di alcuni volenterosi e,  guidati da Francesco Rende, la mattina dopo vanno sul posto. Ma purtroppo il Rende non si orienta; cercano per tutta la giornata senza alcun risultato e alla sera, sfiniti e bagnati fradici, tornano in paese. Le ricerche vengono riprese il mattino successivo con quattro Carabinieri e undici volontari che, in ordine sparso,  risalgono la collina che va dalla rotabile tra il casello cantoniere di Pantano di Avruzzi e Quaresima, appena la via mulattiera che porta alla contrada Lardone sulla destra sale nella pineta di proprietà del signor Capocchiani.
E finalmente, nel bosco, su di un falsopiano, rinvengono il cadavere di Totonno Sisca steso sul lato sinistro, con l’addome quasi tutto per terra, con la testa verso Nord ed i piedi a Sud; la gamba sinistra stesa e la destra alquanto piegata. Indossa la camicia e falsetto a maglia con mutande e pantaloni, scarpe chiodate; verso i piedi un sacchetto allacciato contenente un cestino ed un gilet, una bisaccia appena sotto una gamba e la giacchetta accanto le spalle. A circa 30 centimetri dalla testa un cappello di feltro nero ancora con le falde nella neve. Ha l’epidermide delle mani da dimostrare la morte avvenuta da almeno 25 giorni. Dalla prima impressione, il cadavere dimostra che doveva fuggire inseguito da qualcuno o per fretta. Sarà per la neve che cade abbondante e che ricopre parzialmente il cadavere, sarà per la concitazione del momento, ma nessuno nota ferite o macchie di sangue. Così, non avendo alcun sospetto di delitto circa la sua morte, che si ritiene dovuta a disgrazia, il tempo che nevicava e che da un momento all’altro fosse stato coperto il cadavere, il Maresciallo fa approntare alcune aste in forma di barella e ordina di trasportare il cadavere al cimitero di Aprigliano a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
Quando arrivano il Pretore ed il medico legale si scopre subito che Totonno è stato colpito da una scarica di pallettoni alla regione sotto scapolare destra, esplosa a breve distanza – non più di 1,60 metri –, che ha perforato il polmone e il cuore. Morte istantanea.
Il problema adesso è capire chi e perché ha ucciso. Siccome Totonno era ritenuto da tutti un uomo buono e senza inimicizie e visto il luogo solitario in cui è stato ucciso, sul movente non sembrano esserci dubbi: rapina.
A Pietrafitta comincia subito a girare la voce che Concetta De Marco, la proprietaria del tabacchino di Lorica, debba sapere qualcosa o, peggio, possa addirittura essere coinvolta nell’omicidio perché, pare, la mattina del 18 ottobre, quando Totonno passò dal suo tabacchino, gli affidò 500 lire da portare a suo marito. In più, pare che quella mattina nel tabacchino ci fossero tre sconosciuti presenti alla consegna e quindi Concetta deve sapere per forza qualcosa. Lei nega subito tutto, nega anche che Totonno cambiò la moneta d’argento da 5 lire, ma al Maresciallo appare nervosa e viene posta in stato di fermo.
Un apparente nervosismo è troppo poco per trattenere la donna, così il Procuratore del re ordina telegraficamente: Metta subito in libertà De Marco Concetta.
Gli inquirenti vanno a Lorica, ritenendo questa località come chiave principale, che da Lorica sia partita l’iniziativa per la consumazione dell’omicidio. Sul posto, con l’aiuto del Comandante del Posto Fisso di Nocelle, ripercorrono la strada fatta da Totonno e arrivano al cantiere stradale di Mellaro. Qui interrogano il capocantiere, Pietro Spiller di Asiago, il quale dice che Totonno è passato da lì intorno alle 13,30 del 18 ottobre e si è fermato pochi minuti a parlare con certo Martino Francesco da Pietrafitta. Dopo poco il Sisca si licenziò e si allontanò da solo.
Francesco Martino, però, interrogato, nega di aver visto Totonno, così entra di diritto tra i sospetti e viene fermato. Ma il Maresciallo Valente fa di più: vuole la lista completa degli operai licenziati nei cantieri stradali di Mellaro e di Nocelle dal giorno 17 al 20, compresi quelli che non lavorarono il giorno 18, per stabilire se qualcuno di essi si fosse eventualmente portato in quella località dove avvenne il delitto, aspettando qualche operaio proveniente dal cantiere o da Lorica per raggiungere Pietrafitta o Aprigliano. E siccome quel giorno era di sabato, facilmente si doveva sospettare. Ottenuti gli elenchi, Valente controlla anche se qualcuno risulti possessore di armi lunghe o capaci di commettere reati del genere, ma non ne trova nessuno con queste caratteristiche. Intanto, da un nuovo sopralluogo nel bosco dove è stato rinvenuto il cadavere, spunta il tacchetto di celluloide. Adesso potrebbe essere più semplice trovare chi ha sparato. Uno che certamente ha un fucile e usa delle cartucce con tacchetti di celluloide è il fratello di Francesco Martino, Luigi, che gestisce in società con Giovanni Tarsitano una bettola a Lorica. Luigi Martino è un appassionato di caccia e fino al 13 ottobre è stato a Lorica, poi è tornato a Pietrafitta per riscuotere la pensione di mutilato di guerra. Ma se a Lorica non c’era più già da cinque giorni prima dell’omicidio, perché sospettarlo? Perché ha un fucile calibro 12, usa cartucce col tacchetto di celluloide, suo fratello Francesco è nella lista dei sospetti e lui ci mette del suo dichiarando che non ha mai visto Totonno Sisca. I Carabinieri perquisiscono le abitazioni dei fratelli Martino e trovano due fucili calibro 12, una rivoltella in dotazione ai Carabinieri, una pallottoliera per fabbricare il piombo, qualche decina di cartucce cariche a palle, pallini minuti e parte a pallettoni, uguali a quelli rinvenuti sul cadavere. Sono nei guai e a niente servono numerose testimonianze che lo vogliono a Pietrafitta, nel rione Franconi, durante tutta la giornata del 18 ottobre.
Indagando, i Carabinieri scoprono che un certo Luigi Aquino, di Pedace ma residente a Lorica, sapeva già da venerdì che Totonno doveva andare a Pietrafitta sabato a mezzogiorno. Inoltre, Aquino spesso si tratteneva con l’ucciso e sapeva pure che si doveva pagare le giornate per circa venti giorni. Lo stesso ha il suocero nei pressi del casello di Pantano Avruzzi e spesso ha transitato per i luoghi dove fu rinvenuto il cadavere. Aquino possiede un fucile calibro 12 e 18 cartucce cariche a pallettoni, corrispondenti a quelli trovati sul corpo del cadavere. E non solo il piombo corrisponde, le cartucce hanno tutte il tacchetto di celluloide. Aquino non sa dare ampi chiarimenti circa la sua esistenza il giorno 18, dalle 12 alle 18, poiché quanto egli afferma che forse lavorò dalle ore 7 alle 19 del 18, segando legna nella segheria Del Frate, a circa 100 metri dalla casa dell’ingegnere Cosentini. Interrogato il Del Frate, presenta una libretta di lavoro dimostrando che il giorno 18 l’Aquino lavorò nella sua segheria e siccome la data è alterata con quella del 18 mentre, leggendola bene, si legge 17. Anche Aquino viene fermato come sospetto.
Poi si scopre che a 5 chilometri di distanza dal luogo dell’omicidio, in una casetta abbandonata, ha preso alloggio con tutta la famiglia, un certo Biagio Pisano, boscaiolo di Serra San Bruno, i cui precedenti non sono affatto buoni. Lo cercano, lo trovano in una baracca in contrada Mellaro e lui racconta che il 18 ottobre non ha lavorato perché, essendosi ferito ad un dito, è andato al cantiere di Nocelle per farsi medicare. Falso. Nei registri dell’infermeria del cantiere non risulta nulla. Invece risulta che dalle 11,00 alle 12,30 del 18 ottobre era nel tabacchino di Concetta De Marco, dove c’erano anche altre persone che non sa indicare. La donna, interrogata per avere la conferma su questa circostanza, nega anche questa volta e a Pietrafitta comincia a girare di nuovo la voce che Concetta stia negando per tema di rappresaglie. Anche Pisani è fortemente sospettato di aver preso parte all’omicidio perché risalta subito agli occhi degli inquirenti una grossolana contraddizione: se il Pisani dice d’essere stato dalle ore 11 alle 12,30 nel tabacchino, quando il Sisca risulta essere passato alle 12,15, come mai non fu visto dallo stesso Pisani? L’uomo finisce al fresco, subito seguito, per la seconda volta, da Concetta De Marco la quale, sostengono gli inquirenti, deve sapere qualcosa e col suo modo di pensare potrà essere complice nel delitto col nascondere il nome degli autori materiali, distruggendo le tracce di essi.
Ma c’è anche un altro fatto nuovo: in contrada Mellaro, dove adesso abita Pisani, c’è anche la segheria dei fratelli Piro dove lavora un certo Pasquale Fratto, la cui figlia amoreggia col pregiudicato Bruno Scabellone di Bovalino in provincia di Reggio Calabria, attualmente disoccupato e che, così si dice, passa le giornate a Mellaro girando in ozio ora di qua ed ora di là, lasciando sospettare che egli vivesse col ricavato delittuoso. Quando, finalmente, lo trovano e gli chiedono il motivo della sua presenza in Sila, prima dice di aver lavorato fino ai primi di novembre e poi, contraddicendosi, fino a settembre. Ovviamente nega di avere partecipato all’omicidio di Totonno. A questa contraddizione i Carabinieri aggiungono che il futuro suocero possiede un fucile calibro 12, arma nascosta proprio da Scabellone, per tema che qualcuno lo prenda, si giustifica. Nulla di più facile che lo abbia preso nascostamente e servirsene per la consumazione del delitto in esame. In ogni caso la presenza del pregiudicato in Sila non è bene accolta dal pubblico e tutti lo temono: guardatevi dallo Scabellone perché è un vagabondo capace di tutto, non lavora e trovasi in ozio girando per la Sila. Anche Bruno Scabellone va a fare compagnia agli altri 5 sospettati dell’omicidio.
I fratelli Martino fanno ricorso e vengono scarcerati per mancanza di prove. Man mano anche gli altri fanno ricorso e tutti vengono rimessi in libertà provvisoria. Poi un operaio della segheria dei fratelli Piro, Giuseppe Zaffino, fa il nome di tale Michele Silipo della provincia di Reggio Calabria, raccontando che un giorno del mese di ottobre, trovandosi in Sila per ragioni di lavoro, si presentò il Silipo con un altro individuo portando una serenata, così detta “dei caleoti” e che nella provincia di Reggio quando si deve commettere un delitto portano prima la serenata e poi consumano il misfatto. Silipo però non si trova e comunque sembra troppo poco per indagare più a fondo, così gli inquirenti abbandonano questa pista.
Non si riesce a trovare altro.
Il Pubblico Ministero, nel trasmettere gli atti al Procuratore del re conclude: le indagini palesarono del tutto insufficienti i vari indizi a carico dei sospetti. È il 15 aprile 1931.
La parola fine viene scritta dalla Sezione d’Accusa il 5 giugno successivo quando, in conformità al Pubblico Ministero, dichiara non doversi procedere a carico degli imputati, in ordine all’omicidio loro ascritto, per non aver commesso il fatto.[1]
Il fascicolo sull’omicidio di Totonno Sisca resterà aperto a carico di ignoti, che tali resteranno per sempre.


Tutti i diritti riservati. ©Francesco Caravetta

Il plagio letterario costituisce reato ai sensi dell’articolo 171 comma 1, lettera a)-bis della legge sul diritto d’autore, che sanziona chiunque metta a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera protetta (o parte di essa).

[1] ASCS, Processi Penali.

 

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