ROSINA

Nicola Ciorlia, 35 anni, stuccatore di S. Lucido, tornato dopo essere emigrato in Brasile, nella notte tra il 13 e il 14 giugno 1895 perde la testa: si insinua nel letto di sua figlia Rosina
Mio padre spense il lume e poi venne nel mio letto e mi pose quel coso col quale piscia in mezzo alle cosce, e precisamente nel luogo ove piscio pure io, però non mi fece male perché urlai. Lui mi prese a pugni e si allontanò recandosi a bastonare e soffocare mia madre perché anche lei si era messa a gridare.
Nicola si difende così davanti al Maresciallo:
– Per la durata di 13 anni ho dimorato nel Brasile a causa di lavoro, ma mi ammalai al cervello e per ristabilirmi fui consigliato dai medici di rimpatriare, cosa che feci e arrivai a S. Lucido il giorno 8 marzo ultimo. Tornato a casa mia, mi venne in testa la strana idea che la mia figlia Rosina fosse stata violentata e d’allora in poi una tale idea non mi abbandonò più; e perciò nella notte dal 13 al 14 corrente mese feci coricare mia figlia con me nel letto, le posi fra le mani il membro virile, ma essa lo respinse e perciò accertai che essa ancora non capisce nulla al riguardo. Quindi non è vero che io cercai di avere un contatto carnale con mia figlia, ma ripeto che feci quanto ho detto per accertarmi se era vergine o meno, senza però introdurre, come si vuol far credere, il membro tra le cosce. È vero poi che la sera del 13 corrente dissi a mia figlia che si doveva coricare con me ma lo feci allo scopo di visitarla e non per congiungermi con lei carnalmente
Anche la moglie di Nicola Ciorlia, Maria Antonia Santise, dà la sua versione dei fatti:
Per molti anni mio marito Nicola Ciorlia ha vissuto in America; ma si ammalò di anemia cerebrale e rimpatriò nel marzo ultimo. Giunto in S. Lucido non ha voluto più lavorare, ed io il giorno 13 corrente mese mi recai dal maresciallo dei reali Carabinieri di questa stazione affinché l’avesse avvertito a darsi a stabile lavoro. Ritornata la sera di quel giorno in S. Lucido, mia figlia Rosina Ciorlia mi disse che il padre l’aveva invitata a coricarsi con lui la notte seguente. Io, sapendo che mio marito non è sano di mente, stavo in apprensione per l’onore di mia figlia. Infatti nel corso della notte seguente, mentre stavo dormendo, fui svegliata dalle grida di Rosina la quale lamentava che il padre le aveva posto il membro virile nelle cosce e voleva violentarla. Allora immediatamente mi alzai, accesi il lume e trovai mio marito in mutande e camicia in mezzo alla stanza, ed avendogli chiesto che cosa avesse fatto, mi rispose che mi fossi andata a coricare perché non era nulla. Mi avvicinai subito al letto dove giaceva mia figlia e le domandai se era rimasta offesa, ma mi disse che suo padre aveva solo avuto il tempo di avvicinare il membro virile alla vulva, così mi coricai..
– Vi siete coricata come se niente fosse successo? – le chiede, stupito, il maresciallo.
Siccome io volevo gridare mio marito mi minacciò di morte se avessi aperta la bocca ed io per paura non aprii bocca; mi limitai solo a stare attenta se in caso avesse voluto ripetere l’attentato. Vi ripeto che mio marito non è sano di mente per l’anemia cerebrale di cui è affetto: spesso è assalito da mosse nervose ed inveisce contro di me e dei miei figli percuotendoci a tutti con bastonate.
Gli inquirenti assumono molte informazioni su Nicola Ciorlia e accertano che gli piace molto bere. Ma gli piace così tanto che quando lo fa, si ubriaca al punto da diventare incosciente. Così, per avere conferma del suo stato di salute mentale, ordinano che sia sottoposto a perizia psichiatrica.
La diagnosi è impietosa: alcoolismo cronico con ottundimento delle facoltà psichiche (…) gli effetti dell’intossicazione alcoolica si manifestano con fenomeni psicopatici consistenti specialmente nella paura che lavorando possa morire. La sua eccitabilità, come il mutamento avvenuto del suo carattere, si debbono considerare esistenti da parecchio tempo prima che commettesse il reato di cui deve rispondere. Il Ciorlia si trova in una condizione mista d’intelligenza offuscata e di ragione indebolita, d’umore triste e di timori esagerati, di passioni eccitabili alla minima occasione, d’indifferenza e d’attaccamento provvisorio ad una idea qualunque, sia pure la più stravagante, e che quindi lo stato d’infermità della sua mente, sebbene non gli tolga la totale coscienza e libertà dei propri atti, è tale da compromettere in modo significativo la sua imputabilità.
Nonostante ciò i magistrati decidono di processarlo ugualmente e lo condannano a due anni di reclusione, alla perdita della patria potestà e al risarcimento dei danni subiti da Rosina. [1]

[1] ASCS, Processi Penali

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