È il 15 giugno 1950, verso le tre di notte un leggero chiarore verso est annuncia che tra circa un’ora e mezza sorgerà il sole. Qualcuno ancora dorme, altri si sono già alzati per andare a lavorare. Tra questi ultimi c’è Pasquale Lannia, sessantacinquenne contadino di Rota Greca, che deve andare in montagna con l’asino. Mentre scende le scale di casa per andare a prendere l’asino nella stalla sente la sua cinquantunenne vicina di casa Emilia Fiore gridare:
– Cornuto, ora vado dal Sindaco! – Lannia non ci fa caso perché urlare e sbraitare contro chiunque è il tratto dominante del carattere di Emilia e va alla stalla.
Carmela Romano ed il marito Osvaldo Fiume, entrambi trentenni, invece stanno dormendo, ma Carmela viene svegliata dalle urla di Emilia e sveglia il marito scuotendolo e dicendogli:
– Osvà, Osvà… l’hai sentita a Emilia che gridava Cornuto, ora vado dal Sindaco?
– No, non ho sentito niente – risponde, poi borbotta qualche maledizione mentre controvoglia si alza, orina nel vaso da notte, poi si affaccia alla finestra mentre comincia a vestirsi e vede passare correndo, illuminato dalla lampadina elettrica posta all’angolo di casa, Guido Fiore, il fratello di Emilia, quindi appena vestito esce.
Anche la trentenne Modesta Migliano ha sentito le urla, è saltata dal letto e si è affacciata alla finestra, ma in strada non c’è nessuno, poi uno scalpiccio affrettato e passa sotto la finestra Guido Fiore con indosso un pantalone bianco, una maglia bianca e con un pezzo di legno in mano che va verso la casa del Sindaco. Modesta scende in strada, si appoggia ad un muretto e dopo qualche minuto vede tornare Guido. Ha paura, trema e si volta dall’altra parte.
Mentre Carmela e Osvaldo discutono intorno alle urla, Pasquale Lannia ha preso l’asino e si sta avviando verso la montagna, quando vede Guido Fiore che gli passa davanti camminando fortissimo. Intanto Osvaldo è uscito e si è messo a sedere sul muretto di fronte casa sua per arrotolarsi una sigaretta. Trafelata, arriva la moglie di Pietrangelo Nisi, che gli dice:
– Vieni qua che c’è una morta che non si sa chi è…
Pasquale accende la sigaretta e segue la donna. Arrivati sul posto, senza avere il tempo di guardare il cadavere, Pietrangelo Nisi gli dice di andare a chiamare la guardia municipale, che a sua volta va a svegliare il Sindaco, il quale si veste in fretta e furia e corre sul posto.
Il cadavere è in posizione prona, addossato allo spigolo della casa di Mario Longavita e appartiene ad una donna molto robusta. Ha le gambe piegate come in ginocchio, le braccia piegate all’indietro, la testa appoggiata sopra le braccia e la fronte a terra. Indossa una camicetta rossastra e una gonna bleu. È scalza. Nessuno l’ha ancora riconosciuta, così viene fatta alzare leggermente la testa, giusto il tempo di permettere al Sindaco ed al Vice Sindaco, anche avvertito, di riconoscerla, poi la testa viene rimessa nella identica posizione. È Emilia Fiore.
Sono le cinque quando la guardia municipale bussa alla porta dei Carabinieri di Lattarico. Il Maresciallo Capo Giovanni Billeci fa preparare in fretta i suoi uomini e nel frattempo avvisa il Pretore di Montalto Uffugo, competente per territorio, ed il dottor Filindo Ricci per eseguire gli accertamenti medici. Giunti a Rota Greca, i militari cominciano ad indagare e per primi vengono ascoltati Modesta Migliano, Pietrangelo Nisi, Pasquale Lannia e Osvaldo Fiume e anche questi ultimi raccontano di aver visto Guido Fiore che indossava pantaloni bianchi e maglia bianca. Ma nelle loro dichiarazioni sembra che qualcosa non quadri e il Maresciallo li inserisce nella lista dei possibili autori, o quantomeno complici, del crimine, oltre ovviamente a Guido Fiore, il fratello di Emilia, sospettato non solo perché è stato visto andare avanti e indietro da casa sua, posta al piano superiore della casa abitata dalla sorella, ma perché tutti i testimoni che man mano si avvicendano davanti al Maresciallo raccontano che Guido ed Emilia non andavano d’accordo da anni a causa dell’eredità paterna andata a Guido, ma che Emilia pretendeva. Voci da verificare.
Il dottor Filindo Ricci esamina esternamente il cadavere e riscontra alla regione occipitale cinque ferite da taglio a margini netti, interessanti il cuoio capelluto e tessuti sottostanti fino alla teca ossea, una infrazione dell’osso occipitale senza perdita di sostanza cerebrale. In corrispondenza della regione frontale ed all’altezza della bozza frontale sinistra, due contusioni simmetriche senza soluzione di continuo della cute, con probabile frattura della teca ossea sottostante. Una vasta ferita da arma da taglio all’avambraccio sinistro, interessante cute e tessuti muscolari sottostanti fino al radio.
Bisogna arrestare Guido e sentire cosa ha da dire, così il Maresciallo Billeci va a trovarlo a casa ma, passando dal primo piano trova aperta la porta di Emilia e si ferma a dare un’occhiata: il letto è scoperto, un paio di ciabatte di gomma sono dinanzi al letto, su di una sedia un bustino reggiseno di colore bianco e sopra un’altra sedia un vaso da notte di terracotta. Nessuna traccia di disordine che potrebbe far pensare ad una eventuale colluttazione.
Poi sale al secondo piano, anche per cercare qualche oggetto insanguinato che chiarisca tutto subito. Niente.
– Quando è stata trovata uccisa la mia sorella di padre, Emilia Fiore, io mi sono alzato e sono uscito di casa verso le cinque – attacca Guido.
– Veramente alcuni testimoni dicono di avervi visto fuori intorno alle tre con indosso pantaloni e maglia bianchi – gli contesta il Maresciallo.
– Sono uscito di casa, replico a dire, per la prima volta verso le cinque, vestito come mi vedete, cioè giacca e pantalone bleu, rigati bianchi. Faccio presente che io e mia sorella non andavamo d’accordo per ragioni d’interesse in quanto abbiamo avuto una causa civile circa dodici anni fa e da allora non mi sono trattato più con lei.
Data la tranquillità che regna in casa di Guido Fiore e tenuto anche conto che egli dai rotesi e dalle autorità locali è ritenuto incapace di commettere simili delitti, il Maresciallo crede opportuno non arrestarlo, orientando le indagini in altre direzioni. E capita proprio a proposito il fatto che nel frattempo nei pressi del cadavere vengano trovate delle impronte di scarpe marcatamente a punta e curvilinee, che presentano anche un difetto al tacco della scarpa destra. Scarpe che nessuno ha mai visto ai piedi di Guido Fiore, né a quelli degli altri due possibili sospettati Lannia e Fiume. A chi appartengono le scarpe che hanno lasciato le impronte? A Prinzivalle Bisceglie, colono della povera Emilia, con la quale nemmeno lui andava d’accordo. I Carabinieri vanno a casa per porlo in stato di fermo, ma non c’è, è partito a cavallo prima dell’alba per andare a Fuscaldo, dice la moglie. Il Maresciallo telegrafa immediatamente ai colleghi per trarlo in arresto e poco dopo arriva la notizia che Bisceglie è in caserma.
– Non so a che ora di preciso mi sono alzato perché non posseggo orologio. Dovevo recarmi a Fuscaldo Marina da un mio cognato a portargli del vino. Non appena alzato condussi il cavallo a bere alla fontana e poi ritornai a casa per dargli la biada e in attesa che mangiasse mi buttai sul letto e non so quanto tempo è trascorso. Mi alzai che era giorno e partii. In piazza mi incontrai con Osvaldo Fiume che aveva in mano un pezzettino di sigaretta, gliela chiesi e me la diede, poi l’ho visto che bussava alla porta della guardia municipale Umberto Bottino. Fuori il paese ho incontrato Antonio De Fiore e Oronzo Riccioli, con i quali ho proseguito fino al mulino “Sparte le vie”. Siccome avevo il cavallo scarico, mi sono fermato e ho fatto un carico di legna che ho portato a mio cognato.
– Eravate colono di Emilia Fiore?
– Tengo a mezzadria un appezzamento di Emilia Fiore, con la quale per il suo carattere bizzarro non andavo d’accordo, tanto che sapevo che mi voleva sfrattare.
– E le impronte delle vostre scarpe vicino al cadavere che cosa ci fanno?
– Nel pomeriggio del 14 giugno mi recai da Mario Longavita per contrattare un viaggio a Cosenza, ma prima di definire il prezzo, Longavita volle essere aiutato a riparare un biroccio e mi sono trattenuto con lui circa due ore e poi, nonostante non ci siamo messi d’accordo sul prezzo del viaggio, siamo entrati nel suo negozio e gli ho fatto gli auguri per la nascita del suo bambino e mi ha offerto due bicchieri di vino…
– E questo cosa c’entra con le impronte?
– Faccio presente che il punto ove riparavo il biroccio dista dal punto ove è stato trovato il cadavere solo qualche metro…
Fatti i dovuti riscontri, gli inquirenti non ci mettono molto a capire che Bisceglie, Fiume e Lannia con l’omicidio non c’entrano niente e li rimettono in libertà. Resta il fratello Guido, al quale viene sequestrata una scure con una macchia che potrebbe essere di sangue e viene disposta una perizia per accertarne la natura. Guido questa volta viene arrestato e viene interrogato dal Pretore come imputato di omicidio volontario.
– I rapporti tra me ed Emilia, mia sorella di padre, sono sempre stati tesi a motivo del fatto che insultava continuamente con le ingiurie più atroci e con le parole più luride sia me che mia moglie e tutti gli altri di famiglia.
– Ci sarà stato un motivo, giusto o sbagliato che sia, per aver tenuto questo atteggiamento…
– Lo ignoro… la ragione di tutto potrebbe rinvenirsi soltanto nel fatto che, circa dodici anni or sono, il suo germano Francesco e mio consanguineo, partendo in America credette opportuno incaricare me dell’amministrazione della quota di eredità pervenutagli dalla madre anziché lei. Ma ciò è soltanto una mia supposizione poiché in effetti, ripeto, che io nessuna giustificazione e nessuna causa posso indicare come spiegazione del suo comportamento.
– E la notte del quindici cosa è successo?
– Fui svegliato dalle grida inconsulte che Emilia lanciava dal vano sottostante da lei occupato; potei udire che mia sorella mi lanciava degli improperi e delle parole scurrili che colpivano anche l’altra mia sorella Marietta, ora a Buenos Aires, e mia madre, per cui le gridai da sopra di smetterla perché la gente doveva dormire e l’indomani si sarebbe parlato di tutto…
– Di tutto cosa?
– Intendevo dire che all’indomani avrei provveduto perché non si avesse più a verificare in incidente del genere. A questo, mia sorella rispose di stare zitto e profferendo la frase lurida “stai zitto tu, cornuto, che a tua madre e a tua sorella ci hanno fatto ‘ a fissa e lu culu che financo glielo hanno cucito!”. Nell’udire profanare la memoria di mia madre ed offendere l’onore di mia sorella, mi alzai dal letto e cominciai a passeggiare per la stanza dicendo sempre che l’indomani avrei provveduto a parlare col Sindaco e col Maresciallo. Ad un certo punto, per calmarmi un poco, accesi una sigaretta e mi affacciai alla finestra. Così vidi che Emilia era uscita da casa e nel vedermi affacciato profferì queste parole: “dal Sindaco ora ci vado io!”. Persi la pazienza e, rientrato, andai in cucina dove presi un legno e con questo corsi fuori – il Pretore prende il pacchetto di sigarette che tiene sulla scrivania, ne fa scivolare una fuori e la offre a Guido, poi ne prende una per sé e mentre il fumo azzurrognolo comincia a salire con lente volute verso il soffitto, gli fa cenno di continuare –. Raggiunsi Emilia al punto ove è stata trovata cadavere ed alzai il bastone per colpirla. Emilia si parò il viso alzando entrambe le braccia per modo che il colpo la raggiunse all’avambraccio ed alla fronte; le tirai un altro colpo di legno alla regione occipitale. A questo secondo colpo Emilia si accasciò al suolo ed io non ricordo se nel vederla accasciare le abbia o meno inferto un altro colpo. Comunque i colpi non furono più di tre. Nell’allontanarmi Emilia rimase prona al suolo nell’identica posizione in cui l’avete trovata. Vedendo che non dava alcun segno di vita, sono scappato…
– In realtà le ferite refertate sul cadavere sono cinque, come lo spiegate?
– Non so darvi ragione del perché…
– Le ferite, secondo la perizia furono inferte da arma tagliente, presumibilmente da una scure, mentre voi dite di averla colpita con un legno e ciò è impossibile.
– Il mezzo da me adoperato fu soltanto ed esclusivamente un legno da ardere ricavato da una pianta di ulivo a spigoli vivi, derivato dall’avere ridotto a pezzi un tronco con la scure.
– Quindi non avreste colpito vostra sorella con la scure che abbiamo sequestrato?
– No, la scure sequestratami, per quanto possa ricordare, non fu adoperata né il giorno 15, né i giorni precedenti… forse fu adoperata nel decorso inverno e ciò perché la scure era inservibile per avere il manico poco fermo, tanto che era infilata alla rovescia, e perché il taglio non era affilato.
– Eppure ci sono macchie di sangue…
– È impossibile, non posso credere che ci siano macchie di sangue.
– Ma la ferita sul braccio di vostra sorella, molto profonda, è stata chiaramente prodotta da arma tagliente…
– Può essere stata benissimo prodotta dal legno perché, come ho detto, si trattava di legno a spigoli molto vivi e quindi, se si pensa alla violenza del colpo e dal fatto che il legno sia arrivato sul braccio con la punta, ben poteva procurare una ferita profonda e a margini netti.
– Dite la verità, volevate ucciderla e il delitto lo avete premeditato…
– Escludo di avere avuto intenzioni omicide. Mai mi era passato per la testa di commettere il misfatto che ho commesso. Per il passato ho sempre tollerato le contumelie di mia sorella, ma la mattina del giorno 15 fui accecato dall’ira principalmente perché, come ho pure detto, Emilia insozzò la memoria di mia madre morta quattro anni or sono. Nessuna premeditazione quindi. Corsi fuori con la maglietta e i pantaloni soltanto ed a piedi scalzi.
– Vi hanno visto con i sandali ai piedi.
– È falso. Nessuno era presente al fatto.
– Va bene, ma se davvero avete colpito vostra sorella con un pezzo di legno, vi basta mostrarlo e la questione è chiusa!
– Nel rientrare a casa il legno lo buttai sulla catasta degli altri legni, ma dopo la perquisizione dei Carabinieri, essendomi accorto che il legno era macchiato di sangue e vi era qualche capello attaccato, pensai di bruciarlo…
– Quindi, da quanto avete detto finora, il fatto della procura fatta a voi da vostro fratello Francesco non c’entra niente col delitto?
– Emilia, dopo che Francesco dalla California aveva a me inviato la procura per l’amministrazione di due tomolate di terra di sua proprietà, trascendeva di sovente e per ogni nonnulla ad ingiurie verbali e a minacce anche nei confronti di mia moglie.
– E l’eredità di vostro padre?
– Emilia, nel passare a nozze, aveva avuto la sua quota dell’eredità paterna e materna. Quando lei si sposò io ero piccolissimo, poi si divise dal marito e alla fine era vedova…
Nonostante la perizia sulla scure dia torto alla Procura perché quelle che sembravano macchie di sangue non lo sono, Guido Fiore viene rinviato al giudizio della Corte di Assise di Cosenza per rispondere di omicidio aggravato e porto abusivo di scure.
La causa si discute il 15 novembre 1951 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, ritiene l’imputato colpevole di omicidio aggravato e porto abusivo di scure e, con la concessione dell’attenuante di avere agito in stato d’ira per fatto ingiusto della vittima, tenuto conto della recidiva specifica, lo condanna ad anni 11 di reclusione e giorni 10 di arresto, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.
Il 13 gennaio 1955 la Corte di Appello di Catanzaro in riforma della sentenza di primo grado, concede all’imputato anche l’attenuante dei motivi di particolare valore morale e riduce, di conseguenza, la pena ad anni 9 di reclusione. Nello stesso tempo, in applicazione del D.P. 19 dicembre 1953 n. 822, dichiara condonati anni 3 della pena, che resta fissata in anni 6 di reclusione.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.