GABRIELE ‘U PIGNATARU

Cosenza, è la mattina del 3 ottobre 1899 quando il Carabiniere Rodolfo Contro, comandato di servizio sul ponte che conduce dalla Piazza Piccola a quella di Verdura, sente esplodere due colpi di arma da fuoco e contemporaneamente vede fuggire, alla distanza di circa ottanta o novanta metri, due individui. Si mette ad inseguirli ma i due, per la moltitudine della gente e per i vicoli vicini, riescono a fare perdere le loro tracce. Mentre il Carabiniere torna in caserma per avvisa dell’accaduto il Maresciallo Leopoldo Tasso, comandante la stazione del capoluogo, si imbatte in uno dei due fuggitivi, l’agguanta e lo  porta dal Maresciallo, il quale manda tre uomini alla ricerca dell’altro fuggitivo, mentre lui, fatto chiudere l’uomo in camera di sicurezza, inizia le indagini per capire a cosa sono stati dovuti i due colpi di arma da fuoco e non ci mette molto a ricostruire sommariamente l’accaduto:

verso le undici e mezza, il ventiquattrenne pregiudicato Gabriele Matragrano, di professione pignataro (fabbricante di pentole e vasellame di terracotta. Nda), il ventottenne sarto Luigi Gaudio ed il diciottenne Francesco De Angelis, fornaio da Seminara, stavano giocando una partita a tressette nella cantina di Santo Pellegrino in Piazza della Verdura. Tra i giocatori sortiva un diverbio, proprio nel momento in cui nella cantina entrava il ventottenne Giuseppe Zucco, fornaio anche da Seminara, zio di De Angelis, che vedendo il nipote e gli altri due litigare, rimproverò Matragrano e Gaudio. Quest’ultimo, risentitosi per il richiamo, uscì dalla cantina ed appena fuori chiamò fuori Zucco minacciandolo con un coltello. Zucco, benché inerme, si lanciò contro l’avversario ma venne trattenuto dai presenti e Gaudio ne approfittò per sputarlo sul viso. Poi tutti si calmarono, ma pochi minuti dopo Zucco, mentre si trovava sull’angolo di via Gaeta a ragionare con alcuni suoi amici, si accorse che di là passavano Matragrano e Gaudio e quest’ultimo, lasciato il compagno, chiamò a sé Zucco, che senza fare ostacoli gli si avvicinò, mentre Matragrano restava a pochi passi estraendo da una tasca una rivoltella, che asportava senza licenza, esplodendo contro Zucco due colpi, dei quali uno a vuoto, mentre l’altro lo colpiva sotto la mammella sinistra producendo una lesione pericolosa di vita. L’autore ed il complice, appena commesso il fatto, si diedero alla fuga asportando l’arma feritrice.

Zucco viene portato in ospedale, poi nel primo pomeriggio va ad interrogarlo il Pretore e la scena descritta dal Maresciallo si arricchisce di particolari:

– Insieme ad altri sei panettieri mi sono recato a mangiare mazzacorde ed a  fare una partita alle carte nella cantina di Gennarino De Marco, gestita da Santo Pellegrino, ove trovammo altri due giovanotti, uno a nome Luigino, sarto, e l’altro un pentolaio di circa venti anni, del quale ignoro le generalità, ma che riconoscerei. Tutti e nove giocammo a vino e fatto il padrone, che la sorte prescelse in mio nipote Francesco De Angelis, lo stesso lasciò senza bere i due giovanotti, che per tal fatto mossero delle doglianze. Io credetti di poter prendere la parola e dire che, dal momento che il padrone teneva a disposizione il vino, era libero di distribuirlo come meglio gli piaceva. Si fu allora che il sarto cacciò il coltello e fece atto di vibrarne un colpo a mio nipote, ma i presenti si interposero come pacieri. I due compagni uscirono dalla cantina, senza dubbio allo scopo di andare ad armarsi, e dopo una ventina di minuti, quando io e gli altri panettieri ci trovavamo dinanzi la bottega di un pizzicagnolo vicino al Vico Bombino, si avvicinarono alla nostra comitiva. Il sarto Luigino mi ha chiamato col pretesto di dovermi dire una parola e come gli sono stato vicino mi ha chiesto spiegazioni del motivo per cui nella bettola avevo preso le difese del padrone del vino. Però non avevo ancora finito di dirgli che il padrone del vino era mio nipote, quando il suo compagno, il pentolaio, ad una decina di passi mi esplose in direzione del petto un colpo di rivoltella colpendomi al torace ed un secondo colpo che, come ho sentito dire, colpì una donna. Atterrito cercai scampo nella fuga e mi riparai nella trattoria dell’Excelsior. Ritengo che il sarto Luigino sia complice del pentolaio che mi ha sparato, a motivo che egli mi chiamò per farmi sparare e quando mi fu vicino si staccò alquanto per rendere agevole al pentolaio di dirigere bene i colpi…

Per fortuna il ferimento di una donna è solo una voce incontrollata e non vera.

Tornato in caserma  il Maresciallo, interroga Luigi Gaudio, mentre Gabriele Matragrano ‘U Pignataru sembra essersi volatilizzato.

– Verso le dieci antimeridiane di stamattina – Luigi Gaudio comincia la sua versione dei fatti – ho incontrato Gabriele Matragrano e parecchi panettieri fra i quali vi era anche Giuseppe Zucco ed un giovinotto di cui ignoro le generalità e tutti uniti ci recammo in una cantina nella Piazza dell’Erba, ove incominciammo a giuocare a vino. Dopo tre o quattro partite, se ben ricordo, uscì padrone il giovinotto e lasciò senza bere me, Matragrano ed altri due giocatori. Io mi ritenni di ciò offeso e venni a diverbio col giovinotto, senza però inveire in qualsiasi modo contro di lui, ma intervenne nella briga Giuseppe Zucco che, dicendo che si fosse fatta finita, mi scagliò contro una bottiglia, colpendomi alla scapola sinistra. Intervenuti gli astanti, ogni ulteriore inconveniente fu scongiurato ed io e Matragrano uscimmo dalla cantina. Non appena fuori comprai un pane che andavo a portare in mia casa e, tornato ad uscire sul ponte dei pignatari (altra denominazione del Ponte di San Francesco. Nda) incontrai Matragrano e unitamente a lui mi avviai verso la Piazza Piccola. Ivi arrivato vidi che Giuseppe Zucco stava fermato con diversi individui in fondo alla strada che mena al Ponte di San Francesco, perciò mi sovvenni dell’offesa poco prima ricevuta. Lasciai Matragrano e mi avvicinai a Zucco. Lo chiamai ed egli si distaccò dai suoi compagni di parecchi passi avvicinandosi a me. Lo domandai perché nella cantina aveva preso le parti di quel giovinotto, mentre mi aveva appena risposto che quel giovinotto era suo nipote, intesi la detonazione di un colpo di rivoltella proveniente dalle mie spalle ed immediatamente dopo un secondo colpo. Allora io, senza volere più sapere quello che era successo, mi avviai verso Piazza Piccola, ove finii fermato da un Carabiniere ma, avendo costui appreso dagli astanti che io non avevo preso alcuna parte al fatto delle revolverate per cui era rimasto ferito Zucco, mi lasciò libero. Però, avendo appreso che ero ricercato dalla forza pubblica, mi diedi alla latitanza. Questa è la verità dei fatti, io non ho preso parte alcuna al reato commesso da Matragrano, né chiamai da parte Zucco e così dare agio a Matragrano di colpirlo.

– I testimoni presenti nella cantina hanno detto che sei uscito con Matragrano per andarvi ad armare, che siete tornati, hai chiamato fuori Zucco e lo hai minacciato col coltello.

– Non è vero perché al momento del commesso reato io ero inerme, avendomi perquisito il Carabiniere che mi fermò.

– E perché Matragrano ha sparato contro Zucco?

– Ritengo che Matragrano si sia spinto a far fuoco contro Zucco perché anche a lui nella cantina tirò contro una bottiglia o un bicchiere.

Insomma, anche se Gaudio e Matragrano sono affiliati alla mala vita cittadina e dovrebbero rispettarne il codice, quando si tratta di andare in galera, le regole non valgono e ognuno pensa per sé.

Poi al Delegato di Pubblica Sicurezza Francesco Avallone arriva la soffiata giusta per arrestare Matragrano, che si nasconde nella casa colonica di Gabriele Imbrogno in territorio di Zumpano. La notte del 25 ottobre Avallone ed i suoi uomini, coll’assistenza dei Carabinieri e delle Guardie di città, prima circondano la casa per evitare che il ricercato possa scappare, poi bussano alla porta, entrano e trovano Matragrano che dorme come un ghiro. Lo svegliano, gli mettono i ferri ai polsi, arrestano per favoreggiamento anche Imbrogno, li portano in Questura e li interrogano.

– Credo che il mio arresto mette capo un colpo di rivoltella che giorno 3 scorso esplosi contro Giuseppe Zucco a seguito di un alterco tra di noi svoltosi pria nella bettola di Santo Pellegrini e di poi terminato poco più in giù della panetteria di Maria Garofalo, nei pressi del ponte San Francesco.

– E a cosa fu dovuto questo alterco?

– L’alterco ebbe luogo nel seguente modo: verso le otto antimeridiane di quel giorno, io, il mio amico Luigi Gaudio alias Muffi Muffi, e parecchi panettieri combinammo di andare a far colazione nella bettola di Pellegrini ove, dopo di aver mangiato mazzacorde, ci ponemmo a giuocare a vino, facendo in ogni partita il padrone di due litri. Dopo che si consumarono otto litri, che andarono ripartiti quasi ugualmente fra gli otto giuocatori, dei quali posso solamente indicare Pasquale De Marco, Giovanni Vaccaro, Luigi Gaudio e Luigi Sorrentino, si pensò di passare all’ultima partita, alla quale presero parte Francesco De Angelis ed un altro panettiere che non conosco. La sorte favorì De Angelis che essendo padrone di dieci soldi di vino lo ripartì in modo che io, Gaudio e due panettieri restammo all’ombra. Io non feci caso a quel riparto sebbene non avessi bevuto, ma Luigi Gaudio se l’ebbe a male e rivolgendosi a De Angelis gli chiese spiegazione circa il motivo per cui non gli aveva dato da bere, non senza chiedergli se avesse tenuto quel contegno perché egli prima non aveva dato da bere allo zio di lui. De Angelis rispose che non era tenuto a dargli da bere e con lui prese la parola pure lo zio, che mi dite chiamarsi Giuseppe Zucco, il quale ebbe a dire che se gli piaceva giuocare poteva farlo, ma che del vino il nipote poteva fare quel riparto che meglio gli piaceva. Gaudio rispose a Zucco che non gli spettava di immischiarsi in quel discorso e poiché costui cercò di avventarsi su di lui, io e tutti gli altri ci ponemmo in mezzo da pacieri e li separammo, ma nella colluttazione Zucco scagliò una bottiglia contro Gaudio colpendolo alle spalle e contro di me tirò un bicchiere, che però non mi raggiunse, e ritengo che a tanto si decise perché ritenne che io parteggiassi per Gaudio. Dopo di ciò io e Gaudio andammo via, ma mentre il mio amico cercava di acquistare un pane, vide nelle vicinanze del ponte di San Francesco quel gruppo di panettieri, tra cui era Zucco. Credo che Gaudio dovette ricordarsi della quistione avuta poco prima con costui poiché gli vidi cacciare il coltello e chiamare Zucco, che dovette accorgersi che io ero rimasto indietro a breve distanza e dovette pensare che fossi di concerto con Gaudio ed in suo aiuto. Allora fece una mossa che a me parve mirasse a cercare qualcosa nella saccoccia e, pur non vedendo estrarre nulla, cacciai la rivoltella e a breve distanza gliene esplosi contro due colpi, dandomi immediatamente alla fuga, mentre di Gaudio non so cosa ne avvenne.

– I testimoni presenti nella cantina hanno riferito che tu in effetti parteggiasti per il tuo amico Gaudio e che nell’uscire dalla cantina minacciasti chiunque fosse uscito. Ma la cosa più seria è che tanto la vittima che i testimoni affermano che, allorquando si trattò di sparare i colpi, Gaudio chiamò Zucco con un pretesto e si allontanò di un tratto per lasciarti il largo per poter sparare.

– Non è vero!

– Sei stato sempre in casa di Gabriele Imbrogno?

– Sono stato ricoverato per parecchi giorni da Raffaele Imbrogno, mio cugino perché mia madre e suo padre erano germani, e poi per sette o otto giorni mi ha ricoverato Gabriele Imbrogno a casa sua. Tutti e due sapevano che io ero colpito da mandato di cattura…

Come mettere nei guai chi lo ha aiutato!

Poi viene interrogato Gabriele Imbrogno, il secondo presunto favoreggiatore in ordine di tempo.

– Mi credo innocente dell’imputazione perché sono stato tratto in inganno da Matragrano, che è rimasto in casa mia solo per tre giorni e non per sette o otto come egli dice.

– Quale sarebbe l’inganno?

– Mi fece credere che, avendo saputo dal suo avvocato che la persona da lui ferita stava meglio per cui il mandato di cattura si sarebbe ritirato da un giorno all’altro e perciò mi disse che non era conveniente presentarsi alla giustizia per come gli consigliai.

Due mammolette, ma i loro certificati penali parlano di furti, lesioni, porto abusivo di arma da fuoco, minacce ai genitori.

Viene arrestato anche Raffaele Imbrogno, il primo a dare ospitalità al latitante Matragrano e, interrogato, racconta:

– Gabriele Matragrano è mio cugino, essendo sua madre sorella a mio padre. Non è vero, però, che durante la sua latitanza io lo abbia ricettato in casa per sottrarlo alle ricerche della giustizia. Se egli e l’altro Imbrogno asseriscono che Matragrano stette da me, non dicono il vero. Possono dire quello che vogliono, ma se egli fosse venuto da me non lo avrei mai accettato perché ho in casa mia moglie e mia sorella zitella e poi io, per ragioni di lavoro, sono costretto a stare tutto il giorno lontano dalla mia casa colonica e certe sere mi ritiro anche a tarda ora. In quel tempo trasportavo mosto con la vettura. Nego, quindi, di avere commesso alcun reato.

Per fortuna le cose per Giuseppe Zucco si mettono bene e dopo cinque mesi, nonostante il proiettile si sia disperso nelle sue carni, viene giudicato clinicamente guarito.

Tito Prospero, panettiere pescarese, la mattina del 3 ottobre era nella cantina insieme agli altri e, interrogato, racconta cose interessanti:

– Io sono uno di quelli lasciati senza bere da Francesco De Angelis e nessuno si offese, tranne Luigi Gaudio che proruppe in contumelie contro di quello e fece l’atto di volergli cavare gli occhi. Giuseppe Zucco pigliò la parola a favore del nipote, il che provocò il risentimento di Gaudio, che prese a dirgli parolacce, quali carognone, schifoso e simili. Gli ingiuriò i parenti, lo sputò e, sempre più imbestialito, estrasse un coltello a serramanico col proposito evidente di volergli ammenare dei colpi. Si fu allora che Zucco gli scagliò contro un bicchiere dal quale, peraltro, non fu colpito essendogli passato sopra la spalla sinistra. Anche Matragrano cacciò il coltello e tutti e due, minacciando e sfidando il malcapitato Zucco. Solo per l’intromissione di alcuni di noi poterono essere accompagnati fuori. Dopo circa una mezz’ora quando io, Zucco, De Angelis e altri eravamo dinanzi la bottega di un pizzicagnolo all’angolo del palazzo Cosentino e si discorreva del recente sciopero dei panettieri e di altre cose simili, Gaudio e Matragrano, che venivano da Piazza Piccola, si diressero alla nostra volta. A breve distanza Gaudio chiamò Zucco facendogli intendere che voleva dirgli una parola e come l’ebbe vicino si scostò di due passi mettendosi di fianco, per cui lasciò libero il passaggio. Contemporaneamente da parte di Matragrano, che era distante sei o sette metri, si sparò un primo colpo alla direzione di Zucco, che rimaneva colpito in pieno petto. Fortuna volle che era vicino all’imbocco di via dei Casciari e poté, infilando quel vicolo, scansare il secondo colpo che Matragrano immediatamente lasciò partire e che per buona fortuna non colpì alcuno. Posso con tutta coscienza attestare che Gaudio, quando chiamò a sé Zucco, aveva un coltello nella manica della giacca, per come potetti bene osservare. Ciò mi conferma sempre più che essi agivano di concerto fra loro per la perpetrazione del reato.

Il 2 luglio 1900 la Sezione d’Accusa rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza Gabriele Matragrano per rispondere di tentato omicidio, Luigi Gaudio per rispondere di concorso in tentato omicidio, Gabriele Imbrogno e Raffaele Imbrogno per rispondere di favoreggiamento.

La causa si discute il 19 novembre successivo e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, concesse le attenuanti generiche, condanna Gabriele Matragrano e Luigi Gaudio ad anni 8 e mesi 9 di reclusione ciascuno, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Assolve Gabriele Imbrogno e Raffaele Imbrogno per insufficienza di prove.

La Suprema Corte di Cassazione, il 14 marzo 1901, dichiara inammissibile i ricorsi di Matragrano e Gaudio.[1]

Se ancora non fosse chiaro, per i due appartenenti alla malavita Matragrano e Gaudio, il fatto di essere stati lasciati senza bere fu un’offesa da punire con la morte, evento che per fortuna non si verificò.

[1] ASCS, Processi Penali.