È la mattina del 27 marzo 1914. Maria Bernardo Ciddio, dodicenne da contrada Cerpinetto di Cannavali in territorio di Aiello Calabro, sta andando a trovare la sorella maggiore Francesca, già sposata, in compagnia del cugino Giovanni Bernardo Ciddio che è anche cognato di Francesca, quando per strada incontra il fratello Geniale, 16 anni, che le dice di tornarsene indietro.
– Non passare più il cozzo di Pagliaro se no ti ammazzo! – dice Giovanni al cugino.
– Ammazzami pure! – risponde Geniale mentre si avvicina al cugino con l’intento di disarmarlo e i due si azzuffano, ma subito si dividono e Geniale con la sorellina si avvia verso casa, mentre Giovanni prende una scorciatoia.
Raggiunto il limitare di un ripido boschetto di alberi di alto fusto tra cui qualche castagno, ontani e cespugli di erica, Geniale scorge nella parte più in basso del boschetto, a distanza di una ventina di metri, il cugino seminascosto dietro un albero di noce e gli tira un sassolino, poi fa per nascondersi dietro un grosso castagno, ma Giovanni come un fulmine imbraccia il fucile ad una canna, prende la mira e gli spara una fucilata centrandolo al ventre, al petto, all’occhio e alla guancia destra e al sopracciglio sinistro, poi scappa.
– Maria! Maria! Giovanni mi ha sparato! – urla Geniale, poi cade a terra e rotola lungo il pendio per qualche metro.
Subito accorrono alcuni contadini che lavorano nelle vicinanze e portano il ferito a casa, ma per lui ormai non c’è più niente da fare perché alcuni pallini hanno intaccato l’arteria polmonare causando una imponente emorragia e muore tre ore dopo.
Ma cosa è accaduto tra i due cugini adolescenti per arrivare a questo punto? Le indagini condotte dal Maresciallo Michelangelo Stecco, comandante la stazione di Aiello, accertano che Geniale pretendeva dal cugino una rivoltella che il fratello di costui a nome Saverio, nel partire per l’America aveva lasciato in casa e al diniego avuto venne a contesa con lui il 26 marzo, ma la cosa cessò senza conseguenze. Nel mattino successivo Geniale reiterò la preghiera che fu respinta da Giovanni, il quale gli ingiunse di non passare più per il cozzo del Pagliaro altrimenti l’avrebbe ammazzato e fece atto di impugnare contro il cugino un fucile ad una canna, abusivamente asportato. Geniale cercò di disarmarlo e così vennero a nuovo litigio e separatisi, mentre Geniale con la sorella si avviava verso la casetta rurale, Giovanni gli esplose un colpo di fucile contro, facendolo cadere a terra gravemente ferito.
Il 30 marzo Giovanni Bernardo Ciddio si costituisce nel carcere mandamentale di Amantea e viene subito trasferito a Cosenza, dove il Giudice Istruttore lo interroga:
– Geniale pretendeva la rivoltella che mio fratello Saverio aveva lasciato a casa quando emigrò e venerdì scorso, dopo aver mangiato insieme a casa mia, insistette perché gliela dessi. Al mio rifiuto se ne dispiacque, ma insieme uscimmo pacificamente da casa mia. In campagna, ove io ero diretto, ci altercammo, sempre per la richiesta di avere la rivoltella che mi ripetette e, avendo io opposto un reciso rifiuto, Geniale mi disse qualche parola e ci altercammo. Egli mi afferrò il fucile tentando di levarmelo e poi, allontanatosi, mi tirò qualche pietra; non solo, ma quando vide che io ero dietro un albero di noce, mi disse “spara, spara”. Allora, io non so come, presi la mira e gli tirai un colpo, per effetto del quale egli stramazzò a terra…
– Dal sopralluogo fatto risulta che tra te e lui c’erano una ventina di metri, distanza che non permetteva a Geniale di arrecarti alcun danno lanciandoti dei sassi. Perché hai sparato?
– Sebbene a quella distanza non mi potesse arrecare del male tirandomi dei sassi, tuttavia io mi esasperavo ed in un momento di sdegno gli sparai…
– Ma ora, dimmi la verità, sei pentito di quello che hai fatto? – il Giudice Istruttore, vista l’età dell’imputato, vuole tendergli una mano, è questo il senso della domanda.
– Non sono affatto pentito del delitto commesso. Col morto eravamo in buoni rapporti, mio fratello Saverio ha in moglie la sorella di lui a nome Francesca.
Uhm… va bene… – mormora il Magistrato sospirando, poi continua con le domande – perché avevi con te il fucile?
– Io quel giorno ero uscito col fucile perché dovendomi recare in campagna credetti bene portarmelo.
– Lo porti ogni volta che vai in campagna?
– Veramente non ero solito portare il fucile perché sono sprovvisto del permesso, ma quel giorno me lo portai nella speranza di uccidere qualche uccello…
– Il fucile di chi è? Dove lo hai nascosto, visto che a casa tua non lo abbiamo trovato?
– L’arma apparteneva a mio padre ed io l’ho presa in casa. Dopo il fatto io rientrai in casa, mi cambiai le scarpe e mi detti alla latitanza. Non lasciai il fucile in casa perché temevo che, andando i Carabinieri, lo avrebbero sequestrato e durante la mia latitanza l’ho buttato in un burrone.
Accidenti! Per l’età che ha è un vero duro!
Testimoni oculari, oltre alla piccola Maria, che possano raccontare qualche particolare interessante da aggiungere a quanto ricostruito dal Maresciallo Stecco non ce ne sono e quelli accorsi sul posto subito dopo lo sparo si susseguono uno dopo l’altro davanti al Vice Pretore Amedeo Civitelli e raccontano praticamente la stessa cosa:
– Trovammo Geniale a terra, bocconi, e constatammo che era ferito gravemente ma respirava. Gli domandammo chi gli avesse sparato e lui rispose che era stato Giovanni Bernardo Ciddio. Maria, la sorella, disse che prima che Giovanni avesse sparato il fratello, quest’ultimo mentre se ne stava dietro un albero di castagno aveva preso una pietra, ma non l’aveva scagliata a Giovanni. Facemmo bere a Geniale dell’acqua e sorbì colle proprie mani una tazza di caffè. Poco dopo, essendo il tempo cattivo, il ferito fu trasportato a casa, nei cui pressi spirò.
Il 24 luglio 1914 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta della Procura e rinvia l’imputato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio volontario e porto abusivo di fucile.
Per discutere la causa bisognerà aspettare quasi due anni, il 14 aprile 1916, ed il giorno dopo la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, ritenendo che Giovanni Bernardo Ciddio non sparò con l’intenzione di uccidere, ma con quella di provocare una lesione al cugino e considerata la sua età, maggiore degli anni 14 e minore degli anni 18, concesse le attenuanti generiche, lo condanna per il reato di omicidio preterintenzionale ad anni 8 e mesi 4 di reclusione. Inoltre, la Corte, visto il R.D. di indulto del 27 maggio 1915, dichiara condonati anni 1 della pena.
Il ricorso avverso la sentenza proposto da Giovanni, il 22 maggio 1916 viene dichiarato inammissibile per la mancata presentazione dei motivi di appello entro i termini di legge.[1]
[1] ASCS, Processi penali.