San Salvatore, frazione del comune di Cataforio, nei pressi di Reggio Calabria.
È il 17 aprile 1926 e verso le tre di notte il trentenne macellaio Domenico Iero si alza, si siede vicino al focolare e si mette a suonare un organetto, poi, verso le sei, esce nel vicoletto del rione Mandello sul quale si affaccia la stanza che occupa con Marianna Porcino, la sua convivente, percorre i tre o quattro metri che lo separano da un casalino semidiroccato e ci entra, come al solito, per soddisfare un bisogno corporale. Dentro, accovacciata in un angolo per lo stesso motivo, c’è la novantenne Caterina Fortugno. Iero si mette in un altro angolo con la faccia rivolta verso il muro, si sbottona i pantaloni e urina. Poi, soddisfatto, si ricompone.
Filippa D’Amico si è appena alzata e sta uscendo nel vicoletto, quando dal casalino spunta Domenico Iero, che le butta tra i piedi un coltello e le dice:
– Dallo a mia sorella Orsola… – poi si allontana e la donna raccoglie da terra il coltello.
Nel vicolo non è rimasto nessuno e c’è silenzio, ma a Marianna Porcino, che si è appena alzata, sembra di sentire dei lamenti strazianti. Si affaccia sulla porta di casa e non vede nessuno; in questo momento si affaccia sulla sua porta anche Filippa D’Amico e Marianna le chiede:
– Che sono questi lamenti?
– E chi sacciu? – le risponde e rientra in casa.
Anche Marianna rientra in casa, poi le sorge il dubbio che potrebbe essere stato suo figlio Demetrio ad emettere quel grido ed esce di nuovo per cercarlo.
I lamenti provengono dal casalino. Marianna, entra col cuore in gola convinta di trovare il ragazzino, ma trova Caterina Fortugno agonizzante in un lago di sangue col viso squarciato ed il sangue che le zampilla da un taglio alla gola. Marianna corre a casa e si chiude dentro, ma subito Filippa bussa e le consegna due chiavi ed un coltello.
– Me li ha dati tuo marito poco prima… cos’hai? Hai una faccia…
– Non sai che ho trovato nel casalino…
– Che hai trovato?
– C’è Caterina Fortugno con la faccia tagliata e il sangue che spruzza dalla gola… vai a vedere e poi chiama i figli…
Filippa corre nel casalino, vede la vecchia che stenta a riconoscere, poi si mette ad urlare.
Accorre gente e la povera donna viene sollevata e portata a casa alla meglio, dove il novantenne marito Paolo Iero è ancora a letto e a momenti non ci resta secco quando vede la stanza invasa dai vicini che depongono sul letto, accanto a lui, la moglie, orrendamente sfigurata e grondante sangue, ma ormai morta.
Vengono subito chiamati i figli, che accorrono subito, constatano la morte della madre e poi uno di loro, Demetrio, con due testimoni va dai Carabinieri di Cataforio a denunciare l’accaduto.
Intanto Marianna Porcino, sapendo che suo marito non è nella pienezza delle sue facoltà mentali, tanto che lei è solita nascondere alla vista del suo uomo tutte le armi, prende il coltello e lo porta ad Orsola Iero, la sorella di Domenico.
Il Brigadiere Angelo Di Santo, comandante la stazione, ed i suoi uomini arrivano subito sul posto e ricostruiscono il fatto, stabilendo che l’autore dell’omicidio non può che essere Domenico Iero e si mettono al lavoro per rintracciarlo e arrestarlo.
Ma perché Domenico Iero ha, o avrebbe, ucciso la novantenne Caterina Fortugno? Quali rapporti correvano tra i due? Secondo Marianna Porcino, la convivente di Iero immediatamente interrogata sul posto, ci sarebbe un motivo, per quanto possa sembrare futile:
– Caterina rubava spesso la legna che Domenico lasciava avanti la porta… Domenico di consueto portava addosso un coltello acuminato che gli serviva per esercitare il proprio mestiere di macellaio…
– Ma, secondo voi è, possibile che l’abbia uccisa, ed in quel modo, per qualche pezzo di legno?
– Da più tempo Caterina rubava la legna e Domenico l’aveva minacciata di morte… – si ferma per pochi secondi, poi tira un lungo respiro e continua – convivo con Domenico Iero da sei anni ed egli si mostrò sempre esaltato di mente. Non fece mai stranezze, ma al solo parlare si capiva che era esaltato e squilibrato…
– Vedremo…
Le ricerche di Domenico Iero sembrano destinate a non portare facilmente al suo arresto, ma verso le quattro di pomeriggio succede qualcosa di impensabile: mentre i Carabinieri stanno uscendo da una casa che hanno appena perquisito, sulla via principale di San Salvatore, a circa 70 metri da loro vedono Domenico Iero che cammina tranquillamente. Poi, prima che i militari si muovano per andargli incontro, li vede e torna indietro a tutta corsa, cercando di entrare in casa di Grazia Crucitti che tenta di opporsi.
– Zitta, zitta! Fammi entrare fino a che passano i Carabinieri! – la implora, poi vince la resistenza della donna e si barrica dentro.
I Carabinieri hanno visto tutto e vanno a colpo sicuro, ma il Brigadiere Di Santo deve ricorrere a forti spintoni per aprire la porta che Iero tiene a viva forza dall’interno.
– Non l’ho ammazzata io! È stato il marito col quale fa sempre quistioni! – urla Iero in forma assai concitata appena i Carabinieri irrompono nella casa e senza che gli abbiano spiegato il motivo del loro intervento.
Portato in Caserma, Iero si difende dicendo:
– Non sono stato io, stamane alle sette sono uscito di casa per recarmi in contrada Pittari a portare una capra a mio zio Antonio Pitasi…
Ma dopo quasi un giorno intero passato in camera di sicurezza, nel primo pomeriggio del 18 aprile Iero chiede di parlare col Brigadiere Di Santo e spontaneamente dice:
– Effettivamente io ho ucciso Caterina Fortugno con tre colpi di coltello, due dei quali alla gola ed uno alla guancia destra perché essa continuamente mi rubava non solo legna da ardere, ch’io necessariamente lasciavo avanti la porta di casa mia, ma s’impossessava delle uova che producevano le mie galline. Inoltre ogni mattina, nel vuotare un recipiente con materie fecali, deficiente com’era di vista, mi buttava delle sporchizie avanti la porta stessa e una mattina imbrattò perfino me, ma malgrado le mie continue minacce essa continuava. Ieri verso le sei meno un quarto, recatomi nel casalino per fare un bisogno corporale vi trovai la vecchia che anche colà faceva i suoi bisogni. Mi è venuto in mente quanto essa aveva fatto a mio danno e preso da grande odio la uccisi, buttando il coltello nella casa di Filippa D’Amico, che lo consegnò subito a mia sorella Orsola…
Dovrebbe bastare, ma i difensori scelti da Iero, l’onorevole avvocato Domenico Tripepi e l’avvocato Domenico Taverriti, non la pensano così ed il 17 giugno successivo scrivono al Giudice Istruttore sollevando una questione che potrebbe essere decisiva per la sorte del loro assistito:
Iero Domenico fu, qualche mese or fa, arrestato per un delitto che ove non fosse la pietosa manifestazione di un malato di mente, si dovrebbe davvero definire selvaggio. Che il povero Iero sia affetto da sifilide risulta da un certificato contenuto nel processo, certificato che attesta anche essere egli colpito da paralisi progressiva. Che lo stesso Iero abbia dato costantemente, prima del fatto, prove dell’anormalità della sua mente sarà dovuto risultare dai molti testimoni già sentiti da V.S.I. I sottoscritti avvocati difensori dell’imputato sentono perciò il dovere di chiedere a V.S.I. che voglia disporre che il loro cliente sia ricoverato in un manicomio per essere sottoposto alle osservazioni del caso, in conformità di quanto stabilisce il Codice di Procedura Penale.
La richiesta viene respinta, ma agli inizi del mese di gennaio 1927 i difensori tornano alla carica e questa volta hanno in mano un documento importante: la copia del foglio matricolare di Domenico Iero che contiene, fra l’altro, la dichiarazione definitiva della di lui riforma avvenuta l’11 ottobre 1919. Perché è importante? Perché potrebbe essere stato riformato per la supposta malattia mentale, ma sul foglio matricolare non è riportato il motivo del provvedimento e quindi, per i difensori, è necessario approfondire la questione richiedendo d’ufficio la cartella clinica di Iero all’Ospedale Militare di Udine in cui fu ricoverato, visto che l’istanza prodotta sia da loro che dal Comune di Cataforio non ha avuto alcun esito. Poi concludono: Iero è del tutto infermo di mente, oltre che per malattia sua propria, per cause ereditarie, che si riflettono pure su alcuni suoi familiari.
Questa volta la richiesta viene accolta e quando arriva la cartella clinica dell’Ospedale Militare, è chiaro che qualcosa nella mente dell’imputato non va perché il Tenente Colonnello Medico Rostagno così conclude: proposto a riforma per epilessia in soggetto deficiente. La malattia non dipende da causa di servizio.
A questo punto è chiaro che serve una perizia psichiatrica e ad esserne incaricati sono i Professori Mario Zalla, Direttore della Clinica Neuropsichiatrica dell’Università di Messina, ed Ettore Patini, Direttore del manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, dove Iero viene internato. Dopo mesi di osservazione, il 20 aprile 1927, i periti concludono:
- Iero Domenico è un soggetto gravato di tara neuropsicopatica ereditaria e affetto da deficienza psichica costituzionale di lieve grado. All’epoca del commesso reato egli trovavasi in uno stato d’infermità di mente sopraggiunto alla detta deficienza, di cui non possiamo precisare la forma clinica per assenza di informazioni tecniche bastevoli riflettenti quel periodo, ma il suo stato mentale era allora certamente morboso e tale da far ritenere non esclusa, ma grandemente scemata, la di lui imputabilità.
- Non possiamo escludere, per ora, che Iero Domenico, pur mostrandosi attualmente riordinato nell’intelligenza e tranquillo, possa ripresentare eventualmente qualche altro episodio psicopatico durante il quale la sua libertà abbia a riuscire pericolosa a lui stesso e ad altri. Per escludere questa possibilità occorre che si constati un periodo di equilibrio mentale più lungo di quello finora riscontrato in manicomio: un periodo, secondo il nostro avviso, computando anche il tempo passato, della durata di almeno un anno intero.
Egli può, essendo ora lucido ed orientato, provvedere alla propria difesa ed assistere alla celebrazione del dibattimento.
Si può andare avanti ed il 5 luglio successivo la Sezione d’Accusa rinvia Domenico Iero al giudizio della Corte d’Assise di Reggio Calabria per rispondere di omicidio volontario commesso per solo impulso di brutale malvagità e di porto abusivo di coltello.
La causa si discute il 6 febbraio 1928 e la difesa chiede che venga tolta l’aggravante della brutale malvagità essendo incompatibile col vizio parziale di mente, ma il Presidente della Corte rigetta la richiesta. La difesa protesta e annuncia che ricorrerà per Cassazione, poi chiede di valutare la sussistenza dell’attenuante della provocazione semplice.
La Corte, ritenuto che i Signori Giurati hanno affermato che il 17 aprile 1926 l’imputato Iero Domenico inferse vari colpi di coltello alla novantenne Fortugno Caterina con l’intenzione di ucciderla, raggiungendo effettivamente l’intento. Che hanno affermato altresì che l’imputato nel momento in cui commise il fatto era nello stato di parziale infermità di mente, fatto punito con pena che va da 3 a 10 anni di reclusione, il Presidente, per le modalità del fatto, crede di applicare la pena di anni 10 di reclusione, che si riducono per le attenuanti generiche concesse, ad anni 8 e mesi 4 di reclusione. Poi c’è il porto abusivo di coltello e la Corte ritiene adeguata la pena di giorni 12 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.
Il 7 dicembre 1928 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Domenico Iero.[1]
[1] ASRC, Atti della Corte d’Assise di Reggio Calabria.