I CUGINI

È la mattina del 12 novembre 1946 quando un’automobile si arresta strombazzando davanti all’Ospedale di Castrovillari. Sul sedile posteriore c’è un uomo rannicchiato che si lamenta e i barellieri devono faticare non poco per estrarlo, adagiarlo sulla lettiga e poi spostarlo sul tavolo operatorio per farlo visitare dal medico di turno, che riscontra, oltre a diverse ferite di arma da fuoco alla regione epigastrica, al fianco destro, sulla linea mediana del dorso, anche shock da trauma con pallore, polso piccolo e offesa muscolare addominale; vista la gravità delle sue condizioni viene ricoverato con prognosi riservata.

L’uomo dice di chiamarsi Domenico Ferrari, da Frascineto. Ai Carabinieri, prima, e al Sostituto Procuratore, poco dopo, racconta:

Stamattina verso le dieci o le undici mio cugino Arcangelo Ferrari si portò alla mia fontana ed io feci finta di non vederlo. Ad un certo punto mi chiamò, mi voltai e lo vidi a sei o sette metri di distanza. Mi disse: “Parente, quello che è stato, è stato, adesso dobbiamo essere amici” e si avvicinò ancora. Io gli risposi: “Tu mi hai dato querela, adesso la devono vedere i magistrati!”. Arcangelo, dopo aver replicato che dovevamo essere amici, immediatamente mi sparò tre o quattro colpi di una piccola pistola che aveva nella tasca destra dei pantaloni, dandosi subito alla fuga… io mi portai a circa centocinquanta metri a monte del luogo e invocai aiuto. Sopraggiunsero Mario Donadio ed altri di cui non ricordo i nomi. Donadio andò a Frascineto ad avvisare i miei familiari e questi mandarono sul posto il dottor Santagada e poi a mezzo di un’automobile mi hanno fatto trasportare all’ospedale…

Poco dopo entra in coma ed in tarda serata muore in seguito ad emorragia interna per lesione di qualche vaso e della piccola ala del fegato.

Bisognerebbe andare subito sul posto ma si è messo a diluviare e si deve rimandare. Intanto di Arcangelo Ferrari non ci sono notizie, poi cala il buio.

La mattina del 13 piove ancora e quindi il sopralluogo salta di nuovo, ma ai Carabinieri viene recapitato a mano un certificato medico del dottor Mario Battaglia, nel quale attesta di avere visitato, verso le cinque del pomeriggio del 12, Arcangelo Ferrari e di avergli riscontrato le seguenti lesioni: 1) ferita contusa, a margini irregolari, alla regione occipitale; 2) ferita lacera al padiglione dell’orecchio destro con esportazione di un tratto dell’elica; 3) escoriazione al naso ed alla guancia sinistra; 4) estesa contusione escoriata alla spalla sinistra; 5) escoriazione alla regione del gomito sinistro; 6) ecchimosi alla regione mammaria; 7) escoriazione alla regione posteriore del collo. Poi il medico aggiunge che Arcangelo Ferrari gli ha riferito che le lesioni gli sono state prodotte con una zappa e con un morso, senza specificare da chi, ma sembra abbastanza ovvio pensare al cugino morto e quindi pensare anche che non si sia trattato di un’aggressione proditoria, ma che prima potrebbe esserci stata una colluttazione.

Il Maresciallo ha appena finito di leggere il certificato e di fare mentalmente alcune considerazioni, che in caserma si presenta Arcangelo Ferrari per costituirsi e, subito interrogato, racconta:

Partito dalla mia abitazione a Frascineto con un asino, dei lupini, una zappa ed una borraccia vuota, giunsi, dopo circa due ore di cammino, in una mia vigna in contrada Maroglio, agro di Castrovillari. Dopo aver lavorato per un paio di ore, mi portai alla fontana. Mio cugino Domenico, il quale era in un terreno vicino, a distanza di circa cento metri, come mi vide mi si avvicinò tenendo una zappa in mano e mi disse: “a questa fontana non devi più venire ad attingere acqua, dato che sei rimasto soccombente nella causa che ti ho fatto”. Io risposi che avrei potuto proporre appello e lo pregai di lasciarmi prendere un po’ d’acqua dovendo fare colazione e che non avevo intenzione di litigare. Feci la mossa di attingere acqua con la borraccia e mio cugino, che aveva sempre la zappa nelle mani, la sollevò per colpirmi. Io, buttata la borraccia, mi avventai contro di lui per parare il colpo e riuscii ad attenuarne la violenza, tanto da essere colpito leggermente dal bastone della zappa sulla spalla sinistra. Domenico subito dopo riuscì a portarsi dietro le mie spalle, pose la zappa in senso orizzontale sul mio petto e premendo fortemente sulle mie braccia mi imprigionò, così da lasciarmi solo la possibilità di muovere e sollevare le mani. Dopo avermi fatto cadere bocconi, mentre premeva col suo corpo tenendo sempre la zappa nella stessa posizione, Domenico, tolta la mano destra dal bastone della zappa, prese un grosso sasso e mi colpì dietro la testa facendomi uscire il sangue. Poi riprese il bastone con la destra ma io riuscii a mordergli il dito mignolo, cosa che mi provocò il vacillamento di un dente, e lui mi graffiò il viso. Riuscii a sollevarmi e mio cugino, sempre premendomi la zappa sul petto, tentò di trascinarmi verso l’abbeveratoio che riceve l’acqua dalla fontana con l’intento di buttarmici dentro. Sventato tale disegno puntando con forza i piedi per terra, lui tentò di trascinarmi prima verso un ontano poco distante per farmi sbattere la testa contro il tronco e poi verso un pozzetto per precipitarmici dentro. Allora io riuscii ad estrarre dalla tasca del pantalone una pistola calibro 6,35, che portavo per difesa personale, e la feci vedere a mio cugino, pregandolo di lasciarmi, altrimenti mi avrebbe costretto ad ammazzarlo e promettendogli che nulla gli avrei fatto, ma lui rispose che mi avrebbe ammazzato ed io, di rimando, gli dissi che lo avrei sparato ad una mano. Domenico, non solo non mi liberò, ma mi strinse maggiormente e allora, portata con uno sforzo sovrumano la mano destra dietro il mio dorso e puntata l’arma contro la sua persona, gli sparai un numero di colpi che non so precisare. Solo allora mi liberai dalla stretta e scappai andando prima nei pressi della stazione di Civita da mio cognato Antonio Arcuri, che mi versò del vino sulla testa per disinfettarmi la ferita, e poi da un mio zio, Gennaro Rizzo, ove mi cambiai la maglia, e finalmente a casa mia a Frascineto, prendendo una camicia pulita e, infine, a Castrovillari dove, prima di costituirmi, il dottor Battaglia mi visitò e mi medicò le ferite.

– C’era qualcuno presente alla scena?

Nessuno era presente, ma mentre Domenico mi teneva con la zappa a circa due o trecento metri passò uno sconosciuto con un mulo o un asino, al quale chiesi inutilmente aiuto

Chi ha mentito tra i due? Se ha mentito Arcangelo, come se le è procurate le leggere ferite? C’erano o non c’erano testimoni presenti al fatto? Se non c’era nessuno presente, qualcosa di decisivo potrebbe comunque risultare dall’autopsia:

la traiettoria dei proiettili del primo e del secondo foro decorre da avanti indietro e dal centro lievemente verso destra e dall’alto in basso; la traiettoria tra terzo e quarto foro è spostata lievemente dal basso in alto. Sul polpastrello del dito mignolo destro una ferita interessante i tegumenti, prodotta né da arma da taglio, né da arma da fuoco ma da morso. Il fatto che i periti non facciano alcun accenno a segni di polvere da sparo intorno ai fori di entrata dei proiettili, non può significare altro che i colpi non furono esplosi a bruciapelo, come sostenuto da Arcangelo.

No, le cose non sono potute andare come ha raccontato, anche, e soprattutto, perché se Domenico, come sostiene Arcangelo, appena lo vide tentare di riempire la borraccia alla fontana, dopo le prime parole corse tra di essi avrebbe manifestato subito l’intenzione di ucciderlo vibrandogli un primo colpo di zappa in direzione della testa, che egli riuscì a schivare e reiterando l’atto, sarebbe stato più logico che Arcangelo, chiara essendo l’intenzione del cugino e non volendosi macchiare del sangue di questi, gli avesse subito puntato contro la pistola per togliergli ogni velleità offensiva nei suoi confronti, anziché lanciarsi contro di lui per cercare di afferrare la zappa. E poi è strano il fatto che Domenico, avendo bloccato il cugino e dicendogli che lo avrebbe ammazzato, abbia preso un sasso grosso e si sia limitato a colpirlo una sola volta alla nuca, per giunta non violentemente dato che la ferita è guarita in una decina di giorni, invece di finirlo sfondandogli il cranio. Non basta? Come ha fatto Arcangelo, bloccato a terra con le braccia serrate nella morsa della zappa da poter appena muovere le mani, a mordere il cugino al mignolo destro, dato che le mani non erano certamente a tiro della sua bocca? Per non parlare, poi, di come sia riuscito ad estrarre la pistola dalla tasca e del perché Domenico, avendo visto l’arma in mano al cugino, non abbia fatto nulla per impedirgli di sparare. Troppe cose non quadrano e per questo Arcangelo Ferrari viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Castrovillari per rispondere di omicidio volontario e la causa viene discussa l’8 febbraio 1949.

Durante il dibattimento Arcangelo, che deve essersi reso conto dell’inverosimiglianza di alcune sue dichiarazioni e, almeno per giustificare il morso al mignolo destro del cugino, modifica la sua versione dei fatti aggiungendo qualcosa: gridò dopo il colpo di pietra all’occipite ed il cugino, nel tentativo di zittirlo, gli mise la mano destra sulla bocca e lui lo morse.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, concorda con tutte le osservazioni fatte dagli inquirenti durante l’istruttoria e con la sentenza di rinvio a giudizio e osserva: l’interrogatorio è contraddetto anche da dati oggettivi. L’imputato ha affermato che, riuscito a prendere dalla tasca dei pantaloni la pistola, con sforzo sovrumano portò la mano destra dietro il dorso con la canna rivolta contro la persona del cugino, sparò un numero imprecisato di colpi e che il cugino, appena colpito, lasciò la zappa onde egli, libero finalmente, si diede alla fuga. Vi sarebbe stata quindi contemporaneità tra lo sparo dei colpi, seguitisi immediatamente l’uno all’altro, e la sua liberazione. La fuga, pertanto, sarebbe avvenuta immediatamente dopo tutti gli spari e quando Domenico Ferrari, sentitosi attingere sai colpi, lasciò il manico della zappa. Poiché la canna della pistola sarebbe stata poggiata o quasi all’addome del povero Domenico e i due corpi sarebbero stati stretti l’uno all’altro e la scena si sarebbe svolta fulminea, non si comprende come i colpi non abbiano attinto la stessa parte del corpo della vittima o almeno zone vicinissime, mentre dall’esame del cadavere risultano un foro nella regione epigastrica e cioè nel centro, un altro foro quattro centimetri sotto e due centimetri a destra del primo ed un terzo foro sette centimetri al di sopra della spina iliaca anteriore, quindi a notevole distanza l’uno dall’altro. Se fosse vero il racconto dell’imputato, inoltre, le ferite avrebbero dovuto essere state tutte prodotte, verosimilmente, al fianco destro ed avrebbero avuto tutte un decorso da destra verso sinistra e non viceversa e dal basso verso l’alto, tenuto presente anche che lo stesso omicida dice che la vittima era più alta di lui.

Contestata l’incongruenza ad Arcangelo Ferrari, per spiegare la distanza dei vari fori di entrata dei proiettili nel corpo del cugino, ipotizza:

Probabilmente mio cugino, durante gli spari, si mosse

Ma per la Corte è una supposizione inutile perché tale ripiego contrasta con quanto egli ha affermato. L’imputato, infine, non fa che parlare della zappa, arnese che, in conclusione, è stata la causa del delitto, ma il teste Giuseppe Caporale ha dichiarato che, recatosi su invito di Domenico Ferrari dopo pochi minuti dal fatto a prendere la borraccia di Arcangelo alla fontana, non notò che nello stesso luogo, ove nessuno si portò prima di lui, vi fosse la zappa, né questa venne rinvenuta successivamente dai Carabinieri, né i testimoni che per primi soccorsero il ferito affermano che Domenico avesse la zappa quando lo videro ferito, zappa che avrebbe potuto servirgli almeno per appoggiarsi quando si diresse verso la casetta di Mario Donadio. Ma la difesa, a sostegno della veridicità del racconto dell’imputato, ha allegato deposizioni dei testi Feola Giuseppe e Anele Pasquale, principalmente, e poi di Lo Tuoto Francesco e Campanella Giuseppe. Premesso che gli ultimi due testi, i quali hanno asserito di aver visto il giorno del delitto, alla distanza di circa 150 metri, due persone che si colluttavano per il possesso di un palo, specificando ripetutamente che erano l’una di fronte all’altra, non possono meritare fiducia, come gli altri che agli stessi fanno riferimento, in quanto in contrasto in più punti con le affermazioni dell’imputato. I due testi, che pur videro l’imputato a brevissima distanza di tempo e di luogo l’uno dall’altro, non sono d’accordo: Anele non ha saputo dire se l’imputato avesse del sangue sul viso, come affermato da Feola, sebbene tale parte del corpo sia la più visibile e risalti immediatamente quando ci si incontra, ma poi ha dovuto ammettere che aveva solo un po’ di sangue su una delle guance e non su altre parti del corpo. Inoltre Feola è in contrasto con l’imputato quando afferma che questi portava la camicia col colletto sporco di sangue, mentre l’imputato ha asserito che al momento del delitto e della fuga aveva solo la maglia. Infine, se veramente il fatto si fosse svolto come narrato dall’imputato, quando egli cadde bocconi, essendo il terreno adiacente alla fontana fangoso, egli avrebbe dovuto essere imbrattato di fango sul davanti e tale particolare non sarebbe potuto sfuggire sia a Feola che ad Anele. I due testi appaiono, a giudizio della Corte, compiacenti, di favore, onde dalle loro deposizioni nessun elemento certo può trarsi. Aggiunge la difesa, però, che non solo Feola ed Anele attestano le lesioni riportate dall’imputato, ma anche Gennaro Rizzo, Antonio Arcuri ed Elena Rizzo. Ma Gennaro Rizzo è zio affine dell’imputato e gli altri due sono uno il cognato e l’altra la suocera, onde sono tutti interessati a confermare, a rendere credibile la tesi prospettata e creata dall’imputato: tesi che appare fallace ove si pensi che se costui avesse veramente agito nelle circostanze da egli riferite, non avrebbe avuto ragione, e non avrebbe nemmeno pensato, di recarsi prima a Civita dallo zio, poi dal cugino, poi a Frascineto ed indi in serata a Castrovillari, per costituirsi solo l’indomani mattina alle carceri, ma a Feola, ad Anele ed agli altri avrebbe gridato di aver sparato perché costretto dal cugino e sarebbe corso a Castrovillari a costituirsi nelle condizioni identiche in cui il cugino lo aveva ridotto, il che sarebbe stata la prova migliore del suo buon diritto.

Quindi, accertato che la versione fornita dall’imputato è falsa, di conseguenza la Corte afferma che i fatti si svolsero come, prima di morire, raccontò Domenico Ferrari. Adesso rimane l’ultimo punto da chiarire, cioè il movente. Entrambi i cugini hanno fatto cenno ad una causa civile, intentata dalla moglie di Arcangelo, per il diritto di attingere l’acqua dalla fontana come inizio del tragico evento e la Corte, acquisita tutta la relativa documentazione, entra nei particolari ricostruendone ogni singolo, complesso passaggio ed arrivando a descrivere le mosse delle due parti fino in prossimità del giorno fatale, quando venne notificata la sentenza che vedeva vincitore Domenico. Ma c’è un particolare che la Corte interpreta e valorizza: due giorni prima del fatto, il 10 novembre 1946, Domenico si trovava in contrada Maroglio per lavoro, dove lo raggiunse la sorella Angelina e gli consegnò la notifica del deposito della sentenza. Domenico, che probabilmente aveva capito che l’esito era favorevole e quindi non c’era urgenza, le disse che si sarebbe recato dall’avvocato per farsi spiegare tutto dopo qualche giorno perché prima doveva ultimare i lavori agricoli in corso. Se così fu, il 12 novembre Domenico non aveva alcun motivo di scatenare la lite. Arcangelo invece si trovava in condizioni di spirito diverse perché il suo avvocato gli aveva spiegato la portata della sentenza e vide il cugino, il suo nemico capitale (contro il quale aveva persino intentato un giudizio penale, poi estinto per amnistia), trionfare in una questione che era di estrema importanza per lui e la moglie, unici proprietari dell’appezzamento vicino la fontana. Quindi l’odio accumulato verso il cugino e fino ad allora represso esplose, si armò e si recò in contrada Maroglio dove trovò l’avversario e, approfittando che la zona era deserta, si avvicinò alla fontana con la borraccia per dare l’impressione che la sua intenzione era quella di attingere acqua e fugare, così, ogni sospetto nel cugino che lavorava in quei pressi. Gli si avvicinò con la scusa di voler fare pace e quando gli fu vicinissimo gli esplose contro diversi colpi di pistola in parti vitali.

Quindi, accertata la responsabilità di Arcangelo Ferrari quale autore dell’omicidio volontario in persona del cugino Domenico, non resta che determinare la pena da irrogargli: considerato che l’imputato è incensurato, che da poco era ritornato dalle armi dopo più anni, la Corte ritiene di concedergli il beneficio delle attenuanti generiche. Pena equa è quella di anni 16 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Il 31 luglio 1952 la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, in parziale riforma della sentenza appellata da Arcangelo Ferrari, dichiara costui colpevole di omicidio colposo per eccesso di legittima difesa e, modificata la rubrica, lo condanna ad anni 3 di reclusione, alle maggiori spese alle parti civili.

Il 6 luglio 1953 la Suprema Corte di Cassazione annulla la sentenza della Corte d’Assise d’Appello nella parte riguardante l’esclusione della discriminante della legittima difesa e rinvia il giudizio alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. Dichiara inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero.[1]

Quali fatti nuovi sono emersi per ribaltare il giudizio? Non lo sappiamo perché purtroppo non abbiamo a disposizione nessuna delle altre tre sentenze, ma solo le annotazioni su quella di primo grado.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Castrovillari.