MANDAMI A SORATA

Filomena D’Alessandro ha 15 anni ed è di Cosenza. La mattina del 14 giugno 1892, martedì, si presenta in Pretura e chiede di parlare con l’avvocato Giuseppe Perfetti, il Pretore, per esporre i gravi fatti che l’hanno coinvolta:

Continuamente quando mi recavo ad attingere acqua alla fontanella che è sopra della farmacia Molezzi, il Tenente Francesco Barbera, che abita ivi vicino, sempre m’invitava affinché fossi entrata in sua casa, promettendomi che mi avrebbe tenuta come una signora. Allora io entrai in sospetto che voleva disonorarmi e, trovandomi zitella, evitai di aderire al suo invito. Intanto il passato sabato undici, verso un’ora di notte, mentre accedevo alla fontana si fè avanti il Tenente che mi afferrò per un braccio e forzosamente mi condusse in sua casa. Io presi per sortire, ma egli mi otturò la bocca con la mano, quindi mi adagiò sul letto e mi violentò, tenendomi chiusa in sua casa fino alla sera di domenica successiva. Per tal fatto mi querelo contro il detto Tenente.

Il passo successivo è sottoporre Filomena a perizia medica per accertare la violenza e viene nominato il dottor Angelo Cosco, che relaziona: la perizianda ha delle macchie abbondanti di sangue che hanno imbrattato la camicia nelle parti posteriori ed anteriori e la sottoveste. Dette macchie sono anche miste a scoli leucorroici e hanno l’aspetto di sangue mestruo. Osservate le parti genitali esterne e la regione anteriore delle coscie, non si è riscontrato nessun segno di violenza. Le parti genitali non sono tumide né arrossate, né lacerate. Nessuna traccia d’imene si è riscontrata. Mancano perfino le carnicole mirtiformi. Geme all’esterno un secreto muco purulento che ha tutte le apparenze di scolo blenorragico. Osservata obbiettivamente allo speculum, si è riscontrato che detto secreto proviene dall’utero, la cui bocca trovasi leggermente erosa e tumida. Tradotto in parole semplici significa che Filomena non avrebbe subito violenza, non è più vergine da molto tempo, certamente da più di tre giorni, che ha fatto per più volte uso del coito e che la blenorragia da cui è affetta è di data recente, ma non è possibile stabilire quanto recente.

E ora che succede? Succede che il Pretore, dato che Filomena ha solo 15 anni, vuole approfondire la questione perché, come è capitato spessissimo, molte ragazze sono state convinte ad avere rapporti sessuali con la promessa di matrimonio e poi abbandonate a loro stesse. Intanto, per cominciare ad approfondire, bisognerebbe interrogare il Tenente Barbera ma, come succede sempre in questi casi, bisogna superare lo scoglio dei regolamenti militari. Nell’attesa di sbrigare le incombenze di rito, il Pretore comincia ad ascoltare qualche testimone.

Nella sera di sabato ultimo seguii mia sorella Filomena che, insieme alla sua compagna Teresina, recossi ad attingere acqua alla fontanella sopra la farmacia Molezzi – racconta Feliciano, dieci anni – e mentre attingeva l’acqua uscì da una casa vicina un Tenente, che prese per un braccio mia sorella e se la condusse dentro. A ciò io mi misi a piangere; allora il Tenente mi complimentò dieci soldi e io feci silenzio, presi l’orciuolo, mi ritirai a casa e lo dissi a mia sorella, che è più grande di Filomena. Prima di sabato il Tenente, ogni volta che mi vedeva, mi complimentava due o tre soldi dicendomi “mandami a sorata”. La sera di domenica Filomena ritornò a casa dicendo di essere stata cacciata dal Tenente.

La Teresina nominata da Feliciano è la sedicenne Teresina Spadafora, che racconta:

Due mesi dietro circa ero in compagnia di Filomena D’Alessandro, quando venne dappresso a noi un Tenente e cominciò a rivolgere delle parole a Filomena: “vuoi venire con me ché ti sposo? Non perdere la fortuna tua!”. A tali parole Filomena rispondeva: “vattene, non ci posso venire!”. Dopo qualche giorno mi recai alla fontanella e vidi il Tenente affacciato da una finestra e non appena mi conobbe mi disse “salutami la biondina”, alludendo a Filomena, “e dille che vuole perdere la fortuna sua”. A tanto gli risposi che non sono persona da portare siffatte imbasciate. Nella sera del sabato passato io e Filomena ci recammo ad attingere acqua alla fontanella e ci seguiva il fratellino Feliciano. Io avevo già pieni gli orciuoli e Feliciano stava facendo la stessa cosa, quando uscì il Tenente che afferrò per un braccio Filomena, trascinandola in sua casa, il di cui portone dista appena due passi dalla fontana. Il fratellino di Filomena allora si mise a piangere ed il Tenente gli regalò mezza lira di bronzo. Ritiratici a casa, io raccontai tutto a mia madre. La sera della domenica vidi Filomena che si era ricoverata in casa di una vicina in via Rivocati e piangendo diceva che il Tenente l’aveva espulsa.

– Sai se Filomena era fidanzata col Tenente?

Secondo me era zitella perché non voleva entrare in casa del Tenente, ma vi fu trascinata a forza.

Il Pretore convoca e interroga come testimone anche il soldato Raffaele Milito, attendente del Tenente Barbera.

Nella sera di sabato undici, secondo il solito, mi recai in casa del Tenente Barbera per i consueti servigi e trovai che un ragazzino di circa otto o dieci anni diceva al Tenente “mò viene, aspetta”. Di ciò io non mi curai e, fatto quello che dovevo fare, mi ritirai in quartiere. Nel mattino successivo mi recai per i servigi in casa dell’ufficiale e poiché la finestra era chiusa non mi accorsi se vi era qualche persona estranea. Il Tenente mi diede ordine di andare a prendere due caffè, cosa che io subito eseguii. Ritornando in quartiere vennero due donne, accompagnate dal bambino che vidi con l’ufficiale, a chiamarmi, mi domandarono come si chiamava il mio padrone, ma io non le contentai e mi dissero “lo sappiamo come si chiama, se ne ha fuggito la sorella”. In seguito a ciò, per accertarmene, volli andare a casa dell’ufficiale, che era uscito, e là trovai una giovinetta seduta che faceva calzetti. Le dissi “ora come si farà, perché se lo sapranno i superiori puniranno il Tenente” ed ella rispose “che gli hanno da fare? Son venuta da sola!”. La sera di domenica si presentarono a casa del Tenente la zia e la sorella della ragazza, dicendo di volerla ed il Tenente subito disse “prendetela!”.

Da quanto acquisito finora potremmo dire che comincia a configurarsi la solita storiella: promessa di matrimonio, violenza, abbandono. Ma le cose potrebbero essere diverse dopo svolte altre indagini.

Il 24 giugno arriva l’attesa autorizzazione dei militari per poter interrogare il ventisettenne Sottotenente Contabile Barbera Francesco da Piazza Armerina in provincia di Caltanissetta ed il Giudice Istruttore lo convoca con mandato di comparizione per il 30 giugno al fine di contestargli l’imputazione di violenta congiunzione carnale, ma non quello di ratto a scopo di libidine. Interrogato, racconta la sua versione dei fatti.

Respingo l’imputazione perché il fatto che mi si addebita ha proceduto in termini ben diversi da quelli che si vorrebbero. In un giorno di maggio, che non so precisare, standomene al balcone della mia abitazione vidi passare la ragazza Filomena D’Alessandro unita ad un suo piccolo fratello, che supposi andasse dalla Madama Allegro, presso la quale stava a servire. Dopo pochi momenti venne a bussare alla mia porta il fratellino, il quale mi disse che sua sorella desiderava che io le scrivessi una lettera, alla quale mi avrebbe risposto la sera stessa. Io gli risposi che lettere non scrivevo a nessuno e tanto meno alla di lui sorella, la quale, se qualche cosa avesse voluto da me, avrebbe potuto recarsi di persona. Passati pochi giorni da questo fatto, Filomena si recò in mia casa dichiarando essere voluta venire unicamente per la simpatia che nutriva per me. Io le feci intendere che se era per questo, se ne sarebbe potuta andare, come difatti ella fece. Dopo questo fatto, quasi giornalmente. il fratellino si recava da me per farmi intendere che essa sarebbe stata sempre pronta a venire da me quante volte l’avessi voluto ed io, di rimando, gli dicevo che era la padrona di venire a volontà sua. Difatti, la sera dell’undici giugno, venne in mia casa accompagnata dal fratellino e vi rimase tutta la notte e buona parte del giorno appresso, alla sera del quale sopravvennero la sorella di Filomena unitamente alla zia del ganzo di costei per riprendersela. Filomena fece osservare che quella era ora troppo presto per farsi vedere uscire dalla mia casa e così stabilirono di andarsene ad ora più tarda ed infrattanto la zia ebbe a dichiararmi che quante volte l’avessi voluta, avrebbe pensato essa stessa a condurla. Di seguito a tutti questi fatti ho saputo che i parenti di Filomena hanno fatto di tutto per indurla a darmi querela, spingendosi persino a percuoterla. Ma, come chiaro si vede, nulla può addebitarsi nei rapporti con la giustizia perché se io mi sono congiunto carnalmente con quella ragazza, non è stato in conseguenza di artifizi e di violenza come vorrebesi, ma bensì di pieno e libero consenso della ragazza stessa e, se si vuole, anche dei parenti della medesima. Ho dovuto convincermi che l’operato di Filomena altro non sia che un tranello per costringermi a dare denaro e che veramente sia così me lo convince maggiormente la circostanza che dopo la querela i parenti di lei, e segnatamente la sorella ed il ganzo di questa nonché la stessa Filomena, mi hanno fatto intendere che si sarebbe ritirata la querela quante volte io avessi loro dato ora duecento, ora cinquecento lire ed anche meno. Condizione, questa, che io non ho voluto accettare perché sempre respingo in quanto l’operato di Filomena altro non è stato che un tranello a mio danno.

– A noi risulta che la sera dell’undici avete dato cinquanta centesimi in rame al fratellino di Filomena per acquietarlo, dato che piangeva vedendo la sorella entrare con la forza in casa vostra…

È verissimo che detti al di lei fratellino centesimi cinquanta, non in rame ma in argento. Non è vero, però, che ciò feci per acquietarlo, ma bensì per mia generosità perché io non violentai, né costrinsi Filomena a venire in mia casa, ma vi venne invece spontaneamente, per cui non è vero che il fratellino ne piangesse.

Quindi, per il Tenente, non c’è nessun problema se una quindicenne gli si concede “spontaneamente” e resta in casa sua due quasi giorni. Ma, che Filomena sia stata rapita o si sia data “spontaneamente”, cosa dire dei familiari della ragazzina che non sono corsi immediatamente dai Carabinieri a denunciare il fatto? Arroganza del potere da un lato e degrado morale dall’altro.

Interrogata, Filomena nega le accuse rivoltele dal Tenente e conferma in pieno il contenuto della querela.

– Però quando ti avrebbe trascinata in casa sua non hai gridato, nessuno ha sentito chiedere aiuto, come mai? – è la solita domanda, la domanda che ribalta la responsabilità, alla quale Filomena risponde:

Fu tale l’affronto e la confusione in cui mi trovai nel sentirmi prendere per il braccio, che non ebbi agio di emettere grida, tanto più che il punto in cui mi trovavo è distante due o tre passi dalla porta del Tenente ed egli fece di tutto per impedirmi di gridare, premendomi una mano sulla bocca e chiudendomi in casa. Dopo il fatto io non potei più restituirmi in famiglia prima di tutto perché il Tenente mi chiuse in casa, facendomi anche portare da mangiare, che rifiutai, dalla sua ordinanza e in secondo luogo perché temevo che i miei di casa mi avrebbero battuto trovandomi in quelle condizioni, tanto è vero che la sera di domenica, quando il Tenente mi rimandò a casa, io non osai tornarvi, ma mi ricoverai in quella di Orsola Spatafora, una mia vicina, dove mi trovo perché mio padre non mi ha più voluto in famiglia. A conferma delle male intenzioni del Tenente Barbera debbo aggiungere che, mentre prima aveva cercato adescarmi con assicurare che mi avrebbe sempre tenuta presso di lui, poi mi licenziò col dirmi che sarei stata la padrona di tornare da lui, eccitandomi a farlo di tanto in tanto perché mi avrebbe pagato. Oltre a ciò, poi ha offerto di rimediare al mal fatto col pagare una somma alla mia famiglia, che mai ha dato. Insisto quindi nella querela, disposta anche a quietanzarla quante volte il Tenente se la intenda per ciò con mio padre.

Beh, se Filomena riuscirà a provare che il Tenente le ha offerto dei soldi saranno guai perché gli potrebbero contestare il reato di induzione alla prostituzione, reato aggravato dall’età di Filomena e questo in città sarebbe uno scandalo enorme.

Il Tenente Barbera cita alcuni testimoni a discarico i quali, sebbene non siano stati presenti al momento dell’ingresso, volontario o sotto costrizione che sia stato, di Filomena in casa del Tenente, riferiscono genericamente o che tra i due c’era una “compiacenza reciproca”, o che Filomena “si prostituiva seco lui”. E siamo punto e a capo.

È il 12 luglio 1892, un mese esatto dal fattaccio, quando Filomena, suo padre Felice ed il Sottotenente Francesco Barbera entrano nell’ufficio del Giudice Istruttore con un foglio di carta bollata da una lira, in bianco, che consegnano al Cancelliere il quale, sotto dettatura del Magistrato, scrive:

La nominata D’Alessandro Filomena, con l’autorizzazione del suo genitore Felice, dichiara di rimettere, come formalmente rimette, la querela avanzata in giustizia contro il sig. Francesco Barbera pel titolo di violenza carnale ai termini della stessa querela, avvalendosi per ciò fare del diritto che gliene porge la legge, offrendosi pronta, sempre col consenso del di lei genitore, di rifondere le spese dovute all’Erario dello Stato.

Il Tenente sig. Barbera, a sua volta, dichiara di accettare, siccome accetta, la remissione così fattagli e si obbliga di rilevare indenne la remittente D’Alessandro alle spese di cui sopra.[1]

Bene, il padre ed il Tenente si sono messi d’accordo sul prezzo di Filomena.

E vissero tutti felici e contenti.

 

[1] ASCS, Processi Penali.