È il 31 luglio 1924 e mezzogiorno è passato da poco. Lungo la mulattiera che passa in contrada Galluzzo di Acri la Guardia Forestale Carmine Pedatella incontra due giovani pastori con le loro greggi e li ferma per raccomandargli di non entrare con gli animali nel terreno vincolato, poi chiede:
– Sapete a chi appartiene il gregge al pascolo nella bassura?
– Sì, a Benedetto Renne, ‘U Lupu – risponde il quindicenne Umile Crocco.
I tre si lasciano e Pedatella si incammina verso il gregge, mentre i due pastorelli, prevedendo che la guardia stia andando ad elevare la contravvenzione per il pascolo abusivo al sessantenne Benedetto ‘U Lupu, fermano gli animali e cercano un buon posto per nascondersi ed assistere alla scena. Quando lo trovano e cominciano ad osservare, capiscono subito che non è la scena che avevano immaginato perché vedono ‘U Lupu che, stando dietro la guardia mentre questa sta contando gli animali, gli tira un violento colpo di bastone alla testa, facendolo cadere. Sta per colpirlo di nuovo, i due pastorelli sgranano gli occhi terrorizzati e scappano proprio mentre sentono la voce di Pedatella che invoca pietà:
– Madonna mia! Lasciami che ti perdono, non ti faccio contravvenzione… lasciami stare… non ammazzarmi…
Umile Crocco ed il tredicenne Agostino Lupinacci spingono gli animali per allontanarsi il più rapidamente possibile, poi si separano e dopo una mezzoretta di cammino il primo viene raggiunto da Benedetto ‘U Lupu, che ha la parte anteriore della lanetta (una sorta di panciotto. Nda), le mani, il bastone imbrattati di sangue e con in testa un cappello identico a quello delle Guardie Forestali ma senza fregio e la giacca buttata sul cappello a penzoloni sulle spalle. Umile è turbato e per un certo tratto proseguono insieme in silenzio. In questo frattempo a loro due si aggiunge Angelo Lupinacci, il padre di Agostino, che aveva raggiunto il figlio, scappato temendo di prenderle non essendosi fatto trovare nel posto indicatogli dal genitore. Dopo un po’ Umile non resiste più e, forse confortato dalla presenza del padre di Agostino, chiede a Benedetto ‘U Lupu:
– Come mai sei sporco di sangue?
– Sono caduto…
– E da dove sei caduto? – gli chiede Lupinacci intromettendosi.
– Da un fago (faggio. Nda)…
– E come sei caduto che stai sporco di sangue per tutto il petto della lanetta? Abbiamo incontrato una guardia, forse ti sei litigato con lui? Lo incalza Umile.
– E dove mi hai visto con questa guardia? Ti ammazzo! – risponde, visibilmente sorpreso e nervoso.
– Non ho visto niente, ho solo domandato… – le cose potrebbero mettersi male, meglio smetterla e spingere il gregge verso casa, seguito dal padre di Agostino. Per Umile è il momento giusto per rivelare a Lupinacci che tutto quello raccontato da ‘U Lupu non è vero perché il sangue che ha addosso non è il suo, ma è quello della Guardia Forestale Pedatella, colpito a bastonate da ‘U Lupu e che lui ed il figlio hanno assistito all’aggressione.
È ormai la sera del 31 luglio quando Angelo Ippolito sta tornando dalla trebbiatura e sente due ragazzi parlare del fatto che U Lupu ha assassinato una guardia al cùazzu d’a muntagnella, ma è tardi e non si ferma a chiedere. Il mattino seguente, primo agosto, però, quando incontra Giuseppe Scavello che sta andando al lavoro con i buoi, e gli dice
– Angelo Gencarelli mi ha detto che ‘U Lupu ha assassinato una guardia…
– E chi Glielo ha detto? Forse l’ha visto?
– Non ha visto mentre lo ammazzava, ma lo ha incontrato tutto imbrattato di sangue.
– Ah! Allora ieri sera avevo capito bene…
Troppe coincidenze, la voce merita di essere verificata e così, lasciati i buoi in custodia ad un figlio di Scavello, i due vanno al ricovero delle Guardie Forestali per chiedere informazioni e vengono a sapere dalla Guardia De Giacomo che Pedatella è uscito per servizio dal mezzogiorno del 31 luglio e non è ancora rientrato. Scavello e Gencarelli gli raccontano della voce che sta girando ed insieme alla guardia vanno al cùazzu d’a muntagnella.
Dopo aver inutilmente rovistato un versante, De Giacomo scorge il cadavere nella vallata dall’altra parte. Non c’è tempo da perdere ed i tre si dividono i compiti: Lupinacci resta a guardia del corpo, De Giacomo va ad avvisare i Carabinieri e Scavello va a ritirare i buoi e tornare subito sul posto. Scavello, infatti, non ci mette molto a tornare, casualmente preceduto da Eugenio Montalto, ma adesso i tre non sanno cosa fare se non aspettare l’arrivo delle autorità. Ma il caso vuole che da lì passino due ragazzi con un gregge di pecore che li informano di avere visto ‘U Lupu nei faggi a pascolare le capre. I tre si mettono a correre verso il bosco ma si fermano subito colti da un dubbio: hanno il diritto di arrestarlo? Dopo un breve conciliabolo stabiliscono che Montalto lo terrà a bada fingendo di voler acquistare le capre finché non arriveranno i Carabinieri. E così passano circa tre ore, poi Scavello decide di andare dal signor Lupinacci, in villeggiatura in quei pressi, per informarsi se possono arrestarlo.
Forse ‘U Lupu ha sentito puzza di bruciato, fatto sta che, con la scusa di scacciare le capre che stanno invadendo un terreno vincolato, spinge gli animali verso un’altra zona a tutta velocità. Lupinacci e Montalto scambiano tra loro qualche parola e decidono di fermarlo, costi quel che costi. E così fanno, spiegandogli anche il motivo del loro gesto e dicendogli che lo tratterranno fino all’arrivo dei Carabinieri. ‘U Lupu allora si mette a gridare, ma non lo lasciano andare.
– Va bene, resto – cede – ma dovete farmi andare a scacciare il gregge dalla zona vincolata…
I due acconsentono e l’altro cerca di approfittarne per scappare, ma viene nuovamente raggiunto e bloccato, proprio mentre arrivano sul posto Scavello ed il signor Lupinacci, che conferma la legittimità del fermo.
Quando i Carabinieri, accompagnati da De Giacomo, arrivano sul posto, Scavello e Lupinacci non ci sono più perché, come abbiamo visto, sono nel bosco a guardia del fermato. Il Maresciallo Sebastiano Grillo dà le prime disposizioni e i suoi uomini battono il terreno circostante alla ricerca di indizi utili: a distanza di tre passi precisi dal cadavere vi è un tascapane grigioverde contenente una piccola fondina per rivoltella di cuoio nero ed una chiave. A distanza di dieci passi precisi vi è un vecchio cappello sbiadito con delle macchie di sangue ben distinte ed una cartuccia carica per moschetto modello 1870. A distanza di circa sessanta metri, sotto un cespuglio di faggio e ben nascosta, vi è una cravatta imbrattata di sangue. A distanza di circa settantacinque metri, in aperta campagna vi è un fregio da berretto da Guardia Forestale con relativa coccarda. Tranne il cappello insanguinato, evidentemente perso dall’omicida, tutti gli altri reperti appartenevano al povero Pedatella, ma mancano il moschetto e la rivoltella. A distanza di cento metri circa dal cadavere, circondato da un gruppo di persone, c’è Benedetto Renne. Interrogato sul posto dal Maresciallo, per nulla vuole confessare il delitto commesso e viene portato davanti al cadavere, dove gli viene mostrato il cappello insanguinato, che dichiara non essere il suo. In questo frattempo il Maresciallo nota che il dito medio della mano sinistra del fermato è ferito e fasciato da una pezzuola e gliene chiede conto.
– Mi sono ferito molto tempo fa – non vuole spiegare come si è ferito, ma non è un problema perché è chiaro che sta mentendo in quanto la fasciatura è intrisa di sangue e quindi la ferita è molto recente. Se ciò non bastasse, ci sono le immediate proteste dei testimoni, ai quali ha dichiarato di essere caduto il 31 luglio.
Poi arriva il Pretore, che fa i suoi rilievi, interroga sommariamente il fermato e torna in paese. Ma sta calando il buio, la strada da fare è tanta e il Maresciallo non si fida a condurre in caserma di notte ‘U Lupu, così decide di pernottare sul posto. La mattina del 2 agosto, alle 7,00 i Carabinieri ed il fermato si avviano verso Acri, fermandosi prima a perquisirne l’abitazione ed a mostrare alla moglie ed ai vicini di casa il cappello sequestrato, che viene riconosciuto di proprietà di ‘U Lupu. In casa non vengono rinvenuti gli abiti sporchi di sangue descritti dai testimoni, ma in una baracca c’è una scure intrisa di sangue. Che abbia colpito la guardia anche con la scure? Sembra di no, forse non è nemmeno sua ma di suo genero, che dichiara di averla usata per uccidere una capra malata per darla in pasto ai suoi cani.
Il piccolo corteo è ormai arrivato in paese e ad attenderlo c’è una enorme folla che urla di voler linciare l’assassino. I Carabinieri lo circondano per proteggerlo ma non possono evitare le sassate e le bastonate indirizzate contro ‘U Lupu. Il Maresciallo Grillo capisce che non ce la faranno ad arrivare incolumi in caserma e tenta il tutto per tutto ordinando ad un suo uomo di correre a chiedere aiuto ai miliziani fascisti. Per fortuna la manovra riesce e, seppure a stento, ‘U Lupu viene messo in salvo e rinchiuso in camera di sicurezza, in attesa di essere portato nel carcere mandamentale di Acri. Ma il Maresciallo sa benissimo che il carcere non è difendibile se la folla dovesse decidere di assaltarlo e linciare il prigioniero, così lo trattiene in caserma e insiste perché sia prelevato, adeguatamente protetto, e trasferito nel carcere del capoluogo provinciale. Nell’attesa, il Pretore, con tutte le precauzioni del caso, viene scortato fino in caserma e interroga Renne, che continua a negare di avere ucciso Pedatella e dice che la mattina del 31 luglio non lo ha nemmeno incontrato perché è andato ‘e caparìerte (verso sopra) in montagna al confine col comune di Rose.
– Ci sono due testimoni che vi hanno visto colpire Pedatella.
– Non è vero! Non bisogna prestar fede a dei ragazzi! – ahi, sta combinando un guaio.
– Come sapete che gli accusatori sono dei ragazzi? – e sì, la frittata è fatta.
– Bisogna portarmi per testi degli uomini con la barba, non dei ragazzi. Io ero uomo da andare contro un guardaboschi? – insiste.
– Qualche ora dopo il fatto siete stato visto con la lanetta e le mani sporche di sangue.
– Mi ero ferito al dito, come vedete, e mi pulii sulla lanetta…
– Quella scalfitura è insignificante!
– Di qui è uscito il sangue…
Il Pretore insiste più e più volte per sapere che fine ha fatto la lanetta, ma ‘U Lupu non risponde. Poi il Magistrato continua con le domande:
– Avete parlato con qualcuno che vi ha chiesto spiegazioni per le macchie di sangue?
– Sì, è vero che mi fu domandato, ma risposi che ero precipitato e mi ero ferito.
– A qualcuno avete detto di essere precipitato, ad altri che eravate caduto dall’albero e ad altri ancora che avevate ammazzato una capra…
– Ho dolor di testa e non posso più parlare…
– Questo cappello è stato trovato presso il cadavere, è vostro? – gli chiede il Pretore mostrandogli il cappello sequestrato.
– No.
– Avete ucciso Pedatella perché vi stava facendo una contravvenzione, è così?
– Nego recisamente di essere l’autore dell’omicidio. La guardia andava facendo tante contravvenzioni e proprio io debbo piangere questo guaio?
– Dove avete fatto pascolare le capre?
– ‘E caparìerte. Qualche boccone lo presero lungo la via. Poi, ad un certo punto, da una parte vi erano i guardaboschi, da altre parti vi erano i padroni dei pascoli e perciò ritornai a casa. Per la strada mi incontrarono pure Santo Luzzi detto Santarìellu e Pasquale Groccia…
– Dove avete buttato la lanetta macchiata di sangue? – il Pretore cerca di prenderlo alla sprovvista.
– Ma che so io? Sono un povero vecchio ca nun cunta… il sangue mi uscì abbondante anche dal naso…
– Dove siete caduto? Portateci sul posto.
– Ma che volete da un povero vecchio? Come potevo io, che poco mi reggo in piedi, assalire un guardaboschi robusto e per giunta armato? Ma lasciatemi stare, non mi torturate con tante domande… che so io, che ricordo di quello che dicevo in un simile stato d’animo con tale grave imputazione sulle spalle? Sono un povero vecchio che non conta. Perché volete che debba essere io a piangere la fine del guardaboschi con tante persone alle quali ha fatto contravvenzioni? Per il divieto di pascolo al bosco Galluzzo tante persone rimasero senza pascoli, chi sa quanti lo odiavano ed ora volete che paghi io il fio di un delitto che non ho commesso? Come è concepibile che un vecchio come me assalisse un guardaboschi robusto?
I colpi alla testa, sicuramente inferti anche con il taglio ed il dorso di una scure, che hanno portato alla morte Carmine Pedatella dopo una breve agonia, durante la quale avrà anche potuto muoversi e spostarsi, sono stati otto, così ha stabilito la perizia autoptica.
È il 28 settembre, sono passati quasi due mesi dall’omicidio di Carmine Pedatella, quando si presenta nella caserma dei Carabinieri di Acri il quarantenne contadino Angelo Ippolito con un fagotto in mano, chiedendo di parlare col Maresciallo Grillo.
– Ieri, trovandomi in contrada Galluzzo, e precisamente nella località denominata Scavello, mentre pascolavo le capre trovai in un cespuglio di faggio questo moschetto modello 1870, rotto. Sono convinto che si tratti del moschetto di cui era armata la guardia forestale Pedatella. È carico con una cartuccia a pallottola, con la capsula percossa ma non esplosa.
Finalmente, perché sapere in giro e forse in mano alla persona sbagliata un’arma così micidiale aveva tolto il sonno al Maresciallo, che sequestra il moschetto e lo mette a disposizione della Magistratura.
L’istruttoria è ormai giunta alla sua conclusione e la Procura chiede il rinvio a giudizio di Benedetto Renne, ‘U Lupu, per rispondere di omicidio volontario del sorvegliante forestale Pedatella Carmine, commesso a causa delle sue funzioni di pubblico ufficiale mentre, cioè, il Pedatella stava per elevare contravvenzione ad esso Renne.
Il 13 gennaio 1925 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e ad occuparsi del caso sarà la Corte d’Assise di Cosenza il 18 gennaio 1926.
Durante il dibattimento il Pubblico Ministero chiede la condanna dell’imputato per il reato ascrittogli, mentre la difesa chiede l’assoluzione o in subordine il riconoscimento del vizio totale di mente o, ancora più in subordine, il vizio parziale di mente.
Il 19 gennaio la giuria popolare emette il verdetto: nel momento in cui Benedetto Renne ‘U Lupu commise il fatto si trovava in uno stato di infermità mentale tale da scemarne grandemente la coscienza o la libertà dei propri atti. La quantificazione della pena è presto fatta: anni 10 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Non risultano ricorsi.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.