È VERO O È FALSO?

Verso le undici di sera dell’11 novembre 1919, un uomo e una donna si fermano davanti alla porta del quartino sito nello stabile al numero 21 del Vico Pergola a Napoli, dove abita la ventitreenne prostituta Carmela Fasolini. Sono gli usurai Nunzio Cioffi e sua moglie Anna Marra e sono lì come ogni sera per riscuotere gli interessi della giornata su una somma da essi prestatale. La porta è socchiusa e l’usuraio sbircia attraverso lo spiraglio, notando che nella stanza c’è un lume acceso e dietro la porta è appeso un pastrano con la fodera di fustagno a quadroni, poi chiama ripetutamente Carmela, ma nessuno risponde. In questo stesso momento si apre la porta accanto ed esce sul pianerottolo Assunta Stiro, la padrona del quartino abitato da Carmela, che gli dice:

– Non c’è…

– C’è, c’è, ‘a luce è appicciata e ‘a porta sta apierta! – e mentre parla sente dei passi nella stanza, mentre la luce si spegne. Allora decide di entrare e spinge la porta, ma una mano ignota, dall’interno, spinge la porta per impedirne l’apertura e Cioffi esclama – guardate, mò se mette pure arret’a porta!

Né, piezz’e sfaccimm, pecché nun arape? Nun ‘o ssaje ca quanno nun tiene jurnata, io nun t’affanno? – urla, spazientita, Anna Marra.

Turnate dimane, forse mò sta cu nu cliente… – suggerisce loro la padrona di casa.

Gli usurai, data l’ora, accettano il consiglio e se ne vanno; anche Assunta Stiro rientra in casa e chiude la porta.

È la mattina del 12 novembre 1919 e la porta del quartino di Carmela Fasolini è ancora semi aperta. Assunta Stiro ed il marito Carlo Rescigno sono sul pianerottolo e sembrano indecisi se entrare o meno. In questo momento arrivano di nuovo i coniugi Cioffi e accade qualcosa di strano: i proprietari della stanza, e specialmente Assunta, ostacolano ai Cioffi l’ingresso nel quartino di Carmela, ma dopo qualche scaramuccia verbale, entrano tutti e quattro e si avvicinano al letto sul quale è distesa, nuda, Carmela. La sua postura tranquilla, con il capo reclinato verso il lato sinistro, fa pensare che stia ancora dormendo, magari dopo avere esagerato col bere nella notte appena trascorsa. Ma questo pensiero viene subito vanificato dalle urla di terrore quando, dopo aver visto il guanciale completamente tinto di rosso scorgono l’enorme squarcio sulla gola, come se fosse un’enorme bocca che ride sguaiatamente.

Viene subito allertata la Questura ed i funzionari che si recano sul posto hanno l’impressione che la donna sia stata sgozzata nel sonno, non presentando il suo corpo alcun segno che possa testimoniare una lotta avvenuta tra lei ed il suo aggressore; non un graffio, non una ecchimosi, ad eccezione di un piccolo segno sulla fronte, né alcuna contrazione di arti o muscoli. Poi vengono interrogati tutti gli inquilini dello stabile e qualcuno dice che nella notte ha sentito il grido di una donna, ma Assunta Stiro, sebbene abiti accanto, dice di non aver sentito niente. Vengono sentiti anche i coniugi Cioffi e salta fuori anche il fatto che Assunta non voleva farli entrare nel quartino, nonostante la porta fosse socchiusa. Risulta, di più, che Assunta è di nuovo entrata, questa volta da sola, in casa dell’assassinata per impossessarsi della gonna e della camicetta, che sarebbero state consegnate ad Anna Marra ed in effetti è proprio così perché la Questura gliele trova in casa e le sequestra.

Chi può avere ucciso Carmela? È questo il dilemma che devono risolvere gli inquirenti. Forse un parente o un amico nel contempo amante e sfruttatore insoddisfatto della Fasolini. In ogni caso uno che doveva essere in grande e anche notoria intimità con la vittima, altrimenti non si spiegherebbero le accertate circostanze della porta socchiusa, del lume acceso e del soprabito appeso allo spigolo superiore della porta socchiusa. Un delitto d’impeto, un delitto d’ambiente, commesso da persona intima della vittima.

C’è un particolare interessante: quando gli inquirenti chiedono ad Assunta Stiro se Carmela era solita portare con sé la chiave della stanza o la chiedeva a lei, afferma che la chiave era sempre nella disponibilità dell’inquilina, ma viene smentita da Carmela Golino, un’inquilina del fabbricato, che sostiene il contrario.

E così lo strano ed equivoco comportamento di Assunta Stiro e, di conseguenza, di suo marito Carlo Rescigno li fa salire in cima ai possibili sospettati come autori materiali del delitto o, quantomeno, come complici e finiscono in carcere.

Ma è troppo poco per portare i due a processo ed alla fine dell’istruttoria i due vengono prosciolti dalle accuse. Altri possibili sospettati? Nemmeno l’ombra. L’omicidio di Carmela Fasolini rimane avvolto nel mistero ed il fascicolo rimane rubricato a carico di ignoti.

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10 settembre 1926, carcere mandamentale di Ferrandina in provincia di Matera. Dall’omicidio sono passati sette anni quando Domenico Groppa da Frascineto, in carcere per le stragi della famiglia Canino commessa a Carpanzano (3 morti con atti di necrofilia), della famiglia Berardone – Di Sarli commessa a San Chirico Raparo in provincia di Potenza (3 morti con 2 stupri e una decapitazione) e della famiglia Camardo commessa a Ferrandina (4 morti con una donna impalata ed un uomo evirato), delle quali è reo confesso, chiede di parlare col Pretore del luogo per importanti dichiarazioni ed il suo racconto è allucinante:

Dichiaro che il primo assassinio che ho commesso fu quello della bambina Piazo perché son sicuro che c’è un condannato all’ergastolo. Altri omicidi però prima ho commesso, per i quali è possibile che ci siano degli arrestati innocenti. Perciò, nel dubbio, voglio scaricarmi la coscienza e raccontare quelli che ho commesso ulteriormente. Negli ultimi di ottobre, non so precisare il giorno, del 1919, a scopo di furto uccisi, almeno così credo, mediante strangolamento e colpi di mattone alla testa, una prostituta, Nicolina, della quale non so il cognome, ma che era conosciutissima in Castrovillari. Le diedi appositamente cento lire per averle scambiate e mi accorsi che aveva un buon gruzzoletto, cioè poco meno di mille lire, delle quali mi impossessai dopo che la lasciai morta – racconta altri orribili delitti e poi continua –. Nel novembre dello stesso anno 1919 uccisi in Napoli una prostituta nella sua abitazione a Porta Capuana per vendicarmi di una blenorragia inoculatami circa due anni prima, malgrado le avessi fatto intendere che l’avrei pagata lo stesso se mi avesse messo a conoscenza di una sua eventuale malattia. Prima l’ho strangolata e, accortomi che gemeva ancora, le ho ficcato il coltello alla gola. Il coltello era uno di quelli che usano i contadini in campagna, lungo circa dieci centimetri. Ricordo che, appeso al muro, c’era un berretto di stoffa nera con una visiera, che apparteneva all’amante di lei. Quest’ultimo, quando appena avevo compiuto l’atto, venne a bussare alla porta, credo con un avventore. Siccome nessuno poteva accedere e costui aveva cominciato ad urtare violentemente la porta, io mi misi sulla difesa con una rivoltella in pugno, pronto a sparare se la porta fosse stata aperta. Intervenne la padrona di casa, che abitava di fronte, la quale fece conoscergli che un signore era entrato dentro. L’uomo soggiungeva che non si fosse incomodata a rispondere e la padrona di casa, in risposta, gli disse che se l’indomani non le fosse stata pagata la pigione, l’avrebbe mandata via. L’uomo, con l’amico, se ne andò ed io, messami una barba finta ed alzato il collo del soprabito, scesi frettolosamente la scala esterna mentre mi guardavano la padrona di casa ed altre quattro o cinque donne. Raggiunta la stazione, presi il treno della mezzanotte diretto a Roma.

Tombola! Forse. Forse perché il Pretore di Ferrandina dell’omicidio di Carmela Fasolini non sa assolutamente nulla e quindi, inviata una copia del verbale alla Procura di Napoli, bisogna aspettare la risposta che confermi che nel novembre del 1919 una prostituta fu uccisa e che il racconto di Groppa coincida con le risultanze processuali agli atti.

Quando arrivano i documenti da Napoli, considerato che sono passati sette anni dal fatto e che quindi qualche particolare può essergli sfuggito, la versione data da Groppa sostanzialmente coincide con la ricostruzione fatta dagli inquirenti, ma ci sono delle circostanze ritenute importanti di cui il reo confesso non ha parlato e che sono ritenute decisive per avere la conferma che fu lui ad uccidere. Per esempio non ha descritto la vittima: era giovane o in età matura? E il suo aspetto fisico? Come mai non ha detto che la vittima nel labbro superiore era provvista di peli “a somiglianza di baffi”, un importantissimo elemento d’identificazione. Come mai ha parlato di strangolamento, quando invece è certo che non ne furono trovate tracce? La chiave di casa l’aveva Carmela o, come sostiene la testimone, fu presa a casa di Assunta Stiro? E se fu presa a casa della Stiro, ricorda qualche particolare della sua casa? Come era vestita Carmela? Chi bussò alla porta mentre lui era dentro, visto che ha riferito che a bussare fu l’amante, mentre risulta che furono i coniugi usurai?

Insomma, un bel rompicapo perché gli inquirenti ormai hanno fondati sospetti che Groppa ha, per partito preso, l’abitudine di accusarsi di tutti i delitti di cui viene a conoscenza, sia che di questi siano ignoti gli autori, sia che dei medesimi gli autori si sappiano e contro di essi si proceda. Egli, che per via dei delitti da lui effettivamente commessi si trova nella condizione d’essersi assicurato la pena più grave, l’ergastolo, nulla ha da perdere confessandosi reo di altri delitti, anche obbrobriosi, e trova utile prolungare al massimo grado, per non dire all’infinito, la sua situazione di giudicabile accollandosi i delitti degli altri per spillare evidentemente a costoro del denaro che spende a proprio favore nel carcere preventivo e i delitti di cui siano ignoti gli autori per acquistarsi a buon prezzo quella qualifica di squilibrato che dovrebbe, nelle sue speranze, fargli pagare più a buon mercato i delitti che egli ha realmente commesso. Hanno ragione? Magari se decidessero di sottoporlo a perizia psichiatrica se ne potrebbe avere la certezza, ma intanto, quando viene interrogato per chiarire le circostanze dubbie, Groppa lascia tutti a bocca aperta:

Non sono stato io perché nel novembre 1919, epoca in cui la Fasolini fu uccisa, mi trovavo soldato nel Quarantanovesimo Reggimento Fanteria di stanza a Torino

– Non sei stato tu? E tutti i particolari che hai descritto minuziosamente?

Le ho apprese nel mese di luglio 1925 nel carcere del Carmine in Napoli da un condetenuto di cui ignoro le generalità

E così partono le indagini per verificare l’alibi fornito, ma i dati annotati nel suo foglio matricolare riportano solo che egli, dopo essere stato l’11 settembre 1919 denunciato al Tribunale Militare di Ancona per diserzione, venne, il 20 dello stesso mese ed anno, assegnato al 49° Reggimento Fanteria di Torino, ma da esso non risulta se egli nel novembre 1919 trovavasi ancora a detto Reggimento.  Ma come è possibile? Interpellato, l’Ufficio Matricola del Reggimento risponde che il Groppa non figura in nessun documento matricolare del 49° Reggimento Fanteria perché i ruoli sono nella maggior parte incompleti. In mancanza di dati essenziali non si è in grado di smentire l’alibi fornito e, quel che è peggio, nemmeno di accertare la sua responsabilità.

Che sia un altro sotterfugio messo in atto da Groppa per continuare a girovagare di carcere in carcere e procrastinare all’infinito l’assegnazione, dopo la sicura condanna all’ergastolo, ad un carcere di espiazione della pena?

Finalmente qualcuno si dà una mossa: la Corte d’Assise di Lagonegro in provincia di Potenza, che lo sta giudicando per la strage di San Chirico Raparo, chiede al Ministero competente che Groppa sia sottoposto a perizia psichiatrica e così viene internato nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, dove gli viene comunicato il proscioglimento per l’omicidio di Carmela Fasolini:  La Sezione d’Accusa, in parziale difformità con la requisitoria del Pubblico Ministero, dichiara non doversi procedere contro Groppa Giuseppe per insufficienza di prove circa il reato di omicidio premeditato in persona di Fasolini Carmela.

Groppa non ci sta. Non perde tempo e, fattasi dare carta, penna e calamaio, scrive:

Io Groppa mi meraviglio perché non missono impazzito per la ragione che quantunque io Groppa ho descritto tutti i più minuti particolari, pure non fui creduto. Ma però io Groppa insisto che lautore sono io. Signor Giudice io Groppa sospetto qualle sia la ragione che la giustizia non volle credere. Io Groppa in quel tempo dovrei essere sotto le armi invece il due delli 9 -18 missono disertato da Torino ove missono messo affare l’uccello di bosco. Dunque torno ha riflettere che la cassa della povera vittima era cassa di commercio essendo che essa era una donna di malaffare che la giustizia potesse sospettare ch’io potessi essere a conoscenza senza di avvere commesso il delitto! Ma se io Groppa ho descritto i più occulti particolari, io credo che avrei almeno il dirito di essere creduto.

Ossequi il detenuto Groppa Domenico

Che stia sentendo avvicinarsi il giorno del giudizio e cerchi di prendere tempo ricominciando il giochino? Vedremo. Intanto la perizia psichiatrica attesta che Groppa è perfettamente sano di mente, ma è la difesa, a questo punto, che insiste per una nuova perizia sostenendo che è impossibile che a macchiarsi degli orrendi delitti di cui si accusa ed è accusato Groppa possa essere una persona sana di mente. Quando Groppa ritratta tutte le confessioni fatte e poi le riconferma, finalmente gli inquirenti si convincono che un’altra perizia psichiatrica è necessaria e l’imputato viene internato nel manicomio giudiziario di Aversa, dove i periti escludono che Groppa sia affetto da una qualsiasi malattia mentale tipica: trovano in lui lievi note degenerative, ma affermano essere il giudicabile un mitomane per il quale la mistificazione e la menzogna sono abituali. A volere spaccare il capello in quattro, per questo e per il complesso degli atteggiamenti del soggetto, i periti hanno espresso l’avviso che sia a lui concedibile il beneficio della limitata imputabilità.

A questo punto tutti i procedimenti penali aperti in vari Tribunali a suo carico in seguito alle sue confessioni (e sono davvero tanti tra una trentina di omicidi – in realtà ne ha raccontati un centinaio – ed un numero difficilmente calcolabile di stupri, furti, rapine e truffe) per i quali non sono stati trovati riscontri oggettivi certi che confermino la sua responsabilità penale, vengono chiusi con la formula del non luogo a procedimento penale per insufficienza di prove e si procede spediti nei tre processi per le stragi familiari, per le quali, siamo ormai nel 1932, viene condannato a tre ergastoli.

Domenico Groppa, un uomo dotato di intelligenza superiore alla media, ma spietatamente votata al male, che si è preso gioco di tutti per anni.

…Non ho saputo chi fosse mio padre e a 12 anni ho perduto la madre, l’unica persona al mondo che mi volesse bene. Rimasto solo, avendo tendenza irresistibile alla chiromanzia ed alla prestidigitazione, vivevo discretamente indovinando il futuro, specialmente alle donne che avevano i mariti in America e frequentando tutte le fiere e luoghi di riunione. Mi sentivo onesto sino al punto di sperare alla divisa di Carabiniere… Nel maggio del 1916 sono stato condannato, innocente, dal Tribunale di Castrovillari per furto qualificato di generi di monopolio, commesso a Frascineto, a venti mesi di reclusione ed un anno di vigilanza speciale. Ripeto: ero innocente. Se fossi stato reo, non avrei alcuna difficoltà a dirlo, ora che confesso ben più gravi reati. Questa condanna, che fece crollare tutti i miei piani, mi esasperò assai e l’istinto perverso prese il predominio assoluto: giurai di far male quanto più mi fosse stato possibile e, non sapendo star fermo in un posto a causa del mio temperamento di girovago, fui sempre latitante per trasgressione alla vigilanza…

… Negri volle sapere alcune vicende di sua vita, che io naturalmente indovinai, e quando lo vidi persuaso delle mie virtù chiromantiche, gli dissi che sapevo fare moltiplicare il denaro per cento, collocandolo in un campo vicino, che io chiamai “dei miracoli”. Ebbi così modo di sapere che possedeva dodicimila lire e lo indussi ad uscire con me per farle diventare un milione e duecentomila…

… per le donne speravo che non fossero state viste dal medico dati i numerosi colpi di zappa tagliente. Ho portato via la testa dell’uomo, oltre che per non far scoprire la pallottola, anche per mettermi il diavolo in corpo. Avevo letto infatti sopra un libro di spiritismo, di un autore straniero che non ricordo, che per diventare completamente diavolo occorreva mangiare la polpa della testa di un uomo sotto una pianta di carrubbo e dormirvi tre notti, avendo a guanciale il teschio, dopo di che il diavolo sarebbe entrato in corpo. Appena commessi i delitti mi misi a correre precipitosamente allo scopo di non farmi trovare la mattina in quei dintorni. Ricordo che precipitai da un dirupo, che non vidi a causa del buio fitto e perdetti la testa dell’ucciso, che avevo messa entro una bisaccia presa dalla masseria…

Grande fu il loro terrore; io senz’altro dissi che volevo giacere con la figlia. Si rianimarono, sdegnati per tale proposta e cercarono di aggredirmi con una scure, ma io, più sollecito, uccisi prima il marito, disarmandolo della scure, e poi la moglie, a distanza di pochi secondi, colpendoli alla gola. Si svegliò, frattanto, la ragazza e, con un lungo coltello appuntito, cercò di ferirmi. Io la disarmai, ferendomi leggermente alla mano destra e la pugnalai diverse volte. Inferocito, seguitai a dare colpi ai genitori, lasciando piantato nella pancia della madre il pugnale; l’altro, curvatosi ai primi colpi, lo buttai a terra. Calmatomi un poco, toccai la ragazza e siccome era ancora calda, me ne volli servire superficialmente. Poi, per curiosità, le ho spaccato il petto, tirando fuori il cuore, il fegato e gli intestini…[1]

[1] ASCS, Processi Penali. La storia dell’omicidio di Carmela Fasolini è la storia di uno dei tanti omicidi di cui Domenico Groppa si auto accusò ma non venne creduto ed è stata ricavata attraverso gli atti processuali conservati negli Archivi di Stato di Cosenza, Matera, Potenza e Catanzaro, Sezione di Lamezia Terme. L’intera vicenda processuale di Domenico Groppa è stata pubblicata nel Volume 3 di Antichi Delitti, attualmente fuori commercio.