TESTIMONI E VENDETTE

Per capire cosa accade nella notte del 18 settembre 1937 dobbiamo raccontare una serie di fatti precedenti che cominciano a verificarsi dalla notte del 2 novembre 1933 quando in contrada Badia del comune di Bianco, provincia di Reggio Calabria, vengono rubate due capre in danno del contadino Domenico Mezzatesta da Samo di Calabria e viene arrestato Fortunato Mesiti, subito prosciolto per non aver commesso il fatto e gli autori del furto restano ignoti.

Un anno e mezzo dopo, nel maggio del 1935, dalla casa colonica in contrada Convento, agro del comune di Samo, abitata da Rocco Iorfrida, viene rubata una rivoltella appartenente a Giuseppe Iorfrida. Qualche tempo dopo il tredicenne Vincenzo Valonà, figlioccio di Giovanni Zirilli, vede la rivoltella nelle mani del suo compaesano e coetaneo Giovanni Zappia e informa della cosa il derubato il quale, per intercessione di Zirilli, ottiene la restituzione dell’arma.

Siamo ora al 17 luglio 1936 quando, in contrada Parmenti del comune di Samo, ignoti appiccano il fuoco ai covoni di grano appartenenti a Zirilli, che vengono completamente bruciati, ma il fuoco distrugge anche i raccolti di Rocco Siciliano e di Caterina Mollace, che denunciano il fatto ai Carabinieri, ma le indagini non danno alcun esito.

Nella notte tra il 12 ed il 13 maggio 1937 vengono rubati dal fondo agricolo di Maria Misiti, in contrada Fusino del comune di Casignana, circa cento chili di patate. La donna segue le tracce lasciate dai ladri e arriva alla vicina casetta colonica abitata dal cinquantasettenne contadino Giuseppe Zappia, padre del Giovanni di cui abbiamo letto sopra. Frugando sotto un cumulo di paglia Maria Misiti rinviene una parte della refurtiva e denuncia Zappia padre quale autore del furto. Allora il denunciato versa nelle mani della Misiti lire 150 a titolo di risarcimento del danno, comprendendovi anche alcune piantine di patate che erano state estirpate e calpestate, forse a scopo di vendetta. Durante la discussione della causa davanti al Pretore di Bianco, competente per territorio, il 13 luglio 1937, Zappia nega la sua responsabilità in ordine al furto e dice, per quanto gli ha riferito il figlio Giovanni, che i responsabili sono il venticinquenne Rocco Micò e Giovanni Cavallaro i quali, indispettitisi per l’accusa fatta da Zappia, si rifiutano di rimborsargli 50 lire ciascuno e riferiscono agli interessati che Giovanni Zappia si è vantato con loro di aver appiccato il fuoco ai covoni di grano di Zirilli e ciò per esercitare una vendetta contro quest’ultimo per averlo costretto a restituire la rivoltella a Giuseppe Iorfrida. Il bello è che, il primo luglio 1937, riferiscono la cosa anche ai Carabinieri di Samo e due mesi dopo la confermano anche al Pretore di Bianco, quando vengono chiamati a deporre come testimoni nell’istruttoria a carico di Giovanni Zappia per l’incendio del grano. Ma Micò e Cavallaro non si accontentano ancora e diffondono la voce, giusta confidenza di Giovanni Zappia, che autori del furto di capre in danno di Domenico Mezzatesta e di un maiale in danno di Vincenzo Drago erano stati il ventiduenne Domenico Zappia, fratello di Giovanni e figlio di Giuseppe, ed il venticinquenne Francesco Giuseppe Mollace, entrambi da Samo. Non solo, perché riferiscono tutto anche ad Antonio Iorfrida che, a sua volta, informa Domenico Mezzatesta, che aveva subito il furto delle due capre e nonno di Domenico e Giovanni Zappia, il quale non accampa alcuna pretesa per risarcimento danni. Iorfrida racconta tutto anche a Vincenzo Drago e questi, invece, incontrati Giuseppe Zappia, il figlio Domenico e Giovanni Cavallaro, chiede loro di essere risarcito, minacciandoli, in caso contrario, di denunciarli e di citare come testimoni Rocco Micò e lo stesso Cavallaro.

Dopo questa ingarbugliata ma necessaria premessa, eccoci alla notte del 18 settembre 1937.

Rocco Micò ed il fratello uterino Giovanni Cavallaro, in compagnia del loro cugino Giuseppe Nicita sono in una pagliaia in contrada Ortocufuri di Casignana a fare la guardia alla loro vigna quando, poco dopo le 21,00, sentono latrare il cane ed escono dalla pagliaia credendo che ci siano dei ladri nella vigna. Invece, inaspettatamente, si trovano davanti Domenico Zappia ed il suo intimo amico e parente Francesco Mollace. Quest’ultimo, con tono altezzoso, invita Micò a recarsi con lui in disparte perché devono parlare.

– Non ci vengo, non ho niente da dirti! – Micò rifiuta.

Allora Mollace lo afferra per un braccio e lo spinge fuori dalla pagliaia per un breve tratto, dicendogli:

Tu con Domenico Zappia ti sei messo? Non sai che sbagli? Non dovevi fare la testimonianza contro suo fratello Giovanni per l’incendio dei covoni di Zirilli!

Appena Mollace ha finito di parlare, Domenico Zappia, che si è sistemato alle spalle di Micò, comincia a vibrare colpi di scure contro costui, attingendolo gravemente alla testa ed al collo e facendolo stramazzare a terra.

Giuseppe Nicita interviene tentando di disarmare Zappia e tra loro due inizia una furibonda colluttazione, mentre Mollace incita l’amico e parente:

Mena, mena altrimenti ci fa pagare il porco di Drago!

Poi tira fuori la rivoltella e spara due colpi contro Micò senza colpirlo. Udite le detonazioni, Nicita lascia Zappia e scappa, come scappa anche Giovanni Cavallaro. Zappia allora si accanisce di nuovo contro Micò e gli vibra altri colpi di scure, poi si lancia all’inseguimento di Cavallaro e, raggiuntolo, lo afferra, lo colpisce ripetutamente col manico della scure producendogli lievi ferite lacero contuse sulla testa e sul naso e quindi, seguito da Mollace, si dà alla fuga.

Micò viene soccorso dal fratello, dal cugino e da altre persone, accorse alle sue grida di aiuto, che lo trasportano a Casignana, dove il medico gli riscontra una ferita da taglio, in senso trasversale, sulla regione occipitale, che lascia scoperto l’osso, nettamente reciso fino al suo tavolato interno; una ferita da taglio, in senso verticale, sulla regione masseterina (il massetere è uno dei quattro muscoli masticatori fusiformi. Nda) interessante i tessuti molli fino alla mandibola; altra ferita da taglio interessante il muscolo del collo, che è reciso; una ferita lacero contusa sulla regione frontale.

Avvisati, i Carabinieri di Samo si recano immediatamente sul luogo dell’aggressione e rinvengono, sequestrandoli, il berretto e la giacca di fustagno intrisa di sangue di Domenico Zappia e iniziano ad indagare sui precedenti e sulla causale del fatto per duplice tentato omicidio premeditato. Ma quando il 22 settembre, quattro giorni dopo l’aggressione, Micò muore a causa delle gravi ferite riportate e specialmente di quella alla regione occipitale che ha intaccato le meningi e la sostanza cerebrale determinando una meningo encefalite purulenta acuta, il capo d’accusa viene modificato in omicidio premeditato e porto abusivo di scure per Domenico Zappia e concorso in omicidio premeditato e porto abusivo di rivoltella per Francesco Mollace. Cavallaro invece se la cava in una decina di giorni. I due restano latitanti fino al 25 settembre, poi si costituiscono e vengono interrogati dal Giudice Istruttore. Il primo a raccontare la propria versione dei fatti è Zappia:

La sera del 18 settembre verso le nove, nel fare ritorno da Casignana a casa mia in contrada Cersarello insieme a Giuseppe Alecci, giunto in contrada Passi del Convento intesi che mio cugino Francesco Mollace parlava agitatamente e avvicinatomi, mentre Alecci proseguiva il suo cammino, lo trovai che altercava con Rocco Micò alla presenza di Cavallaro e Nicita e gli rimproverava che si era permesso di dire che io e Mollace avevamo commesso il furto del maiale di Drago e delle capre di mio nonno Mezzatesta. Micò estrasse la rivoltella e mi sparò due colpi, andati a vuoto. Io, allora, reagii e con la scure gli vibrai alcuni colpi alla testa, senza però intenzione di ucciderlo. Mollace, intanto, nel sentire i colpi di rivoltella si era allontanato ed anche io, dopo avere colpito Micò mi diedi alla fuga

– E chi ha ferito Cavallaro?

– Io non sono stato…

– È vero che tu e Mollace avete rubato le capre ed il maiale?

– No.

Poi è la volta di Mollace:

– Che ci facevi quella sera in contrada Passi del Convento?

Avevo dato appuntamento a Nicita per recarmi insieme a lui allo scopo di incontrarmi con Micò e Cavallaro per raccomandare loro di desistere dall’accusarmi come autore del furto del maiale, di cui sono innocente. Insieme a Nicita passai davanti la casa di Domenico Zappia e chiesi di lui al suo fratello uterino e poi andammo nel fondo di Micò verso le nove e feci le mie rimostranze a lui e a Cavallaro, i quali risposero che a Drago avevano fatto solo il nome di Zappia. In quel momento sopraggiunse Domenico Zappia e Micò, chiestogli perché avesse osato andare nel suo fondo, gli tirò contro due colpi di rivoltella, andati fortunatamente a vuoto, onde Zappia, inalberata la scure che aveva in mano, si avventò contro Micò, mentre io mi diedi alla fuga.

– I testimoni dicono che hai incitato Zappia a colpire Micò, è vero?

– No.

– Hai partecipato al furto del maiale e delle capre?

– No.

Domenico Zappia ha nominato Giuseppe Alecci, col quale stava, a suo dire, tornando a casa e il Magistrato lo chiama a deporre. Tra le altre cose, Alecci riferisce una circostanza che confermerebbe la versione degli imputati:

La stessa notte in cui avvenne il fatto seppi da Antonio Brancatisano, cognato di Micò, che Giuseppe Nicita gli riferì che Micò e non Mollace esplose i colpi di rivoltella appena Zappia si presentò davanti alla pagliaia

Ma, fatte le dovute verifiche, la circostanza non risulta vera e Alecci viene denunciato per falsa testimonianza, salvo poi essere prosciolto quando ammette di non ricordare esattamente quanto il Brancatisano gli aveva riferito.

Siccome è evidente che tutto sia accaduto a causa dei furti e dell’incendio del grano, al procedimento penale per l’omicidio vengono allegati tutti i relativi processi in corso a carico di Giuseppe Zappia, del figlio Giovanni e di Giovanni Cavallaro. Mentre Zappia padre si dichiara innocente e ammette che il furto delle patate è stato commesso dal figlio Giovanni in correità con Cavallaro e Micò, gli altri confessano di avere commesso il furto delle patate. Giovanni Zappia confessa anche il furto della pistola, ma nega di avere incendiato il grano di Zirilli.

Il 10 aprile 1938, chiuse le indagini, il Giudice Istruttore rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Locri Domenico Zappia per rispondere: 1) di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai motivi abietti per vendetta contro Micò Rocco che aveva deposto come testimone a carico di un fratello di esso imputato ed anche per procurarsi l’impunità per il delitto di furto di un maiale, nonché di porto abusivo di scure; rinvia Francesco Mollace per rispondere: 1) di concorso per cooperazione nel delitto commesso da Zappia Domenico e per avere anche esploso, per spalleggiare Zappia, due colpi di rivoltella contro Micò; 2) di concorso per cooperazione immediata nel tentato omicidio ascritto a Zappia; 3) porto abusivo di rivoltella.

Inoltre ordina il rinvio a giudizio di Giuseppe Zappia, Giovanni Zappia e Giovanni Cavallaro per rispondere di furto semplice. Dichiara non doversi procedere contro Domenico Zappia e Francesco Mollace in ordine al furto del maiale e delle capre per essere rimasto estinto il reato a causa di amnistia. Per lo stesso motivo proscioglie Giovanni Zappia in ordine all’incendio del grano; riguardo al furto della pistola dichiara Giovanni Zappia non punibile perché all’epoca del fatto era minore degli anni 14.

La causa si discute il 23 maggio 1939 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: i fatti hanno trovato fondamento principalmente nelle uniformi e non equivoche  dichiarazioni rese da Micò ai Carabinieri ed al Pretore di Bianco, nelle conformi dichiarazioni della parte lesa Giovanni Cavallaro e nella deposizione dell’unico teste oculare Giuseppe Nicita, nonché nei riferimenti dei numerosi testi che raccolsero il conquesto immediato della vittima e non come assumono gli imputati nei loro interrogatori. In tal guisa rimane accertato che Zappia dapprima aggredì alle spalle Micò colpendolo con la scure e che poscia Mollace esplose i colpi di rivoltella contro quest’ultimo quando era caduto a terra per le gravi ferite riportate. È, poi, logico pensare che se Micò fosse stato in possesso della rivoltella, non solo avrebbe ripetuto i colpi per difendersi da Zappia, di cui aveva intuito le cattive intenzioni, ma lo avrebbe tenuto a distanza e gli avrebbe impedito di avvicinarsi con la scure. Egli fu colpito proditoriamente da persona che gli stava a tergo e non già di fronte, come assume Zappia, e ciò significa che la versione dei giudicabili, preparata durante la loro latitanza, non corrisponde a verità, mentre è esatta quella riferita, immantinenti dopo il fatto dalle parti lese e da Nicita. Ciò premesso, è inutile discutere a lungo per dimostrare la nessuna attendibilità della legittima difesa, sulla quale Zappia anche oggi insiste. Non può dubitarsi dell’elemento intenzionale del delitto di omicidio in quanto l’arma da taglio adoperata (scure), la reiterazione di colpi vibrati con violenza e le regioni vitali prese di mira, nonché la gravità della causale provano ad esuberanza che l’agente ebbe la precisa ed univoca volontà di uccidere Micò, non già di ferirlo.

Ma per gli imputati ci sono anche buone notizie: per la Corte non sussiste l’aggravante della premeditazione e spiega: sebbene l’imputato abbia agito per una causale di odio e di vendetta sorta parecchio tempo prima dell’avvenimento, pure il delitto non fu preceduto da alcuna preordinazione, come risulta anche dalla circostanza che l’aggressione fu compiuta quando nella pagliaia si trovava Giuseppe Nicita, circostanza che i giudicabili ben conoscevano o, quanto meno, dovevano ritenere come certa giacché lo stesso giorno, nel frantoio di Naimo, aveva informato Mollace che la sera sarebbe andato a trovare il cugino Micò nel suo fondo. Deve essere esclusa l’aggravante, contestata in udienza, di avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale, qualità che rivestono i testimoni nelle cause di giustizia, perché, per il furto del maiale e delle capre, Micò e Cavallaro non erano stati intesi come testimoni e per l’incendio del grano rimane incerto se avessero mentito o detto la verità; nell’uno e nell’altro caso l’inimicizia aveva origine da gelosia di mestiere e da lotta di prevalenza fra la famiglia Zappia e Micò, sicché nessuna influenza esercitò nell’animo degli imputati la qualità di pubblico ufficiale assunta da Micò e Cavallaro nel rendere la testimonianza. Non sussiste nemmeno l’aggravante di aver commesso il reato per occultarne un altro, ovvero per conseguire la impunità di un altro reato, perché i giudicabili assumono di essere innocenti del furto delle capre e del maiale e non è provato che essi l’abbiano commesso, onde non può ritenersi che l’omicidio sia stato commesso per sopprimere le prove del reato e conseguire l’impunità, anche perché, ripetesi, non è sicuro che Micò e Cavallaro abbiano mentito o detto la verità, come non è sicuro che le loro affermazioni, in ordine alle pretese rivelazioni di Giovanni Zappia, fossero attendibili come prova della colpevolezza degli imputati. Del resto, essendo rimasto estinto per amnistia il reato di furto, viene a mancare il rapporto di connessione con l’omicidio, che è la base dell’aggravante. Resta l’aggravante dei motivi abietti, ma anche questa viene esclusa perché fra gli Zappia e Micò esistevano odio e rancori determinati da orgoglio di contadini e da interessi comuni per cui sovente, dall’una e dall’altra parte, si spargevano e si raccoglievano dicerie che spesso sboccavano in procedimenti penali, onde appare infondata l’aggravante dei motivi abietti.

Per la Corte non regge nemmeno l’imputazione di tentato omicidio in persona di Giovanni Cavallaro perché Zappia, avendo invertito la posizione della scure con la quale aveva ferito Micò e colpendo Cavallaro col manico ha dimostrato di non avere intenzione di cagionargli la morte, ma semplicemente di ferirlo, tanto che gli produsse lesioni lacero contuse guarite in giorni dieci. Il reato, quindi va derubricato in quello di lesioni lievissime.

Chiarito tutto ed accertate le responsabilità degli imputati, la Corte dichiara Zappia Domenico e Mollace Francesco colpevoli di concorso nell’omicidio di Rocco Micò; il primo, inoltre, di lesioni personali in offesa di Giovanni Cavallaro e di porto abusivo di scure; il secondo anche di porto abusivo di rivoltella. Condanna Zappia Domenico ad anni 22 e mesi 3 di reclusione e mesi 1 di arresti; condanna Mollace Francesco ad anni 22 di reclusione e mesi 2 di arresti. Per entrambi le spese, i danni e le pene accessorie.

Ma ci sono altri imputati: Giuseppe Zappia, Giovanni Zappia e Francesco Cavallaro che devono rispondere del furto di patate. Giuseppe Zappia viene assolto per non aver commesso il fatto. Essendo gli altri due rei confessi, non c’è che da determinare la pena da comminare: tenendo presente l’età di Giovanni Zappia e la tenuità del danno e la sola tenuità del danno per Cavallaro, la Corte condanna Zappia a mesi 5 e giorni 10 di reclusione e Cavallaro a mesi 8 di reclusione. Per entrambi le spese e le pene accessorie, con la sospensione condizionale della pena.

Il 16 luglio 1940 la Suprema Corte di Cassazione rigetta i ricorsi di Domenico Zappia e Francesco Mollace.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.