LA STAMPELLA

Domenico Dannoso Esposito (e sì, avete letto bene: Dannoso. Un tempo c’era la brutta abitudine di affibbiare ai figli di ignoti cognomi denigratori per marcarne indelebilmente l’intera esistenza, come ho documentato in “I peccati che vagiscono – bambini abbandonati, ruotari e balie nella Calabria dell’Ottocento”) ha 56 anni, è sposato con la cinquantaduenne Maria Cerolia, fa il manovale e abita a Cosenza in Via Rivocati in una stanza di proprietà del signor Giuseppe Deni, ha un figlio storpio di una ventina di anni che lavora da calzolaio, Raffaele. Spesso Domenico, discorrendo con persone che gli vengono presentate per lavoro, tiene a precisare:

Ho fatto il militare sette anni in Fanteria, quattro anni sotto il cessato esercito e tre sotto quello attuale – cioè prima sotto i Borboni e poi sotto il Regno d’Italia. Perché lo dice? Per sottolineare che lui è un uomo abituato ad obbedire senza fare storie, specialmente al lavoro.

Domenico e Maria vanno d’accordo, ma il figlio, descritto come dedito ai vizi, dà molti grattacapi al padre e spesso entrambi litigano e alzano la voce.

La sera del 9 marzo 1891 Domenico e Maria sono già a letto e Raffaele non è ancora tornato. Quando Domenico sente la chiave girare nella toppa si alza e non appena il figlio mette piede nella stanza gli strappa la stampella, che deve usare per camminare a causa della malattia che lo ha reso invalido, da sotto l’ascella e comincia a percuoterlo con l’arnese. Questo Maria non può sopportarlo. Va bene sgridarlo, magari anche mollargli un ceffone, ma picchiarlo con la stampella proprio no e allora si alza, ignuda, e cerca di strappare l’attrezzo dalle mani del marito che, ormai fuori di sé, le dà due stampellate all’addome e la fa cadere a terra tra i lamenti per il dolore.

Il sarto Luigi Gaudio Muffo sta rientrando a casa quando sente delle grida in casa Dannoso, così bussa alla porta, entra e vede Maria che si stende sul letto dicendo:

Mi ha ucciso mio marito!

Ma come ho potuto ucciderti? Non ti ho percosso con una scure ma invece col palo! – protesta Domenico.

Voglio il medico, chiamatemi il medico! – urla Maria, che comincia a contorcersi per il dolore.

Gaudio allora esce e va a chiamare il medico, mentre in casa si affaccia la trentenne lavandaia Teresa Del Buono, anche lei accorsa alle grida. Vede Maria sul letto che si agita e si lamenta e le chiede:

– Ch’è successo Marì?

Mio marito mi ha picchiata e mi sento morire… chiamatemi il prete!

Ma io non ti ho picchiata con la scure, perché dunque devi morire? – protesta di nuovo, infastidito. Poi si alza dal letto dove si era seduto ed esce di casa.

Luigi Gaudio torna col dottor Francesco Valentini che visita Maria e storce il muso:

– Non mi piace, non mi piace proprio… a casa non può stare, bisogna portarla in ospedale, è in pericolo di vita…

L’ospedale è a due passi e Maria viene ricoverata. L’Agente della Pubblica Sicurezza di servizio informa subito il Delegato di turno, Raffaele Formica, che va subito ad interrogare la donna:

Essendosi mio figlio Raffaele ritirato a casa tardi, il padre gli tolse da sotto l’ascella la stampella, essendo storpio, e lo percosse. Allora io sorsi ignuda dal letto, ove stavo coricata, e presi le difese di mio figlio, ma mio marito con tutta forza mi vibrò con la stampella istessa due colpi all’addome, in seguito ai quali mi buttai a terra. Mio marito allora prese la scure e stava per ripetere i colpi con detta arma, ma trovandosi questa fortunatamente col fodero di pelle, io, nonostante il forte dolore che sentivo per le percosse avute, riuscii a disarmarlo

– Oltre a vostro figlio c’era qualcun altro presente?

Nessuna persona estranea trovavasi presente, ma alle mie grida accorsero Luigi Gaudio Muffo e Teresa Del Buono

Verso le cinque e mezza del pomeriggio dopo il Pretore Giuseppe Perfetti va in ospedale per interrogare a sua volta Maria e formalizzare la querela contro il marito, ma trova una brutta sorpresa: Maria è morta prima dell’alba a causa della peritonite settica sviluppatasi per la perforazione dell’intestino, dovuta ad uno dei due colpi di stampella.

Domenico Dannoso viene arrestato con la terribile accusa di uxoricidio e si difende:

Io ebbi questioni con mio figlio Raffaele perché malcontento di una vita scorretta che lui tirava. Volevo percuoterlo e m’impossessai della sua stampella, ma in quel momento sorse mia moglie per difendere il proprio figliolo e mi tratteneva la punta della stampella medesima. Successe, però, che nella lotta, dalla quale volevo svincolarmi, urtai mia moglie nell’addome con quel legno e lei si lamentò di avere avvertito un forte dolore e fu condotta all’ospedale

– Vostra moglie ha detto che avevate preso la scure per colpirla con quella, ma che riuscì a disarmarvi…

Non è vero che io avessi preso la scure per continuare a percuotere la sventurata mia moglie… è grave la sventura che mi colse

E il figlio Raffaele? Cosa avrà da dire?

Il nove marzo non andai a lavorare e perciò mio padre era con me irritato. Infatti, quando la sera mi ritirai, mio padre si alzò ed impossessatosi della mia stampella incominciò a percuotermi. Fu perciò che mia madre, volendo venire in mio aiuto, si alzò dal letto ma mio padre, irritato come era, si rivolse contro la stessa e la percosse all’addome con un colpo, in seguito al quale mia madre cadde a terra e mio padre, non contento, prese la scure con la quale voleva colpire entrambi, ma poiché sopravvennero Luigi Gaudio e Teresa Del Buono desistette e si diede alla fuga.

Forse Raffaele, come la madre, vuole aggravare la posizione del padre perché la povera Maria non ha detto che il marito voleva colpire con la scure anche il figlio, né ha detto che Domenico ha desistito dal proposito di usare la scure perché arrivarono i due vicini. Bisogna chiarire questa circostanza e quindi bisogna interrogare i due testimoni.

Quando io sono entrato nella casa di Dannoso, costui percuoteva il figlio con le mani, ma non con la scure, che io non gli vidi – afferma Luigi Gaudio Muffo.

– Quando arrivai Maria era sul letto e accusava il marito di averla colpita con la scure. Io intesi che Domenico Dannoso protestava dicendo alla moglie “Ma io non ti ho picchiata con la scure, perché dunque devi morire?” – racconta Teresa Del Buono.

Sì, qualcosa non quadra e, chiusa l’istruttoria, la Procura cambia il capo di imputazione e chiede il rinvio a giudizio di Domenico Dannoso non più per uxoricidio, ma per omicidio preterintenzionale. La Sezione d’Accusa, il 24 aprile 1891 accoglie la richiesta e ad occuparsi del caso è la Corte d’Assise di Cosenza nell’udienza del 10 giugno successivo.

Non c’è molto da discutere, Domenico Dannoso, irritato dal fatto che la moglie gli voleva impedire di picchiare il figlio, le vibrò due colpi di stampella all’addome per tramortirla e continuare a picchiare il figlio, quindi non ci fu volontà omicida, ma quella di provocare una lesione. L’evento morte è andato oltre le intenzioni. Per queste ragioni la Corte condanna Domenico Dannoso ad anni 8 e mesi 4 di reclusione, oltre alle spese ed alle pene accessorie.

Il 9 settembre 1891 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Domenico Dannoso.

Il 13 giugno 1893 la Sezione d’Accusa, in esecuzione del Reale Decreto di Amnistia del 22 aprile 1893, dichiara condonati mesi 3 della pena inflitta.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.