LA GRANDE TOMBA

Domenico Pietroburgo è un carrettiere diciannovenne da Antonimina in provincia di Reggio Calabria che per ragioni di lavoro conosce il bracciante Paolo Commisso, sposato con sei figli, e comincia a frequentarne la casa anche quando l’amico è costretto dalle misere condizioni in cui versa la sua famiglia ad andare a lavorare nei pressi di Crotone, da cui rientra di tanto in tanto per consegnare a Giuseppina, la moglie, quasi tutto quello che ha guadagnato per sfamare i figli. Ma non passa molto perché tra Domenico e Giuseppina inizi una adultera tresca. E non è passato nemmeno molto tempo dall’inizio della relazione quando, verso la fine del 1938, Domenico riesce a sedurre Maria Carmela, la figlia maggiore dei Commisso, e a metterla incinta.

Lo scandalo scoppia nel mese di marzo del 1939 quando ad Antonimina comincia a spargersi la voce che Maria Carmela si è procurata l’aborto e, inevitabilmente, la notizia arriva alle orecchie dei Carabinieri che fanno partire la denuncia, ma la voce dell’aborto non trova riscontri nelle indagini. L’unica certezza è che la ragazza è incinta. Conseguenze penali non ce ne sono, ma la frittata è fatta ed i genitori pensano che l’unico rimedio possibile alla loro difficile posizione è quello di indurre Domenico a sposare Maria Carmela.

I genitori del giovanotto non si mostrano contrari alle nozze ma, in ciò d’accordo col figlio, avanzano la pretesa che la futura sposa sia provvista di un adeguato corredo. Il mondo sembra crollare addosso a Paolo e Giuseppina, vista la loro estrema miseria, ma ecco avvenire qualcosa di straordinario: Paolo Aversa, uno zio materno di Maria Carmela, si offre di aprire a Domenico Pietroburgo un credito di 200 lire presso un mercante di panni di Gerace Superiore affinché la futura sposa possa provvedersi della biancheria e delle vesti necessarie al matrimonio. Adesso non ci sono più scuse e, fatte le pubblicazioni, la data del matrimonio viene fissata al 15 giugno 1939.

Intanto, però, i Pietroburgo, riflettendo meglio sul passo decisivo che Domenico sta per compiere, pensano che se da un lato il matrimonio sanerà le colpe del passato, dall’altro sarebbe un affare ben mediocre giacché il giovane potrebbe aspirare ad un partito, dal lato economico, più vantaggioso. Così la madre e la nonna di Domenico escogitano di risolvere la questione facendo abortire – questa volta per davvero – Maria Carmela ed allo scopo tentano per ben due volte di farle ingerire alcune miscele come infuso di erbe e acqua di liscivia (La liscìvia, popolarmente detta liscìva, è una soluzione alcalina contenente idrossido di sodio, cioè soda caustica, o idrossido di potassio, cioè potassa caustica, usata per la fabbricazione casalinga del sapone. Nda) da esse preparate e ritenute di sicura efficacia, ma la vittima designata, disgustata dal sapore delle miscele, non vuole berle ed il progetto fallisce.

È chiaro che l’idea di sposare Maria Carmela non entusiasmi Domenico il quale, sazio di amplessi ma forse anche stanco di mantenere la doppia tresca, a tutt’altro può sentirsi spinto meno che a celebrare il matrimonio riparatore e quindi va in cerca di pretesti per evitarlo. Eccone un paio: il 3 giugno, fatta la richiesta delle pubblicazioni del matrimonio, lungo il viaggio da Antonimina alla contrada Bagni dove abita, il giovanotto è colto da momentanea debolezza nervosa e, nel riprendere i sensi, impugna improvvisamente la rivoltella contro Paolo Commisso, il futuro suocero, gridandogli “carogna, ti ammazzo!”, ma viene immediatamente disarmato. Commisso avrebbe voluto denunciarlo, ma poi ha pensato che se il giovanotto fosse stato arrestato o avesse avuto altre noie a causa del procedimento penale, avrebbe avuto la scusa per abbandonare la fidanzata, perciò mette tutto a tacere e, prima di ripartire per Crotone, restituisce a Domenico la rivoltella che gli aveva tolto.

Il 12 giugno Domenico e la futura suocera nonché amante vanno a Gerace Superiore per acquistare della biancheria e della stoffa occorrenti al corredo di Maria Carmela, ma tornano a mani vuote e Domenico, rimproverato dalla fidanzata, si giustifica dicendo che anche se si fosse avvalso dell’apertura di credito non avrebbe potuto fare tutti gli acquisti necessari per il matrimonio e che un altro viaggio a Gerace sarebbe stato necessario per fare tutti gli acquisti. La giustificazione non convince Maria Carmela e i due litigano, senza che Giuseppina intervenga, mostrando così di approvare la condotta di Domenico.

Il 12 giugno è cominciato male e si appresta a peggiorare: nel pomeriggio, tra le cinque e le sei, Domenico va a casa della fidanzata (e dell’amante) e ci resta fin quasi alle undici, sempre confabulando segretamente con Giuseppina su argomenti che non sono percepiti da Maria Carmela che, essendo rimasta imbronciata col fidanzato, si allontana dalla camera dove gli altri due discorrono, al fine di lasciarli in piena libertà. I due cenano da soli con pane e formaggio e la ragazza resta da sola nella stanza dove si è isolata. Verso le undici Giuseppina fa una strana richiesta alla figlia:

Prendimi la federa di guanciale… – ben sapendo che è l’unico capo di biancheria di tal genere esistente in casa.

E che ci devi fare? – le chiede Maria Carmela.

Dammela ché col tuo fidanzato debbo recarmi a ‘na vanda e torno subito.

La figlia, sebbene perplessa dalla stranezza, ubbidisce ed i due escono di casa. Come promesso, Giuseppina torna dopo pochi minuti mostrandosi molto infastidita e le racconta:

Ero entrata nel fondo di Greco per legarmi una scarpa e il giovane Alfredo Ursino, il figlio del colono, mi ha presa per una ladra e mi ha rimproverata per il furto di alcune cipolle, furto che non ho mai pensato di commettere. Mi sento molto avvilita e assai stanca, vado a letto

Domenico Pietroburgo, che fino a questo momento è rimasto fuori, ma vicino alla porta di casa in modo da poter sentire ciò che madre e figlia si dicono, si fa avanti e, rivolgendosi a Giuseppina, dice:

Andiamo, fai presto ch’è tardi! Se non vieni la penso differente! – è una minaccia all’amante/futura suocera?

Maria Carmela ed il fratello minore così la intendono e molto impressionati dai movimenti equivoci e dal contegno inesplicabile di Domenico, implorano la madre:

Mamma non andare ché Mico ti ammazza!

Ma Giuseppina non dà loro ascolto e segue l’amante nel buio della notte.

Da quando Domenico e Giuseppina si sono allontanati da casa sono passate circe tre ore e Maria Carmela, non vedendo tornare la madre va a casa dei Pietroburgo per chiedere se l’abbiano vista e se Domenico sia tornato. No, non è tornato e non hanno visto sua madre.

Il sole è spuntato da una mezzoretta quando Domenico torna a casa sua e trova la fidanzata ad aspettarlo.

Dov’è mia madre? Dove l’hai lasciata? – gli chiede Maria Carmela, sempre più preoccupata

Non so niente – le risponde stringendosi nelle spalle, poi aggiunge – È andata in contrada Centocamere per far visita ad una sua sorella ammalata –. Allora Maria Carmela si avvia verso la contrada, ma Domenico la raggiunge e le dice – vattene a casa ché tua madre è tornata!

La ragazza torna a casa ma la madre non c’è e lei va di nuovo a casa del fidanzato.

Dove l’hai lasciata? – adesso il suo tono non è più supplichevole, ma deciso.

– Ehm… – Domenico cerca di prendere tempo, poi dice – è andata a Bovalino per fare visita ad una sua parente. Ti prometto che più tardi vado io a prelevarla col biroccino – e Maria Carmela si tranquillizza.

Il mezzogiorno del 13 giugno è ormai passato da un’ora, quando sulla battigia della spiaggia di Siderno viene rinvenuto il cadavere di una donna, quello di Giuseppina Aversa. I Carabinieri vengono subito informati che dalla sera precedente la donna era stata in compagnia di Domenico Pietroburgo, allontanandosi con lui contro il parere dei figli, e lo arrestano.

Sul cadavere vengono riscontrate numerose lesioni: il viso quasi coperto di sangue, ecchimosi sullo zigomo destro, sull’orecchio sinistro e su quasi tutto il viso. Dal naso, dalle orecchie, dalla bocca e dalle cavità orbitali fuoriesce del sangue. Nella regione occipitale due piccolissimi graffi irregolari. Secondo il medico legale le lesioni sono state prodotte da urti contro corpi duri, cioè i sassi contro i quali il cadavere è stato sbattuto dal mare. Ovviamente non sono queste lesioni ad aver causato la morte e dall’esame autoptico emerge che la morte è stata causata da asfissia per annegamento.

– Raccontaci cosa è successo la scorsa notte, dove siete stati, dove l’hai uccisa e perché – il Maresciallo comincia a torchiare Domenico.

Ho visto Giuseppina Aversa dopo che era stata sorpresa da Ursino nel podere di Greco e poi sono tornato a casa

– È inutile che racconti storie e storielle, sappiamo già che tu e l’Aversa vi siete allontanati insieme e che i figli non volevano che venisse con te! Ti conviene parlare perché così ti possiamo aiutare, altrimenti per te c’è il boia!

Ho portato la donna in bicicletta sino alla spiaggia di Locri, dove l’ho lasciata a pochi metri dal mare e precisamente vicino al passaggio a livello della ferrovia

– L’hai portata lì per ammazzarla? E come mai il cadavere è stato trovato a Siderno?

– Io non l’ho uccisa! Giuseppina mi aveva confidato di essere stanca della vita a causa della grande miseria in cui era costretta a vivere e dei maltrattamenti che le venivano usati dal marito e di avere deciso di suicidarsi… per questo mi aveva pregato di portarla alla marina di Locri, dove ella si proponeva di gettarsi in mare. Io ho tentato di distoglierla dal proposito del suicidio ma poi, visto che a nulla sarei riuscito, l’ho portata lì in bicicletta e colà l’ho abbandonata al suo destino

Un racconto incredibile, fuori da ogni logica. Se fosse vero, come può essere possibile che Domenico non abbia avvisato Maria Carmela degli insani propositi della madre o non sia andato a parlare con i Carabinieri, che certamente sarebbero intervenuti e le avrebbero impedito di mettere in pratica il proposito? No, per gli inquirenti non si tratta di aiuto al suicidio, ma di omicidio premeditato e per rispondere di questo reato, il 17 dicembre 1939, Domenico Pietroburgo viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Locri.

La causa si discute il 10 aprile 1940. Domenico continua ad insistere nella sua versione dei fatti e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che da alcune deposizioni è risultato che l’Aversa, affetta da debolezza nervosa, viveva in estrema miseria ed aveva talvolta manifestato il proposito di liberarsene col suicidio. Si è ventilata, in dibattimento, l’ipotesi che la donna non si fosse gettata a mare a Locri (donde il cadavere sarebbe stato trasportato dalla corrente sino alla spiaggia di Siderno, distante più di 4 Km), ma che fosse stata gettata in mare nella spiaggia di Siderno, e precisamente dall’alto di un pontile colà esistente, sicché la morte sarebbe avvenuta per frattura della base del cranio cagionata dalla caduta, a meno che non si fosse accertato che la frattura fosse stata prodotta prima dell’immersione in acqua. Richiamati i periti medici ed invitati a dare chiarimenti intorno a fatti sui quali non avevano espresso giudizio, hanno affermato che i due graffi nella regione occipitale del cadavere erano della stessa natura delle ecchimosi rilevate sulla faccia e non potevano essere effetto di tale violenza esterna che avesse determinato la frattura della base del cranio. La mancanza di qualsiasi traccia di azione violenta sulla superficie esterna del cadavere contribuisce ad escludere la frattura, mentre l’asfissia per annegamento è dimostrata dalla spuma sanguigna rinvenuta nella trachea e da quella che fuoriusciva dalle orecchie, dalla bocca e dal naso.

E se i due graffi sulla regione occipitale fossero stati dovuti alla pressione di una mano che spingeva la testa di Giuseppina sott’acqua per annegarla? Questa ipotesi non è contemplata.

Acquisiti i chiarimenti dei periti, la Corte passa ad esaminare il reato di omicidio premeditato, partendo dal possibile movente: deve rilevarsi che Pietroburgo era l’amante di Giuseppina Aversa, di cui stava per sposare la figlia da lui resa incinta e che se, da un lato il matrimonio gli appariva come unico mezzo per riparare al fallo commesso, dall’altro il fatto che la giovane era assolutamente priva di dote gli si presentava come ostacolo insuperabile. Da qui il suo tentennare e i tentativi di rimandare il matrimonio, mentre Giuseppina Aversa ed il marito insistevano perché le nozze avvenissero nel giorno fissato, cioè il 15 giugno. Era evidente pertanto che Pietroburgo aveva concepito astio contro l’amante, ma tale sentimento non bastava a farlo determinare all’omicidio, anche perché la soppressione di Giuseppina Aversa sarebbe stata inutile quando a sollecitare la celebrazione del matrimonio sarebbe rimasto il marito di lei, alle cui richieste sarebbe stato difficile opporre un rifiuto. Al giudicabile, pertanto, mancava una seria ed adeguata causale che lo determinava a volere la morte dell’amante, a prescindere che, nella formazione di ogni suo proposito, su tale proposito dovevano pur contribuire i sentimenti che egli nutriva verso la donna che si era data a lui violando la fede coniugale. Sembra che le certezze in merito alla responsabilità di Pietroburgo non siano tanto ferme nel ragionamento della Corte, che continua: il modo come la morte avvenne, cioè l’asfissia per annegamento, rende invece più probabile l’ipotesi del suicidio, giacché se Pietroburgo avesse voluto uccidere la donna, avrebbe potuto farlo in qualsiasi luogo recondito e adatto lungo il percorso Antonimina – Locri, profittando di qualche burrone o simile località inaccessibile e mai si sarebbe spinto sino alla spiaggia di Locri, esponendosi al pericolo di essere veduto e riconosciuto da persone che incontrava. Dall’altro lato, se Giuseppina Aversa avesse, sia pure vagamente, sospettato che il giovane voleva ucciderla, sospetto che sarebbe stato in lei confermato dagli avvertimenti fattile dai figli, non si sarebbe fatta trasportare in bicicletta fino alla spiaggia di Locri. Giunta, poi, presso il passaggio a livello, se il giovane avesse tentato di spingerla in mare, ella, donna aitante e robusta, non avrebbe mancato di difendersi e non si sarebbe lasciata sopraffare dal giovane, piuttosto mingherlino e gracile. La sua superiorità nella lotta corpo a corpo impedisce di ammettere che ella fosse stata gettata in mare e ad escludere l’ipotesi contribuisce il fatto che né sul corpo di Pietroburgo, né sul cadavere della donna si riscontrarono tracce di una colluttazione. Quindi, da queste parole, la Corte esclude che si sia trattato di omicidio, ma di suicidio: le anzidette circostanze di fatto conducono a ritenere che Aversa si sia suicidata e che nel suicidio sia stata aiutata da Pietroburgo. Le condizioni economiche in cui ella viveva erano troppo disagiate. La sua numerosa famiglia non poteva essere mantenuta col lavoro del solo marito, uomo animato da buona volontà e dedito al lavoro ma freddo ed apatico, i cui proventi non bastavano al mantenimento della moglie e dei figli. Si doveva pagare la pigione di casa e Giuseppina Aversa avrebbe voluto essere puntuale, ma le mancava il denaro ed ella si affliggeva, minacciando di suicidarsi. I figlioletti erano affamati ed ella non poteva alimentarli se non dando loro a mangiare ghiande arrostite. Era ridotta male anche nella salute ed andava soggetta frequentemente ad emicrania. Nello sconcerto di spirito in cui si trovava lamentava che il peso della famiglia ricadesse tutto su di lei. Avuto riguardo allo stato d’animo in cui si trovava, vien da pensare che ella cedé alle voglie Di Pietroburgo sperando di ricevere aiuti economici, ma egli non aveva modo come soccorrerla e, per indole, non comprendeva il disagio altrui. La posizione della donna divenne specialmente difficile quando si presentò, improvvisa, la necessità di provvedere al matrimonio della figlia, incinta al quarto mese. La difficoltà della posizione finì per esasperare la donna che, vistasi nell’impossibilità di uscire da una posizione tanto difficile, decise di attuare il proposito del suicidio. Non furono estranee a tale determinazione la sua debolezza fisica, la sua deficienza nervosa, la fiacchezza della sua volontà.

Ma tutto questo non significa che Domenico Pietroburgo sia esente da responsabilità. Vediamo come ragiona la Corte: Giuseppina Aversa confidò il suo proposito a Pietroburgo e gli chiese di essere portata fino alla spiaggia di Locri, cosa che lui fece e lì lei si accomiatò, non senza prima avergli raccomandato di sposare Maria Carmela. Pietroburgo ben sapeva che Giuseppina aveva intenzione di buttarsi a mare e nonostante ciò la fece uscire di casa una seconda volta, mentre se non lo avesse fatto la donna, stanca ed annoiata, sarebbe andata a letto ed il suicidio non sarebbe avvenuto. Pietroburgo, però, se non voleva uccidere l’amante, aveva tutto il piacere che ella si suicidasse giacché, in tal modo, egli si sarebbe liberato della persona che più insistentemente premeva su di lui per indurlo a sposare Maria Carmela. Il fatto di averla portata a pochi metri di distanza dal mare, dalla grande tomba, costituisce un vero e proprio aiuto di primaria importanza al suicidio. Eseguito con animo crudo il trasporto della sua amante nel luogo dell’olocausto, egli, come cinicamente confessa, ritornò in Antonimina, ma non si presentò al padre per timore di essere redarguito e passò il resto della notte girovagando, finché si incontrò con la fidanzata e le spiattellò, una dietro l’altra, tre versioni false mentre, se fosse stato in buona fede non avrebbe mancato di correre da lei sin dal primo momento e di esortarla a scendere a Locri per tentare di scongiurare l’evento temuto. Ma come avrebbe potuto seguire tale linea di condotta se era stato proprio lui a portare Giuseppina Aversa sul luogo del suicidio? La sua condotta fu indegna e spietata. Sedotta la madre, non trovò altro rimedio se non quello di rendere incinta la figlia ed al rimorso di tale seconda colpa non seppe ovviare se non portando l’amante a gettarsi in mare. Gli atti da lui compiuti configurano il reato di istigazione o aiuto al suicidio giacché egli non solo aiutò materialmente Giuseppina Aversa a suicidarsi, ma agì con la maliziosa intenzione di sbarazzarsi dell’amante che gli era divenuta esosa per le premurose sollecitazioni che gli rivolgeva per indurlo a sposare la figlia. Non solo: per la Corte sussiste l’aggravante della deficienza psichica nella persona della parte offesa.

È tutto, modificato il titolo del reato ed accertata la responsabilità di Domenico Pietroburgo nel reato aggravato contestatogli in udienza, la Corte lo condanna ad anni 15 di reclusione, di cui dichiara condonati anni 2 in virtù dell’indulto concesso con R.D. 24 febbraio 1940, oltre alle spese, ai danni e alle pene accessorie.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.