NEL CARCERE DI VERBICARO

È il 9 dicembre 1934 quando nel carcere mandamentale di Verbicaro entra un nuovo detenuto, Domenico Managò da Taurianova, che deve essere giudicato dal Pretore per i reati di truffa e usurpazione del titolo di Ufficiale Giudiziario. Managò viene sistemato nella cella più grande insieme ad altri due detenuti, Salvatore Vana e Pietro De Marco. Nella cella attigua è in attesa di giudizio Domenico Novellis e nella terza ed ultima cella di cui è composto il carcere c’è la sezione femminile. Ad occuparsi dei detenuti è la Guardia Municipale Matteo Cava, in attesa che venga nominato un nuovo guardiano al posto di quello defunto. Le detenute sono custodite da Maria Cauteruccio, la vedova del guardiano, che abita con i suoi bambini in una stanza attigua alla cella delle donne.

– Chi abita sotto al carcere? – è la prima cosa che Managò chiede appena entrato.

– Sotto c’è la Pretura – gli viene risposto.

Passa stancamente qualche giorno e poi, verso le otto di mattina del 12 dicembre, Managò chiama la guardiana e le chiede.

– Me la posso fare la barba?

– Chiamo i Carabinieri e il guardiano, quando verranno potrai fartela…

Tanto per non dare disturbo me la vado a fare a casa… – risponde ironicamente Managò

Come a casa? – fa, perplessa, la guardiana.

Ho sbagliato… volevo dire nel carcere di Palmi… – si corregge Managò. Poi tutto si risolve.

Quel pomeriggio Pietro De Marco nota Managò che scrive su una parete qualcosa a caratteri cubitali con del carbone che i figli della guardiana gli hanno lanciato attraverso la porta a sbarre della cella. È incuriosito, ma non sa leggere e lascia perdere perché nel frattempo è arrivato il guardiano provvisorio il quale, invece di entrare nella cella per effettuare i soliti controlli, lancia un’occhiata distratta attraverso le sbarre e se ne va.

È ormai sera. De Marco va nella latrina della cella per soddisfare i suoi bisogni corporali, poi si corica sul tavolaccio e si addormenta guardando i suoi compagni di cella che passeggiano avanti e indietro nel locale. A mezzanotte De Marco si sveglia e vede Vana che spia dietro la porta della cella.

– Che stai facendo? È arrivato qualcuno nuovo? – gli chiede con la voce impastata di sonno

– Ssssss… sto osservando la guardiana che scrive… – gli risponde sussurrando. De Marco si alza e spia a sua volta. Si, la guardiana sta proprio scrivendo. Sbadiglia e si rimette a letto, non senza avere avvertito la presenza di Managò nel cesso con la porta chiusa.

De Marco deve avere il sonno molto agitato perché dopo un’oretta si sveglia di nuovo e questa volta resta a bocca aperta nel vedere Vana e Managò che stanno riducendo in tante strisce un pagliericcio e man mano annodano i pezzi tra loro.

– Che fate?

Niente… niente, dormi! – gli risponde Vana. Ma De Marco non si riaddormenta e resta a sbirciare i compagni dal suo tavolaccio.

Poco dopo Vana e Managò aprono la porta del cesso e Managò dice a Vana con tono perentorio:

– Calati prima tu!

De Marco allora aguzza la vista e si accorge del foro presso a poco circolare nel muro sottile della latrina. Poi Managò prende in braccio Vana in modo tale che i piedi del compagno entrino nel foro e lo cala giù.

– Che state facendo? – sussurra De Marco.

– Zitto, zitto che se no ti ammazzo! Vuoi venire con noi? – Gli risponde Managò.

– No.

Poi Managò sparisce nel foro. De Marco si alza e sbircia dalla grata della finestra, giusto in tempo per vedere Managò scendere lungo il tubo di scarico in muratura della latrina e poi sentire i passi affrettati dei due che si allontanano nel buio della notte.

– Guardia! Guardia! – urla attraverso le sbarre della porta della cella, attirando l’attenzione della guardiana che, imprecando, si alza. Le racconta l’accaduto e la donna, rivestitasi alla meglio, corre ad avvisare i Carabinieri.

Per il Maresciallo Filippo De Luca il racconto di Pietro De Marco ha delle incongruenze: possibile che non si sia accorto che i suoi compagni di cella scavavano il muro con la schiumarola rinvenuta nella latrina? E poi, se Vana, per entrare nel foro ha avuto bisogno che Managò ce lo calasse dentro, come ha fatto lo stesso Managò a entrarci da solo? Sicuramente De Marco è complice degli evasi. È lui che ha aiutato Managò a calarsi ed è dovuto restare dentro per il semplice motivo che nessuno poteva aiutare lui.

In situazioni del genere è normale indagare anche sulle guardie e così nel mirino degli inquirenti finisce anche Matteo Cava perché ha omesso di eseguire i controlli dovuti e si dovrà accertare se lo ha fatto per negligenza o per complicità. Ma la vera sorpresa arriva quando viene perquisita la cella in cui è detenuto Giuseppe Novellis perché anche qui, nel muro dov’è incassato il gabinetto, c’è un foro non ancora del tutto completato e anche Novellis viene denunciato.

Intanto iniziano le ricerche dei due evasi e vengono spediti telegrammi a tutti i comandi di stazione, ma di loro non c’è traccia.

Sant’Eufemia d’Aspromonte, sono le 5,00 del 30 dicembre 1934. I Carabinieri Antonio Pennestrì e Francesco Redi sono di pattuglia sulla Via di Pellegrina, nelle vicinanze della località Caterina di Bagnara. Nei primi bagliori di luce scorgono due individui in atteggiamento sospetto e affrettano il passo per raggiungerli e quando stanno ormai per raggiungerli, i due scappano ma i militari riescono ad acciuffarne subito uno, che rimane nelle mani del Carabiniere Redi. Pennestrì si lancia all’inseguimento dell’altro fuggitivo e, dopo circa un chilometro di corsa a perdifiato, riesce a fermarlo.

– Mi chiamo De Lorenzo Domenico, meccanico, nato a Scilla e ho trent’anni – gli declina le proprie generalità. Quando Pennestrì e il sedicente De Lorenzo arrivano dove sono gli altri due, l’individuo fermato per primo dichiara di chiamarsi Salvatore Vana da Grisolia! Perquisito, in tasca ha un coltello di genere proibito.

In caserma le cose si chiariscono subito: De Lorenzo non è altri che Domenico Managò e per i due evasi la fuga è finita.

Ma è durante il viaggio di ritorno a Verbicaro che i Carabinieri di scorta ai due scoprono alcune circostanze inquietanti. Quando il treno si ferma a Paola sale un frenatore ferroviario che, riconosciutolo, accusa Managò di averlo truffato rovinandolo e quello gli risponde che si tratta di un equivoco dovuto alla deposizione poco onesta fatta da coloro che lo hanno denunziato e aggiunge con tono minaccioso:

Se non potrò agire  contro quelli perché detenuto, le mie mani sono tanto lunghe da poter fare agire altri al posto mio, dato che la mia relazione con gli “amici” della Piana è vasta

E pare proprio che sia così, secondo la conferma che fa il Maresciallo Giuseppe Barbuto, comandante la stazione di Sant’Eufemia d’Aspromonte: Managò risulta essere un affiliato alla malavita e da tutti conosciuto come tale.

Il Tribunale Penale di Cosenza, il 16 aprile 1945, condanna Domenico Managò a 6 mesi di reclusione,  Salvatore Vana a 2 mesi e  Pietro De Marco a 40 giorni della stessa pena per l’evasione, mentre assolve la guardia Matteo Cava per non aver commesso il fatto e Giuseppe Novellis per insufficienza di prove.

Purtroppo a nessuno viene in mente di indagare sugli eventuali rapporti tra la malavita dell’Alto Tirreno cosentino e quella della Piana di Gioia Tauro.