IL GUARDIANO DELLA TENUTA

La sera del 22 marzo 1932, a Pietracupa di Guardavalle in provincia di Catanzaro, Angelo Petrolo, guardiano della tenuta Ferdinandea, avendo saputo che suo cugino Nazareno Petrolo, guardia campestre, ha presentato al Capo Guardia della tenuta una denuncia contro Giuseppe Carè per il danneggiamento di un campo di grano mercè pascolo abusivo, pensa bene di avvisare il denunciato, raccomandandogli amichevolmente di non fare pascolare più i suoi animali nei fondi seminati a grano e sottoposti alla sua vigilanza e di farli pascolare solo nei terreni liberi.

Carè, nonostante ci sia rimasto male, saluta amichevolmente Petrolo, che si allontana per tornarsene a casa.

La sera dopo Carè incontra Nazareno Petrolo e gli racconta dell’avvertimento ricevuto dal cugino.

– Come? Io non ho scritto, né presentata alcuna denuncia contro di te! Stasera lo prendo a schiaffi! – gli risponde irritato, poi si allontana e si mette a cercare il cugino, seguito a breve distanza da Carè.

A casa di Maria Geracitano, dove abita, non c’è, ma poco dopo lo incontra per strada e lo affronta esordendo con terribili bestemmie, poi entra nel merito della questione:

Perché hai detto di avere denunziato io Carè, mentre sei stato tu? – e prima che il cugino possa replicare, gli molla due sonori ceffoni davanti a tutti.

Perché mi meni? – gli risponde, senza controbattere all’accusa e, tantomeno, reagire all’onta subita.

Perché vai dicendo che sono stato io a denunziare Carè! – ripete.

Io non ho detto niente!

A questo punto Carè, che è a un paio di passi dai due cugini e ha sentito tutto, interviene urlando:

Ah! Allora perché prima mi hai detto che la denunzia l’ha fatta Nazareno e ora neghi? – e anche lui schiaffeggia Angelo Petrolo, che questa volta reagisce e scoppia una furibonda zuffa tra i due. Poi Carè riesce ad afferrare Angelo per il petto e lo inchioda ad un muro impedendogli di imbracciare il fucile di servizio; gli animi si placano e i cugini Petrolo, Giuseppe Carè ed il loro amico Pasquale Sorrenti si allontanano dirigendosi verso un ponticello.

Angelo Petrolo e Carè camminano affiancati ed il primo dice all’altro:

Io non voglio fare questione, andiamo a trovare Tristano Tassone il capo guardia

Da Tristano non vengo perché è dalla zita – gli risponde Carè.

Allora lo vado a chiamare e te lo porto qui!

No, ce la dobbiamo vedere noi stasera! – e in un attimo tira fuori il coltello, cominciando a vibrare numerosi colpi contro Angelo Petrolo, che riesce a schivarli tutti, meno tre che lo colpiscono al petto, ad un braccio e su di una natica.

Nella colluttazione Angelo cade a terra in ginocchio e può guadagnare un po’ di spazio e di tempo per spianare il fucile in atto di minaccia contro il suo implacabile aggressore. Carè, da parte sua, si gira di fianco e fa due passi avanti, evidentemente con l’intenzione di reiterare le coltellate, ma ha fatto male i conti perché Angelo Petrolo gli spara contro tutti e due i colpi della doppietta e lo uccide all’istante, poi corre a casa per prendere la sua mantellina e, prima di sparire nel buio, urla:

Ho ammazzato Giuseppe Carè perché ho ragione! – intendendo che ha agito per legittima difesa.

Dalle informazioni immediatamente raccolte dai Carabinieri sembra emergere che Pasquale Sorrenti abbia aiutato Angelo Petrolo ad uccidere Carè e l’uomo finisce in carcere con l’accusa di concorso in omicidio, ma non ci vuole molto a scoprire che il poveretto non ha fatto proprio niente e, rimesso in libertà, esce dal processo.

Dopo qualche giorno Angelo, da latitante, incontra i fratelli Bruno e Luigi Fragomeni e mostra loro le tre ferite riportate nella zuffa con Carè e conferma di averlo ucciso per legittima difesa. Allora Fragomeni gli dice:

– Faresti bene a costituirti, me lo hanno detto i Carabinieri. Ubbidisci, è meglio per te!

– Sì, appena le ferite saranno guarite mi consegnerò – promette. E mantiene la parola data perché il 20 aprile bussa alla caserma di Guardavalle e si costituisce nelle mani del Maresciallo Giovan Battista Mura, al quale mostra le cicatrici ancora rossastre.

Me le ha prodotte Carè, ma io non l’ho ucciso!

E ripete la stessa cosa anche al Giudice Istruttore quando, qualche giorno dopo, lo interroga, omettendo però di dire che fu ferito da Carè.

Nonostante sia stato dimostrato che Pasquale Sorrenti non ha avuto alcuna parte nei fatti, il sospetto contrario comincia a rodere come un tarlo la mente del padre di Giuseppe Carè, fino a portarlo alle estreme conseguenze: l’uccisione del sospettato complice! (omicidio di cui ci occuperemo prossimamente).

Chiusa l’istruttoria, Angelo Petrolo viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Catanzaro per rispondere di omicidio premeditato.

La causa si discute il 18 novembre 1933 e, interrogato in udienza, Petrolo questa volta mostra le cicatrici e confessa:

Ho sparato a Carè non per ucciderlo, ma per fare allontanare il mio aggressore e difendermi, così, dal grave e imminente pericolo di essere ammazzato!

Quando viene ascoltato sotto giuramento il Maresciallo Mura, nell’aula cala il silenzio perché ciò che dice potrebbe cambiare il corso del processo:

In caserma, dopo aver osservato le cicatrici ancora fresche di Petrolo, gli consigliai di confessare il delitto e lui si dimostrò propenso a farlo, ma se ne astenne irrigidendosi nella negativa dopo un segno di diniego del cognato, Luciano Conforti, che era presente. Nel giugno successivo, in occasione dell’espletamento delle indagini sull’omicidio di Sorrenti Pasquale ad opera del padre di Carè, di quel Sorrenti che in primo tempo fu arrestato quale complice di Petrolo nel delitto di cui è causa oggi, ebbi modo di accertare, evidentemente a mezzo di persone del posto che tacquero durante l’istruzione dell’odierno processo per aggravare la posizione di Petrolo da esse mal visto, che l’imputato era stato ferito da Carè e che aveva sparato e ucciso per difendersi dalla grave aggressione che stava subendo, ragion per cui sentii il dovere di consigliargli di confessare tutto.

Dalle parole del Maresciallo Mura è chiaro che qualcuno odiava così tanto Angelo Petrolo da non raccontare elementi utili alle indagini al fine di aggravare la sua posizione. Sarebbe interessante capirne i motivi.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che la versione del primo episodio prospettata in udienza dall’imputato risulta confortata dalle deposizioni giurate dei testimoni d’accusa; l’epilogo luttuoso, dichiarato e spiegato soltanto in udienza dall’imputato, è stato confermato dal deposto giurato dei testimoni a discarico e, soprattutto, dal Maresciallo Mura. Questo, animato dal solo dovere di leale cittadino e di degno milite della Benemerita Arma, ha coraggiosamente fatto sentire forte la sua voce di protesta e d’indignazione contro la immeritata persecuzione del buono, mite e paziente Petrolo da parte dei naturali di Pietracupa, concordi e decisi a sbarazzarsene perché troppo zelante nell’adempimento del suo dovere di guardiano della tenuta Ferdinandea e ha saputo illuminare la Corte su due punti essenziali della causa, adombrati dalla condotta processuale dell’imputato che, raggiunto da prova sicura di avere ucciso Carè, negò sempre il fatto ed anche le modalità che lo precedettero e la causale a lui favorevole, decidendosi a confessare al dibattimento. Ha, così, il teste dimostrata la verità dell’assunto del giudicabile sulle circostanze più importanti del fatto delittuoso, che a primo aspetto ebbero la parvenza di infelici espedienti difensivi per la tardività della loro comunicazione alle autorità competenti a valutarle, assumendo nel contempo tutta la responsabilità morale della decisione a favore di un omicida, a tale grado da determinare il Procuratore Generale, in aperto contrasto con l’accusa privata, a chiedere l’assoluzione dell’imputato per avere agito in stato di legittima difesa.

Ecco, ce lo ha spiegato la Corte, ma restano ancora oscuri il motivo per cui il cognato consigliò a Petrolo di non confessare come realmente si svolsero i fatti. Il dubbio, atroce, è che anche il cognato sia uno di quelli che non “gradivano” l’integerrimo senso del dovere di Angelo Petrone.

Ora la Corte svela alcuni particolari, anche scabrosi, di questa triste vicenda, ricostruendone le varie fasi alla luce di quanto emerso nel dibattimento: risulta accertato che Angelo Petrone, amico di Carè e della famiglia di lui come ha dichiarato in udienza con giuramento la stessa madre della vittima, informò Carè della denunzia contro di lui presentata in linea di amichevole avvertimento e non già per recondito fine dannoso. In conseguenza Carè, lungi dall’insorgere, aggredire e ferire Petrolo, avrebbe dovuto essergli grato e ringraziarlo del benevolo avvertimento, donde la manifesta ingiustizia della prima aggressione avvenuta vicino la casa di Maria Geracitano. Ma maggiormente ingiusta fu la seconda e più grave aggressione, seguita dal triplice ferimento, presso il ponticello giacché assolutamente ingiustificata dal contegno remissivo e paziente del buon Petrolo, dimostrato dal fatto che, dopo schiaffeggiato dal cugino e da Carè, unicamente per una manifestazione spontanea del suo animo generoso, lesiva tutt’al più al solo cugino, non reagì contro alcuno pur essendo armato di fucile e dichiarò, invece, “di non volere fare questioni”. Cercò di giustificare il suo operato e calmare l’ingiusto suo aggressore Carè col condurlo da Tassone, a conoscenza di circostanze atte a placarne l’ira. Sul luogo del delitto, solitario ed oscuro, quindi si trovarono di fronte il Petrolo, buono, mite, anzi vile, e timido a tal punto da sopportare la più umiliante delle offese, quella di vedersi rapire la moglie e farsi percuotere dagli amanti della stessa, come ha deposto il Maresciallo Mura, e perciò incapace di passare all’offensiva, ed il Carè, violento, prepotente e più forte dell’altro, che in precedenza gli aveva dato pugni e calci, corrivo soltanto di avere, Petrolo, negato, per timore di maggiore danno da parte del cugino, la comunicazione della denunzia e deciso a farla finita col preteso calunniatore, per giunta non suo ma di Nazareno Petrolo, e perciò capacissimo di esercitare la vendetta brutale contro un innocente. E difatti ritornò subito alla carica, appena fu solo col suo preteso e pacifico avversario, l’aggredì, gli tirò diversi colpi di coltello colla manifesta intenzione di ucciderlo, ad argomentare dalla reiterazione dei colpi, specie quello al petto, non desistette, né indietreggiò quando vide Petrolo cadere in ginocchio, ma invece si accanì maggiormente nel vederlo spianare il fucile, fece due passi avanti e cercò colpirlo di nuovo, ma l’istinto della propria conservazione vinse, infine, la timidezza d’animo di Petrolo, ne armò la mano e lo determinò a far partire i colpi del suo fucile, che attinsero ed uccisero Carè. E, se in base alle prove raccolte in udienza, debbono ritenersi vere tali modalità del fatto delittuoso, Angelo Petrolo non può essere punito, avendo agito nello stato di legittima difesa. L’imputato non aveva via di scampo: o correre il pericolo di morte, o uccidere per difendersi da un grave ed attuale pericolo. È il caso tipico dell’applicazione del principio della sapienza romana: “Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza, fondamento costante ed immutato della difesa privata in tutti i secoli, ampliata dal Codice Penale in quanto esteso alla difesa di ogni diritto dell’uomo, purché legittima, cioè esplicata, come nel caso che ci occupa, in momenti tali che rendano impossibile il ricorso alle autorità preposte per la tutela del diritto minacciato.

Pertanto Petrolo Angelo dev’essere assolto perché non punibile avendo commesso il fatto per legittima difesa della propria vita e dev’essere liberato se non detenuto per altra causa.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Catanzaro.