Sono le sette di sera di domenica 5 marzo 1922 quando, piangendo e gridando, il trentaseienne barbiere Stanislao Magliocchi si presenta dai Carabinieri di Mendicino:
– Correte! Pochi momenti fa a Rosario hanno ucciso con un colpo di fucile mio cugino Pasquale Magliocchi!
Senza il minimo indugio, il Maresciallo Antonio Di Via ed il Carabiniere Giuseppe Palermo accorrono sul posto e trovano il cadavere di Magliocchi disteso sul terreno con una ferita d’arma da fuoco all’occipite e col volto intriso di sangue aggrumato. Intorno c’è molta gente e il Maresciallo apprende subito che il presunto autore dell’omicidio sarebbe il quarantaseienne bracciante Antonio Miceli, scappato con il fucile ancora fumante in mano verso la contrada Chiati ed inseguito da Raffaele Magliocchi, un altro cugino della vittima. Lasciato il suo sottoposto a piantonare il cadavere, va anche lui in quella direzione e poco dopo trova Raffaele Magliocchi che trattiene Miceli per non farlo scappare. Dichiaratolo in arresto lo porta in caserma e lo interroga:
– Verso le 18,30, reduce da uno sposalizio, col fucile in ispalla transitavo per la via di Rosario. Arrivato davanti la cantina dei fratelli Pasquale e Giuseppe Toteda, ove stavano fermi parecchi individui che parlavano in modo vivace, venni in modo brusco ed improvviso urtato alla spalla destra. Essendomi all’urto scivolato il fucile dalla spalla, per evitare che andasse a terra lo sorressi con le mani, ma nel fare ciò, accidentalmente, partì un colpo che andò ad investire Pasquale Magliocchi alla testa, uccidendolo. Tra me e Magliocchi correvano buoni rapporti di amicizia e non l’ho ucciso volontariamente.
Ma, interrogate numerose persone presenti al momento del fatto, tutte sono concordi nell’affermare che le cose non sono andate come ha raccontato Miceli, sebbene sembri che nessuno abbia visto il momento preciso in cui è partito il colpo. Sostanzialmente, la ricostruzione fatta dai testimoni è questa: davanti alla cantina dei fratelli Toteda c’era molta gente e Miceli non ha ricevuto nessun urto perché, quando è stata avvertita la detonazione, Miceli aveva oltrepassato di circa dieci metri le persone che si trovavano davanti la cantina e stava attraversando il ponte sul fiume Busento. C’è di più: alcuni giurano di aver sentito Miceli, quando era sul ponte, e prima della detonazione, pronunciare la frase “mannaia la Madonna!” e poi, voltatisi verso di lui, di averlo visto spianare il fucile regolarmente verso Pasquale Magliocchi, che ignaro della sciagura se ne andava tranquillamente verso la sua abitazione, e fece partire il colpo che lo investì alla testa facendolo stramazzare cadavere.
Dopo aver raccolto queste dichiarazioni, il Maresciallo Di Via aggiunge al verbale: dietro tali circostanze appare chiaro che Miceli uccise volontariamente per precedenti rancori il povero Magliocchi, rancori che però fin qui non è stato possibile conoscere la specie.
Ma da dove spuntano fuori questi “precedenti rancori”? Nessun testimone ne ha parlato. Evidentemente sono informazioni soffiate da qualche informatore. Nemmeno Gaspare Magliocchi, trentunenne figlio della vittima, sa dire qualcosa di preciso, se non formulare svariate ipotesi:
– La causale va accertata in via di ipotesi. È certo che mio padre, quale sub agente di emigrazione debitamente autorizzato, costituiva un ostacolo per Miceli. Anzi, dico meglio, provocava in costui una certa invidia perché non gli dava l’opportunità di poter liberamente esercitare, come pretendeva, l’emigrazione clandestina. Si dice, a questo proposito, che mio padre o abbia fatto o abbia manifestato l’idea di denunziare Miceli per contravvenzione alla legge sull’emigrazione e da qui la reazione di quest’ultimo, culminata poi nel delitto. Altri dicono che la causale debba ricercarsi in ragioni di onore per rapporti intimi che mio padre un tempo avrebbe avuto con qualche donna della famiglia Miceli. Può darsi, poi, che vi siano ragioni che non sono a noi note e che soltanto mio padre avrebbe potuto chiarire se fosse rimasto in vita. Debbo aggiungere in ultimo che alcuni parlano anche di un mandato ad uccidere avuto da Miceli per conto di qualche conterraneo residente in America ed affiliato alla mano nera e ciò in dipendenza di torti di cui si sarebbe ritenuto vittima ad opera di mio padre. Certa cosa è che l’ipotesi della disgrazia si deve recisamente escludere, sia perché è inverosimile la versione di Miceli, sia per il contegno da costui tenuto posteriormente al delitto perché un uomo che abbia ucciso per disgrazia non si dà alla fuga prendendo una via di campagna.
Adesso in paese comincia a girare la voce di minacce fatte pervenire da Miceli ai testimoni che deporranno contro di lui e questo scatena la protesta dell’avvocato Tommaso Corigliano, difensore dell’imputato, che scrive una lettera di fuoco indirizzata al Procuratore del re ed al Giudice Istruttore:
Sono difensore di Miceli Antonio da Mendicino.
E, come primo atto del mio ufficio, sento il dovere di mettere in guardia le SS.VV. contro tutte le esagerazioni e tutte le amplificazioni della larga e cospicua parentela dell’ucciso Pasquale Magliocchi.
È già cominciato un lavorio intensivo per mettere la Giustizia fuori via dalla verità. Si tratta di un caso disgraziato. E se anche la si vorrà soffocare ora, questa verità si farà strada ineluttabilmente.
Vedremo chi, alla fine, avrà ragione.
Intanto gli inquirenti ritengono meritevole di approfondimento la pista che porta in America, emigrazione clandestina o mano nera che sia, così viene disposta una perquisizione domiciliare per rinvenire eventuali lettere compromettenti e ne vengono sequestrate tre, ma nessuna che, almeno all’apparenza, contenga messaggi espliciti o almeno equivoci, se si esclude una breve frase della lettera spedita a Miceli dall’amico Luigi Reda da Farrell, Pennsylvania, che con un po’ di fantasia potrebbe riferirsi all’attività di agente per l’espatrio clandestino: caro amico mi dite che di quanto sei ripatriato initalia ave guadambiato lire 100 anzi aveti fatto abbastanza aveti procurato 11 lire almese sono pure buone.
Gli inquirenti non vogliono lasciare nulla al caso ed effettuano una minuziosa ispezione dei luoghi in cui si è svolto il fatto, completa di misure e posizione dei testimoni nei punti in cui hanno assicurato di trovarsi in quel momento. E secondo l’esposto che presenta la difesa, incrociando le deposizioni con la perizia necroscopica e la descrizione della località, è apparsa chiara la falsità sia per l’inverosimiglianza del racconto e sia per la circostanza che le parole “mannaia la Madonna!” che si vuole siano state pronunziate da Miceli, assolutamente non potevano essere intese dai testimoni ove essi affermano si trovassero (dieci metri mentre discutevano animatamente con gli altri), a meno che Miceli non le avesse gridate a squarciagola. Non solo, perché i difensori si dicono sicuri che i testimoni Salvatore La Valle e Antonio Gerbasi, per ragioni di parentela per quanto illegittima e adulterina e perciò assai più tenaci e travolgenti, sono falsi testimoni e chiedono che si facciano accertamenti in merito. E in più perché, con un post scriptum in fondo all’esposto, i difensori aggiungono: Nel momento di presentare questo esposto veniamo a conoscenza che i parenti della parte lesa ed i due testimoni falsi, preoccupati delle impugnative sollevate a loro riguardo, vanno in cerca di testimoni per accreditare il loro mendacio ed i due falsari, accompagnati dal sig. Raffaele Magliocchi, cugino dell’ucciso, si presentarono ai testi Francesco Trozzo e Giuseppe Totera, già intesi, per far credere a questi e quindi far dire loro che quella sera erano vicino a loro, ma Trozzo e Totera si sono rifiutati rispondendo “non vi abbiamo veduto”.
Adesso che le cose cominciano ad ingarbugliarsi, a complicarle ancora di più ci sono due circostanze: la consegna da parte del figlio della vittima di un coltello rinvenuto sotto il cadavere al momento della rimozione e di cui non si sapeva niente e la consegna delle due perizie balistiche disposte al fine di accertare la possibilità che si sia trattato di una disgrazia, come sostiene l’imputato. Infatti i due, pur affermando che non ritengono possibile l’esplosione accidentale del fucile data la traiettoria del colpo e la inverosimile posizione che avrebbe dovuto assumere l’arma nelle mani dell’uccisore, alla domanda del Magistrato sia possibile, anche lontanamente, che il fatto fosse accaduto accidentalmente, rispondono affermativamente concorrendo le condizioni che il fucile non fosse in sicura e che l’imputato abbia involontariamente urtato con la mano i grilletti, anche se sarebbe da spiegare come il fucile non si trovasse in sicura, dato che questa posizione veniva acquistata automaticamente dal fucile per solo effetto del caricamento e quindi le perizie sono perfettamente inutili.
Nonostante le numerose contraddizioni emerse, la Procura deve chiudere le indagini e nella relazione da inviare al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro ammette: specificamente l’istruttoria si è occupata, com’era naturale, di stabilire la causale di una volontaria uccisione. Si erano ventilate tre ipotesi come determinanti dell’atto criminoso: la concorrenza stabilitasi tra uccisore e morto nella incetta di emigranti; una possibile ragion d’onore, godendo l’ucciso fama di persona intraprendente col sesso femminile; un possibile mandato della mano nera d’America. Bisogna confessare che nessuna di queste tre versioni, al lume delle indagini, ha trovato una positiva conferma, specialmente le ultime due, essendosi provato che nessuna ragione d’onore esisteva fra i due e che il preteso mandato è effetto di una pura fantasticheria. Riguardo alla prima ipotesi è risultato che entrambi si occupavano effettivamente di procacciare per conto di altri qualche emigrante, ma non è parimenti accertato che tal fatto avrebbe generato dissidi, almeno apparenti, fra i due. Numerosi sono i testimoni che presenziarono all’accaduto, ma la maggior parte di essi non apporta alcun utile contributo alla prova giudiziaria perché essi si resero conto del fatto dopo avvenuta l’esplosione e quando l’imputato si era allontanato o si accingeva ad allontanarsi dal luogo della strage. Tutti però escludono che alcuno di essi abbia involontariamente urtato Miceli, cagionando il fatale scivolamento dell’arma.
Di molto rilievo sono le testimonianze di Raffaele Magliocchi, cugino dell’ucciso, il quale afferma di avere udito Miceli, un istante prima dell’uccisione, esclamare minacciosamente “mannaggia la Madonna!”; di Salvatore La Valle e Mario Gerbasi i quali sostanzialmente affermano di aver veduto Miceli prendere la mira nell’atto in cui si accingeva a sparare contro Magliocchi; di Antonio Bosco il quale finisce con l’asseverare di aver veduto l’imputato prendere di mira l’ucciso.
A sminuire la evidente efficacia di siffatte dichiarazioni, dalla difesa si contrappone che La Valle è figlio adulterino del morto Magliocchi e che Gerbasi è anche egli legato da vincoli di lontana affinità con la madre di La Valle. Dal processo risulta, effettivamente, che l’ucciso ebbe relazioni adulterine con la madre del teste La Valle, ma naturalmente ignorasi se costui fosse il prodotto di tali illeciti amori. Quanto al teste Bosco, è da rilevare che mentre nelle prime dichiarazioni rese al Maresciallo dei Carabinieri e al Giudice Istruttore disse di non avere notato l’atteggiamento di Miceli, nella successiva dichiarazione resa spontaneamente al Maresciallo e a quella fatta una seconda volta al Giudice Istruttore, disse di averlo veduto prima che sparasse e di avere notato che egli spianò in tutta regola il fucile verso l’ucciso.
Queste, succintamente ed obiettivamente, le risultanze degli atti processuali che mi pregio di trasmettere.
Sembra proprio un volersene lavare le mani e lasciare la patata bollente alla Procura Generale.
Nel frattempo dagli Stai Uniti arriva, con tanto di timbro notarile e visto dell’Agenzia Consolare d’Italia di Pittsburgh – Pennsylvania – una petizione in favore di Antonio Miceli, firmata dagli emigrati italiani residenti a Farrell, nella quale si descrivono le sue qualità di uomo per bene, di carattere adamantino, buono con tutti, onesto e proficuo lavoratore che ha grandi doti di mente e di cuore, amico di professionisti e commercianti, che mai ha cozzato con le leggi americane. Un uomo che ama la sua Patria, che fa parte del glorioso “Ordine Figli d’Italia”, che ha ricevuto spesso gratificazioni onorifiche dalla grande e dalla suprema loggia dell’Ordine.
Comunque, ricevuta la relazione del Procuratore del re di Cosenza, il superiore Procuratore Generale legge nelle carte tutti gli elementi necessari a chiedere il rinvio a giudizio di Antonio Miceli per rispondere di omicidio volontario. La Sezione d’Accusa, il 30 ottobre 1922 accoglie la richiesta e ad occuparsi del caso sarà la Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento comincia il 14 luglio 1923 ed un giurato chiede che i periti balistici siano ascoltati in aula per chiarire le incongruenze rilevate e verificarle sul luogo del fatto. Il Presidente accoglie la richiesta, ma il sopralluogo potrà essere fatto solo dopo aver escusso i testimoni posizionati nei punti dove dichiararono di trovarsi al momento del fatto. A questo punto la parte civile fa presente che, siccome non è stata mai disposta nessuna indagine peritale per quanto attiene la traiettoria seguita dai pallini che attinsero alla testa la vittima, elemento indispensabile per fugare ogni dubbio circa l’accidentalità del fatto, chiede che tale perizia sia effettuata e venga affidata a persone abilitate all’esercizio professionale della speciale disciplina chimico meccanica di che trattasi. Il Pubblico Ministero si associa, ma la difesa si oppone, bollandola come illegale e intempestiva. La Corte accoglie la richiesta e ordina che, con la massima urgenza, si proceda a regolare perizia balistica, che sarà affidata a due militari: il Tenente di Vascello Ettore Aymone e il Capitano d’Artiglieria Federico Laurieri.
I due si recano sul posto e, muniti di una livella a cannocchiale, di una stadia, di due paline, nonché di fettuccia metrica e di canna metrica, effettuano i rilievi, li incrociano poi con i dati processuali, effettuano complicati calcoli e alla fine stabiliscono: 1) il colpo di fucile che attinse all’occipite Pasquale Magliocchi non fu tirato nella maniera ordinaria di chi voglia ferire, perché se Miceli avesse appoggiato il fucile alla spalla per prender la mira, la traiettoria avrebbe dovuto incontrare la posizione dell’ucciso a metri 1,60 circa da terra. 2) Il colpo di fucile che attinse Pasquale Magliocchi potette verificarsi nelle condizioni affermate dall’uccisore, cioè dopo l’urto avuto alla spalla destra e mentre cercava di rimettere a posto il fucile scivolato dalla spalla sinistra. È il 18 febbraio 1924 e sono passati ormai due anni dal fatto. Come si metteranno adesso le cose? Certo è che l’esito della perizia è un colpo durissimo per la parte civile che l’ha voluta con tutte le sue forze e insistendo perché fosse affidata a professionisti veri non fidandosi dei dubbi espressi da due semplici armaioli locali.
Il dibattimento riprende il 15 maggio successivo con il famoso sopralluogo della Corte sul posto del fatto e dopo aver fatto posizionare tutti i testimoni al posto da essi occupato in quel tragico pomeriggio e verificato sul campo i risultati dell’ultima perizia, la Corte decide che può bastare così e non resta che lasciare spazio alle arringhe delle parti e poi emettere la sentenza.
La risposta alla domanda che ci eravamo posti è che le cose si mettono benissimo per Antonio Miceli, detto Caporale, perché la giuria afferma che il colpo fu esploso accidentalmente e lo assolve.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.