LE IMPRESE AMOROSE

Il 20 giugno 1898 è lunedì e come ogni lunedì, giorno in cui i calzolai non lavorano, Giuseppe Magniccari, da Amantea, va a fare visita al sarto Antonio Cicero e a sua moglie Francesca Pati per fare quattro chiacchiere. Antonio è in casa, intento a tagliare un vestito, e Giuseppe, dopo averlo salutato, si ferma a parlare di cose indifferenti con Francesca, intenta a cucire davanti la porta di casa, sulla loggetta della scala, ch’è costruita sulla via. Dopo una mezzoretta Francesca vede, senza badarci tanto, scendere Francesco De Liguori lungo la via detta Piazzetta, un vicolo tortuoso, scosceso, lungo circa cento metri e variamente largo, e continua a cucire. Di fronte alla loggetta dove Francesca e Giuseppe, col braccio sinistro disteso sul muricciuolo, stanno chiacchierando c’è la loggetta di Vincenzo Simari, dalla quale è affacciata la figlia decenne. Anche la bambina vede avvicinarsi Francesco De Liguori, che guarda per un attimo verso Magniccari, poi abbassa la testa e continua ad avvicinarsi. Adesso De Liguori ha oltrepassato di uno o due passi la loggetta ed è quasi di profilo a Magniccari, quando la bambina vede quest’ultimo, sempre seduto, distendere il braccio destro sotto l’ascella sinistra e sparare un colpo di rivoltella all’indirizzo di De Liguori. Poi si alza e, mentre Francesca Pati urla e cerca di trattenere Magniccari, questi spara altri quattro colpi senza centrare De Liguori, che scappa.

Poi Magniccari rimette la rivoltella in tasca, scende la scala, va dai Carabinieri, consegna l’arma ed in più un trincetto da calzolaio e confessa di avere sparato i cinque colpi contro De Liguori.

Verso le nove e mezza passò il mio nemico De Liguori Francesco che non solo mi rivolse sguardi da spavaldo, ma introdusse la mano destra sotto il lembo sinistro della giacca che indossava. A tali atti provocanti, già offeso nell’onore, me ne risentii e dal pianerottolo, allo scopo di intimidirlo, esplosi acceleratamente in continuazione sulla via, mentre De Liguori camminava, cinque colpi di rivoltella senza ferirlo, né colpire chicchessia, avendo i proiettili colpito le pareti delle case.

Sembra difficile credergli, ma è opportuno fermarci e fare un passo indietro per capire le ragioni che lo hanno portato a sparare.

Giuseppe Magniccari, come abbiamo visto, fa il calzolaio, ma prima per tre anni è stato Guardia Municipale, poi è emigrato in Brasile dove ha conosciuto Margherita Vallicelli, veneta da Castelnovo Bariano in provincia di Rovigo, sposandola a Jundiaí nello Stato di San Paolo, quindi la nascita di due bambini e, nel settembre del 1896, il ritorno ad Amantea, dove hanno preso in fitto una casa nel quartiere Capocastro. Accanto a loro abita la madre di Giuseppe e le cose cominciano a non andare bene perché, come racconta lui, di quando in quando le due donne hanno degli alterchi provocati da Margherita, alla quale non piace ascoltare i consigli della suocera per il bene andare della casa e di qui derivano delle contese nella famiglia. Giuseppe consiglia alla moglie di usare un poco più di rispetto alla madre la quale, poveretta, a sua insaputa, più di una volta toccò essere scacciata da Margherita dietro parolacce vituperose che la signora sua moglie le scagliava. A Giuseppe viene raccontato anche che un giorno l’anziana venne scacciata a “saffate”. Poi un giorno, sempre come racconta Giuseppe, tornato a casa in un’ora insolita, vi trova un tale De Liguori Francesco con la sorella, signorina Vienna, la quale ordina a Margherita di cucirle dei vestiti. In questo periodo Giuseppe ha la bottega in Piazza e torna a casa solo per il pranzo e per la cena e dopo qualche giorno dalla visita dei De Liguori, si accorge che Margherita è del tutto cambiata: trascura il lavoro, esce spesso di casa, così gli raccontano, non gli appronta più i pasti alle ore solite, è distratta, lo sfugge e gli propone di andarsene di bel nuovo in America lasciandola con i figli in paese, cosa che prima non aveva mai voluto acconsentire, ed infine trascura i figli di piccolissima età, lasciandoli in mezzo alla strada durante le sue frequenti assenze da casa.

Giuseppe racconta ancora che spesso richiama Margherita ai suoi doveri ma lei, invece di ravvedersi, gli risponde bruscamente allegando delle scuse non vere e smette di oltraggiarlo vituperosamente solo dopo l’intervento dei vicini, cosa che a lui ripugna molto, non essendo abituato a tali liti. Questo cambiamento induce Giuseppe a pensare che Margherita non gli sia più fedele, ma cerca di scacciare l’idea per l’amore che le porta e la fiducia che ripone in lei. Sì, fosse facile scacciare il tarlo della gelosia una volta che comincia a rosicchiare!

Una sera, continua a raccontare, con belle maniere le fa capire che non gli fa molto piacere l’amicizia tanto intima che ha stretto con la famiglia De Liguori, amicizia fatta di molte visite reciproche; soprattutto non gli garba che Francesco De Liguori, per non mandare da sola a casa loro la signorina sorella, si compiace di accompagnarla. Margherita capisce il senso delle parole dettele dal marito e si offende, tanto da portargli il broncio per tre o quattro giorni e, per fargli ancora più dispetto, il giorno del suo natalizio accetta un paio di orecchini d’argento dai De Liguori e li indossa al posto di quelli regalatile da Giuseppe, che resta così dispiaciuto da fargli usare l’autorità di marito e, siccome Margherita non vuole sottomettersi, le somministra delle busse, cosa di cui, come dice, si pente subito, tanto che molte volte invece di andare a lavorare fugge lontano, alimentandosi di poco cibo innaffiato di molto vino che la sua arida gola ricerca! I giusti consigli che dà alla moglie non fanno più eco nel suo cuore, essendo tutta imbevuta dell’amore illegittimo che il serpente a sonagli di De Liguori le somministra, abusando del sacro nome di “amico” per entrare nel seno della sua famiglia e seminando la discordia ed il disonore. Ma, nonostante il tarlo lo roda, ancora non è certo del tradimento.

Il colpo, dice Giuseppe, è vicino a scoppiare: due o tre giorni dopo la Pasqua del 1898 incontra il cognato Vincenzo Perciavalle, lo vede imbronciato e gliene chiede la ragione. È una cosa di grave importanza che finora ha taciuto per non farlo compromettere: Margherita e De Liguori sono amanti e lo sa tutto il paese! Che vada a casa dei signori Morelli e saprà tutto nei minimi dettagli! E i signori Morelli, dopo avergli fatto promettere di mantenere la calma e non fare sciocchezze per non lasciare i due bambini innocenti in mezzo alla strada, gli raccontano tutto.

Giuseppe, sconvolto, manda un biglietto a Margherita, avvisandola che andrà in cerca di lavoro a San Pietro in Amantea, ma invece se ne va in un fondo di proprietà dei Morelli, poi torna a casa degli amici dopo due giorni cercando di non farsi vedere, ma inutilmente perché la moglie lo va a trovare. È il momento decisivo perché Giuseppe le espone tutte le sue scelleratezze, fornendole le prove, e le impone di allontanarsi da Amantea e recarsi a Napoli o nel suo paese natio per vivere onestamente del frutto del suo lavoro, lasciandogli i figli. Le restituirà tutto: oro, vestiti e biancheria e le darà anche i soldi per il biglietto. Margherita accetta, ma il giorno dopo va a casa dei Morelli e dice: “signori, non vado via da questo paese, debbo dar prova della mia innocentità e nessuno puote obbligarmi a partire!”. Allora Giuseppe, che con i figli è andato ad abitare dalla madre, va a casa sua e la svuota dei mobili, poi va dai Carabinieri per pregarli di insistere con la moglie affinché vada via dal paese, ma non c’è niente da fare e Margherita trova ospitalità a casa dei coniugi De Luca i quali, quando si accorgono che De Liguori la chiama per affacciarsi dal balcone e che un giorno le manda un caciocavallo ed una lattina di burro, la mandano via facendole capire che la loro famiglia non è adatta a tale mestiere. Margherita prende in fitto la casa di Francesco Pati, che le offre anche dei mobili ma riceve un netto rifiuto perché subito dopo i mobili glieli manda De Liguori. Questa nuova casa è praticamente di fronte a quella della madre di Giuseppe e una mattina De Liguori la chiama e con aria di spavalderia accompagnata da minacce, così continua a raccontare, le mostra un revolver. L’anziana va subito a denunciare il fatto ai Carabinieri, ma De Liguori, avvisato, si allontana e non lo trovano. Passano solo pochi giorni e Margherita si trasferisce di nuovo, ma questa volta il trasferimento potrebbe essere definitivo perché se ne va a convivere con Francesco De Liguori a casa sua.

È la mattina del 15 maggio 1898 quando il Brigadiere Giuseppe Caporale, comandante la stazione di Amantea, viene avvisato, così come viene avvisato anche il Pretore, che Francesco De Liguori ed il fratello minore Vincenzo stanno girando per il paese armati di rivoltella. Essendo il Francesco De Liguori un giovane di carattere vivace e capace di trascendere pel primo a vie di fatto col suo avversario, il quale è ritenuto un individuo di indole piuttosto pacifica e laboriosa, per evitare guai il Brigadiere ed il Carabiniere Giacomo Fabbis escono di pattuglia e vengono informati che i due fratelli sono nel caffè di Antonio Marano. Quando arrivano, Vincenzo De Liguori li vede ed entra nel locale, dove i Carabinieri lo fermano, lo perquisiscono e gli trovano addosso una rivoltella. Durante questa operazione notano che Francesco De Liguori è nella seconda sala del locale e lo invitano a seguirli in caserma, ma invece di avvicinarsi entra in un’altra stanza. Temendo che possa svignarsela, il Carabiniere Fabbis prontamente lo segue e si accorge che getta tra i mobili un oggetto luccicante, che di certo deve essere una rivoltella. Fabbis non ritiene opportuno mettersi a cercare l’arma rischiando di far fuggire De Liguori e lo ferma. Addosso non ha niente, ma viene portato ugualmente in caserma col fratello. Poco dopo arriva un garzone del caffè e dichiara di avere rinvenuto la rivoltella gettata da De Liguori e di averla consegnata ai familiari di questo. I due fratelli vengono arrestati per detenzione e porto abusivo di arma da fuoco e viene disposta una perquisizione domiciliare in casa De Liguori, dove viene rinvenuta una rivoltella, anche questa illegalmente detenuta, prontamente sequestrata e mostrata al garzone, che la riconosce per quella rinvenuta nel caffè. Dopo qualche giorno passato in camera di sicurezza, ai fratelli De Liguori viene concessa la libertà provvisoria in attesa del processo in Pretura.

Questo è lo stato degli avvenimenti che hanno preceduto la sparatoria del 20 giugno 1898. Ora vediamo cosa succede dopo.

Il mattino del venti io ero chiamato in Pretura per rispondere di una contravvenzione – esordisce Francesco De Liguori raccontando la sua versione al Pretore –. Ora, la strada che ordinariamente si fa per venire in Pretura dalla mia casa passa davanti alla bottega di Magniccari ma io, per schivare la sua suscettibilità incontrandolo, presi dei vicoli tortuosi e scomodi come avevo fatto tutte le volte che mi occorreva uscire di casa. Ma questo nuovo sistema era a conoscenza di Magniccari il quale, sapendo che dovevo andare in Pretura ed ero sfornito di armi, mi aspettò sulla loggetta di Cicero. Quando lo vidi ad una ventina di metri da me abbassai la testa per non darmi l’aria di colui che volesse provocare e continuai per la mia via, ma quando passai sotto la loggetta e gli ero di profilo, egli mi sparò un colpo di rivoltella che mi sfiorò. Proseguii il mio cammino e mi sparò altri tre colpi e all’ultimo colpo mi allontanai rapidamente di tre o quattro passi e mi voltai, vedendo che mi sparava un quinto colpo. Fu dopo brevi istanti che io scorsi voi mentre vi recavate in Pretura e vi gridai “Pretore, Magniccari mi ha sparato cinque colpi di rivoltella!” – poi aggiunge –. Dichiaro che la rivoltella con la quale Magniccari mi tirò contro appartiene alla signora Mariantonia Civitelli.

– Come fate ad esserne certo?

Perché la conosco e la riconoscerei anche fra mille per averla avuta presso di me venti giorni circa, prestata dalla Civitelli e Magniccari non ha potuto averla prima dell’undici o dodici maggio, cioè dieci giorni dopo dichiarata la inimicizia, perché fu in quei giorni che io la restituii alla proprietaria dietro sue ripetute istanze.

– Avreste potuto prendere il vicoletto che avevate alla vostra sinistra e sareste arrivato proprio davanti alla Pretura senza passare davanti a Magniccari…

In verità io non lo avevo mai attraversato ed ignoravo che mettesse capo anche alla Pretura

Ma chi è la trentaduenne gentildonna Mariantonia Civitelli, che presta armi come se fossero attrezzi da cucina? Mariantonia Civitelli, vedova, è una parente di De Liguori, il quale le amministra i beni ed in paese si dice che siano fidanzati. Ma se è così, perché la coinvolge rischiando di farla finire in galera?

Ricordo che imprestai a Francesco De Liguori una rivoltella appartenente al defunto mio marito, che dopo circa un mese mi restituì e che io smarrii… – afferma Mariantonia Civitelli.

– Signora, vi avverto che siete sotto giuramento e che dovete dire tutta la verità – la incalza il Pretore, che evidentemente non è convinto della risposta, poi le mostra la rivoltella in questione.

Non riconosco per mia la rivoltella che mi mostrate.

– Magniccari frequentava la vostra casa e gli avete dato la rivoltella? – insiste.

Sì la frequentava perché calzolaio di famiglia e, ripeto, non ho mai dato a costui alcuna rivoltella!

– Sapreste descrivermi la vostra rivoltella?

Io non so farvi la descrizione di quell’arma perché non vi fissai mai la mia attenzione. Non saprei neanche dirvi se era vecchia o nuova e se avesse o no la sicura.

– Va bene… De Liguori era il vostro fidanzato?

De Liguori è mio parente e non mio fidanzato. Frequentava la mia casa pel disbrigo degli affari. Un giorno volle in prestito la rivoltella ed io gliela lasciai prendere dal cassetto che tenevo aperto.

De Liguori insiste nell’affermare che la rivoltella è della sua parente, ma poi, forse ben consigliato dopo il confronto a cui viene sottoposto con la signora Civitelli, scrive al Pretore: la rivoltella con la quale Magniccari mi sparò è somigliantissima a quella della signora Civitelli, ma conoscendo la sua incapacità a mentire, cedo dinanzi alle affermazioni di una signora che non sa mentire e che non ha ragione di mentire.

Adesso Giuseppe Magniccari deve spiegare al Magistrato alcune cosette, dopo che sua moglie e De Liguori hanno presentato al Pretore un certificato di stato libero di Margherita, il che vorrebbe dire che non essendo sposati non ha nessuna autorità su di lei, Anzi, Margherita accusa Giuseppe di aver falsificato il suo certificato di nascita prima di sposarsi in Brasile, facendo risultare che aveva ventidue anni anziché diciotto e aggirando, così, il consenso dei genitori.

Io contrassi regolare matrimonio con Margherita Vallicelli nel 1892 in Jundiaí, provincia di San Paolo in Brasile ed è del tutto falso che io avessi fatto figurare la Vallicelli in età di ventidue anni mentre ne aveva diciotto.

– Si dice in giro che dopo aver sparato contro De Liguori avevate pronto il passaporto per andarvene di nuovo in Brasile…

Da quando ho fatto ritorno dal Brasile non ho mai curato di farmi rilasciare passaporto per emigrare.

– Cinque colpi sono tanti e per fortuna avete mancato il bersaglio…

Conosco il maneggio della rivoltella, ho fatto tre anni la Guardia di Pubblica Sicurezza e ne uscii bene addestrato in fatto di tiro. Da ciò voi potete desumere che se avessi voluto uccidere De Liguori, lo avrei ucciso, ma io non avevo mai meditato di lavare col sangue il disonore: due innocenti creature me lo impedivano. Ero continuamente vittima delle minacce e delle provocazioni di De Liguori, che pareva volesse anche la mia vita e portavo la rivoltella per garentirmi. Se avesse voluto schivarmi, quando mi vide sulla loggetta sarebbe potuto tornare indietro o avrebbe potuto infilare il vicoletto che gli era a sinistra. Ma volle passarmi davanti per oltraggiarmi con lo sguardo e minacciarmi facendo atto di estrarre un’arma. Sparai i cinque colpi verso la via e spiego che non sparai in aria perché, essendo il vicolo molto stretto, avrei potuto facilmente deviare il colpo ed offendere qualche persona che si fosse potuta trovare affacciata. Non c’era più di mezzo, quasi, la quistione d’onore, era un individuo che avrebbe, almeno, voluto abituarmi alle umiliazioni di fronte al pubblico per fare emergere le sue qualità di conquistatore e di uomo di coraggio, che sapeva tenere a posto i mariti oltraggiati. Io gli ho fatto comprendere, sparando, ch’egli non avrebbe avuto mai di fronte a sé un nemico inerme.

– La rivoltella ve l’ha data la signora Mariantonia Civitelli?

No, l’acquistai per 4,50 lire da un contadino che doveva emigrare e venne nella mia bottega per farsi aggiustare le scarpe, ma non so il nome

Giuseppe trova, forse inaspettatamente, un formidabile testimone a suo favore: il Brigadiere Caporale che, chiamato a deporre, conferma tutte le circostanze narrate dall’imputato.

Ma per la Sezione d’Accusa ci sono le prove sufficienti per rinviare Magniccari al giudizio della Corte d’Assise straordinaria di Rossano per rispondere di tentato omicidio e porto abusivo di rivoltella e di trincetto. È il 3 novembre 1898 e la causa sarà discussa il 24 dello stesso mese.

Per la Giuria Giuseppe Magniccari non ha sparato per uccidere e lo assolve. Ma ha sparato con una rivoltella che deteneva e portava abusivamente, come senza giustificato motivo portava addosso il trincetto e per questo deve essere condannato, con la concessione delle attenuanti generiche, a mesi 4 e giorni 17 di arresti, nonché alla multa di lire 72 e alle spese.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.