LA STRAGE DELLA VASCA DELL’ACQUA

Nel 1938 tra Basilio Sansalone ed il figlio Francescantonio da una parte e Domenico e Giovanni Sansalone, fratelli di Basilio, dall’altra, tutti da Agnana in provincia di Reggio Calabria, ci sono litigi a causa dell’uso di due piccole sorgenti di acqua, una delle quali sgorga nella zona inferiore del fondo agricolo Feudo appartenente a Basilio e defluisce naturalmente in una vasca costruita nel fondo sottostante, appartenente ai fratelli di Basilio; l’altra sorgente sgorga nel letto di un limitrofo burrone da dove, per mezzo di tubi, l’acqua viene convogliata nella vasca.

In realtà i dissidi risalgono a molti anni prima, a quando, cioè, i due fondi erano entrambi di proprietà di Francesco Sansalone, il comune genitore dei contendenti, ed iniziò proprio con la costruzione della vasca che, secondo l’intenzione del proprietario, doveva essere alimentata dalle due sorgenti e servire all’irrigazione di una porzione di terreno compresa nel fondo poi passato ai figli Domenico e Giovanni. Per questo Basilio, da quando divenne proprietario della zona superiore del fondo Feudo, non ha mai potuto usare l’acqua delle due sorgenti, né sarebbe stato possibile perché, come è ovvio, l’acqua scorre verso il basso e non verso l’alto.

Poi, nel 1932, a causa di una piena del ruscello il letto del burrone si modifica ed i tubi che captavano l’acqua rimangono ad un livello superiore e non ricevono più l’acqua della sorgente. Di questa nuova situazione, però, nessuno si lamenta e dopo anni, nel mese di giugno 1938, Basilio scava un pozzetto nel fondo del ruscello e l’acqua che filtra dal sottosuolo vi si raccoglie, facendo diminuire il volume già esiguo della sorgente esistente nella parte più in alto del terreno e impedendo, così, che la vasca nel terreno dei fratelli si riempisse. Questa nuova situazione avvantaggia Basilio perché per mezzo di barili attinge l’acqua dal pozzetto e la porta nel suo fondo, dove la sparge sul terreno coltivato a granturco ed a piantine ortalizie.

Ovviamente i suoi fratelli Domenico e Giovanni protestano, ma Domenico si mostra irremovibile e risponde:

Se raggiungiamo un accordo amichevole potrete prelevare alcuni barili di acqua dal pozzetto, ma se la quistione si dovrà decidere in base al diritto, a voi non spetta niente!

Allora, allo scopo di accordarsi bonariamente, della controversia viene interessato il podestà del paese il quale, con notevole zelo, va sul posto, ascolta le parti, tenta di conciliarle, ma non riuscendo nell’intento, fa osservare loro:

L’acqua del ruscello è un bene demaniale, quindi ordinerò alle guardie municipali di far colmare il pozzetto!

E così viene immediatamente fatto, privando Basilio dell’utilità di attingere l’acqua nel burrone. La nuova situazione di fatto, però, invece di far cessare la contesa tra i fratelli, la acuisce non solo per la pretesa sempre viva di Basilio di usare esclusivamente lui la piccola sorgente esistente nel suo fondo, ma anche per il convincimento suo e del figlio Francescantonio che un loro rispettivo figlio e fratello fosse stato ricoverato in manicomio, ove poi morì per paralisi cardiaca, unicamente per effetto del trauma psichico da lui subito a causa della controversia per l’uso dell’acqua.

Questa è la situazione quando la mattina del 15 settembre 1938 Francescantonio Sansalone, armato di una pistola automatica, va nel fondo Feudo, ci trova lo zio Domenico in compagnia della moglie, Elisabetta Albanese, e gli dice:

Hai sbarrato l’acqua?

Se non l’ho sbarrata, la sbarrerò! – gli risponde lo zio.

A queste parole Francescantonio improvvisamente estrae la pistola e spara diversi colpi, prima contro lo zio ferendolo gravemente, poi contro la zia, uccidendola all’istante.

A circa trecento metri di distanza stanno lavorando il cugino Francesco e l’altro zio, Giovanni. Francescantonio li vede, raccatta da terra una scure e va verso di loro. Si avvicina minacciosamente al cugino, che capisce ciò che sta per accadergli e lo implora:

Perdonami! Perdonami! Non ti abbiamo fatto nulla!

Ma lui continua ad avanzare inesorabilmente e quando è sicuro di non poter sbagliare gli spara alcuni colpi ferendolo gravemente, poi spara contro lo zio Giovanni, ma non essendo riuscito ad ammazzarlo, lo aggredisce con la scure, lo colpisce ripetutamente e lo lascia a terra morto. Poi con calma va in paese e si costituisce nella caserma dei Carabinieri, confessando la strage, ma aggiungendo:

Ho agito per legittima difesamio zio Domenico mi prese pel petto mentre sollevava la scure e minacciò di uccidermi se non me ne andavo dal fondo. Anche la moglie mi ha aggredito con una scure

– E perché hai aggredito anche tuo zio Giovanni e tuo cugino Francesco?

Zio Giovanni e Francesco non furono da me avvicinati, ma mi corsero incontro armati di piccone, sicché fui costretto a colpirli

– Ti rendi conto di quello che hai fatto?

Sono pentito, sarebbe stato meglio se mi fossi ammazzato dopo avere ammazzato i miei parenti… ero agitato a causa della malattia nervosa per cui fui esonerato dal servizio militare

Intanto si procede alla conta dei morti: Domenico Sansalone muore il giorno dopo, 16 settembre, per la peritonite diffusa, consecutiva alle perforazioni intestinali prodotte da un proiettile penetrato al di sotto dell’arcata costale sinistra; Elisabetta Albanese è morta per effetto di emorragia interna prodotta da un proiettile che ha reciso l’arteria polmonare; Giovanni Sansalone è morto per effetto di grave emorragia prodotta da un’ampia ferita da arma da taglio sulla regione laterale sinistra del capo con frattura della mandibola, recisione del fascio nervo vascolare del collo e recisione della carotide; Francesco Sansalone sopravvive, ma le ferite da arma da fuoco riportate nella regione pubica e sulla coscia sinistra, con frattura del femore, gli lasciano come esiti l’indebolimento permanente dell’organo della deambulazione.

Quest’ultimo e, prima di morire, lo zio Domenico, smentiscono categoricamente di avere aggredito Francescantonio, dichiarazioni confermate da diversi testimoni presenti al momento dei fatti.

C’è un testimone, Nicodemo Sità, che con la sua deposizione potrebbe aggravare la già disperata situazione processuale di Francescantonio:

Il 12 settembre Francescantonio Sansalone fu ingiuriato dallo zio Giovanni con la parola “porco” ed all’ingiuria rispose “ricordati del 12 settembre e ricorda anche che mio fratello è morto in manicomio e dovete pagarlo!”.

Durante le indagini sorgono sospetti circa la partecipazione di Michele alla strage, avendo fornito al figlio la pistola usata per commettere i delitti sicché, al termine delle indagini il Giudice Istruttore, il 2 maggio 1939, rinvia gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Locri per rispondere: Francescantonio di omicidio premeditato continuato ed il padre Michele di omessa denuncia dell’arma detenuta illegalmente.

La causa si discute il primo dicembre 1939 e viene interrogato nuovamente Francescantonio Sansalone che, mostrandosi eccitato, dichiara:

I miei parenti nascosero l’acqua, vi defecarono, si collocarono davanti ad un muro a secco ed il 9 settembre si uccisero tra loro e mi attaccarono portandomi in carcere!

Non sta bene di mente o sta fingendo di non stare bene? Per la difesa, che deposita vari documenti, non sta bene. Vediamo come, dopo avere analizzato il delitto, verrà risolto il dubbio.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: di fronte alle emergenze processuali, sulla responsabilità dell’imputato non cade dubbio. L’intenzione omicida è in lui dimostrata dalla causale del fatto (aspro dissidio con i suoi parenti per l’uso delle sorgenti), dalla specie dell’arma adoperata, dagli otto colpi esplosi, dalla brevissima distanza da cui i colpi furono esplosi, dalle regioni vitali prese di mira ed attinte e soprattutto da una circostanza di decisiva efficacia, cioè dal fatto che egli, dopo aver colpito lo zio Domenico e la moglie di lui, si diresse verso gli altri due parenti, zio e cugino, che lavoravano a distanza di trecento metri circa, li aggredì l’un dopo l’altro ed in ultimo, non essendo riuscito ad uccidere lo zio Giovanni con la pistola, gli inferse sul collo due colpi con la scure. Non trova però fondamento nel fatto l’aggravante della premeditazione giacché, s’è vero che la causale del conflitto rimontava ad epoca piuttosto remota, è certo d’altro canto che l’imputato non aveva formato, prima dell’aggressione, alcun piano delittuoso, né si era preparato altrimenti all’azione con riflessione protratta per apprezzabile durata e soluzione di continuità, essendo risultato, invece, che egli agì improvvisamente per determinazione concepita appena lo zio Domenico, alludendo all’acqua, gli rispose “se non l’ho sbarrata, la sbarrerò”. Né può obiettarsi che il concorso della premeditazione sia dimostrato dalla circostanza che l’imputato si recò in campagna munito di pistola automatica, giacché dal semplice possesso di quella arma non può indursi che egli avesse in mente di servirsene contro i parenti, anche perché è risaputo con quanta facilità i contadini vanno armati di pistola o rivoltella, specialmente quando si recano in campagna. Poi, riprendendo la deposizione del teste Bità che riferì di una ingiuria rivolta dallo zio Giovanni a Francescantonio tre giorni prima della strage e le conseguenti minacce di quest’ultimo allo zio, la Corte afferma che neanche da ciò si desume che il delitto fu premeditato giacché le ingiurie, le parole aspre e le minacce vaghe erano il mezzo ordinario con cui i due gruppi dei Sansalone manifestavano i loro pensieri nella reciprocità dei loro rapporti.

Bene, ora è il momento di affrontare il problema della sanità di mente di Francescantonio Sansalone. La Corte osserva: sembra invece giusto ammettere, in favore dell’imputato, l’attenuante del vizio parziale di mente. Tale circostanza risulta chiaramente e con tutta sicurezza non solo dalle modalità del fatto, ma anche da vari documenti allegati agli atti. Da un biglietto di uscita, rilasciato dall’ospedale militare di Messina in data 18 settembre 1937, emerge che l’imputato fu dimesso per licenza di convalescenza essendo affetto da lievi reliquati di sinovite al ginocchio destro e da astenia nervosa. Visitato all’ospedale Garibaldi di Melito Porto Salvo il 6 maggio 1938, l’imputato presentò aderenze pleuriche basilari a destra e segni di una pleurite secca interessante la metà superiore del polmone sinistro, in corrispondenza della quale esisteva una notevole diminuzione della normale espansibilità respiratoria. Il 7 novembre 1938 egli fu osservato dal dottor Colautti da Siderno e questi riscontrò in lui esiti di pleurite secca a destra, pleurite secca di natura specifica a sinistra, nonché neurastenia e neuropsicastenia. Poi è risultato che il giudicabile, nell’esplicazione della sua ordinaria attività, si mostrava irascibile, si inquietava per nulla, come riferisce il teste Nicodemo Sansalone, e gli amici lo tolleravano giacché egli non era manesco e dopo l’ira s’acquietava subito. La neurastenia e la neuropsicastenia di cui Sansalone soffriva ne scemavano, quindi, grandemente la capacità di intendere e di volere, senza escluderla. La prevalenza nel suo animo di insani e primitivi sentimenti egoistici, sotto l’impulso dei quali egli pretendeva ad ogni costo di fare uso di un bene economico, l’acqua irrigua, al quale non aveva alcun diritto; l’estrema povertà di sentimenti morali per cui egli non faceva alcun conto degl’intimi vincoli di parentela che lo legavano a Domenico e Giovanni Sansalone, anzi nutriva odio contro di essi e nell’odio coinvolgeva anche Elisabetta Albanese, assolutamente estranea al conflitto; la sua deficienza mentale caratterizzata dalle escandescenze a cui trascendeva per ogni minima contrarietà o per ogni insignificante circostanza in cui ravvisasse una contrarietà; la sua speciale tendenza ad accogliere idee false ed a mantenerle ferme nell’animo facendosene guidare negli ordinari rapporti della vita; il carattere rudimentale e primitivo dei suoi ragionamenti, per cui attribuiva a colpa degli zii la malattia mentale di suo fratello Giovanni; la insufficiente conoscenza degli uomini, delle cose e dei loro rapporti, il suo scarso senso critico per cui non gli era dato di proporzionare i mezzi al fine, tanto da fargli ritenere come rilevante vantaggio economico l’uso delle sorgenti da cui, nella migliore ipotesi, non poteva che ottenersi una utilità molto modesta; tutte siffatte disposizioni d’animo dovevano necessariamente influire sui suoi poteri inibitori. Risultando in tali termini, con chiarezza e precisione, la condizione patologica dell’imputato, non si è scorta alcuna necessità di disporre sulla sua persona la perizia psichiatrica chiesta dal suo difensore, anche perché è conforme alla più recente ed autorevole giurisprudenza che, trattandosi di vizio parziale di mente, il Giudice di merito può fondare il suo sovrano apprezzamento sulla personalità dell’imputato e sul grado della sua responsabilità, indipendentemente dalla emergenza di cause patologiche che, nella specie in esame, sono invece chiaramente dimostrate.

Tutto chiarito. Esclusa la premeditazione e concessa la semi infermità mentale, la pena di morte viene scongiurata. A tale proposito, la Corte stima giusto partire da anni 24 di reclusione, diminuirli di un terzo per il vizio parziale di mente, cioè ad anni 16 ed aumentarli fino al triplo per la continuazione, con che la reclusione sale ad anni 48, da ridursi ad anni 30, come stabilito per legge. Siccome l’imputato riporta condanna minorata pel vizio parziale di mente, deve ordinarsi che egli sia ricoverato in una casa di cura e custodia per un termine che si crede giusto fissare in anni 5 e, tenuto conto della specie di malattia di cui soffre, sembra opportuno disporre che il ricovero venga eseguito prima che egli inizi l’espiazione della pena detentiva, oltre alle spese, ai danni e alle pene accessorie.

Ora bisogna occuparsi della posizione di Michele Sansalone e la Corte, per l’omessa denunzia della pistola, ritiene equo condannarlo a mesi 1 di arresti, oltre alle spese.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte di Assise di Locri.