Verso le sette di sera del 25 gennaio 1916 Francesco Cipolla, ventunenne mulattiere da Lattarico, Paolo Cribari, trentenne orologiaio, e Antonio De Luca, sedicenne muratore, stanno passeggiando lungo il Corso Umberto Primo. Dopo aver fatto avanti e indietro per due o tre volte, De Luca vuole rincasare e dice agli amici:
– Accompagnatemi perché da solo non voglio tornare…
– Perché? Hai paura? – lo sfottono gli amici.
– Sì, ho visto un uomo appiattato…
– Io non ho visto nessuno, che dici?
– Nemmeno io ho visto uomini in giro, ma comunque ti accompagniamo – gli rispondono.
I tre si avviano e, giunti vicino alla casa in costruzione di Beniamino Lanzone in Via Orologio, appiattato sotto l’arco della porta, vedono il ventiquattrenne Pietro Napolitano, militare di stanza al 19° reggimento Fanteria di Cosenza, con un fucile ad armacollo. Il giovane si fa avanti e prende per il petto Francesco Cipolla. Poi, rivolto agli altri due, dice:
– Devo parlare con compare Francesco, sono affari che a voi non riguardano, non vi muovete altrimenti il primo colpo sarà per voi!
– Ma che cos’hai? Lascialo stare… – gli dice Cribari, forse per cercare di calmarlo, visto che continua a tenere per il petto Cipolla sbatacchiandolo.
– Devo parlare con lui! Devo parlare con lui, ha sedotto mia cugina! – risponde, sempre più agitato.
A questo punto Cribari e De Luca si allontanano e mentre stanno scendendo una scaletta pubblica sentono alcune detonazioni. Intimoriti, scappano.
Sono passati solo pochi minuti quando Francesco Cipolla arriva a casa premendosi una mano sulla parte sinistra del collo per cercare di fermare il sangue che esce dalla ferita causatagli da un proiettile che, penetrando dalla parte esterna sinistra del collo, è uscito dall’angolo del mascellare inferiore. Non sembra essere grave a giudizio del medico che lo ha medicato e riesce a raccontare ciò che sarebbe accaduto dopo che i suoi amici si allontanarono:
– Mi buttò per terra e, postosi a cavalcioni su di me, con una mano mi teneva fermo e con l’altra, armata di rivoltella, esplose tre colpi che non mi colpirono. Mi svincolai e fuggii, ma venni fatto segno ad altri due colpi di cui uno mi produsse la ferita e le contusioni che mi osservate…
– Dopo che Cribari e De Luca se ne andarono, c’era qualcun altro presente che ha visto la scena?
– No…
– Si dice in giro che Napolitano ce l’aveva con te perché avevi sedotto una sua cugina e siccome quasi di fronte alla casa disabitata di Lanzone abita una cugina di Napolitano, Pasqualina, non è che hai avuto rapporti carnali con lei?
– Io non ho avuto alcun rapporto, se non di amicizia, con Pasqualina.
– E con l’altra cugina Vincenzina?
– Ho avuto una relazione con Vincenzina circa cinque anni fa, ma i miei rapporti con lei non durarono più di due mesi circa.
– Pietro Napolitano era tuo amico?
– Sì, ci avevo parlato anche la sera del fatto e nulla mi aveva detto che poteva far supporre quanto poscia accadde.
– Ma qualcosa di diverso deve avere percepito, altrimenti non si spiega.
– Quando mi prese per il petto disse “ti sei posseduta una mia cugina ed ora vuoi possederne un’altra”.
– Hai detto che circa cinque anni fa avesti una breve relazione con Vincenzina. Sei stato tu a sedurla ed a toglierle l’onore?
– Io non sono stato il seduttore di Vincenzina giacché altri l’avevano posseduta prima di me.
– Gli ultimi due colpi Napolitano li ha sparati con la rivoltella o col fucile?
– Non distinsi bene se gli ultimi due colpi fossero stati di rivoltella o di fucile…
Dalla perizia medica effettuata sul ferito, che guarirà in una ventina di giorni, risulta che con molta probabilità il colpo che ferì Cipolla fu tirato a bruciapelo o a brevissima distanza mentre era prono ed il feritore all’impiedi. Dall’osservazione della ferita è da concludersi che l’arma usata fu una rivoltella di piccolo calibro poiché è da escludersi che un colpo di fucile caricato a pallini ed esploso a breve distanza abbia potuto produrre la lesione riscontrata e sarebbe assurdo ammettere che un fucile fosse carico ad un solo proiettile di quel calibro.
Durante la perizia svolta luogo dove si svolsero i fatti vengono repertati due proiettili conficcatisi, all’altezza di un metro, nel muro della casa di Aristide Soranna, ma questi invece sostiene che i proiettili erano sul pianerottolo della sua casa. Siccome Cipolla sostiene che furono sparati cinque colpi e sono stati repertati solo due proiettili, gli altri tre dove sono finiti?
Pietro Napolitano non si trova, ma si scopre subito dov’è: dopo l’aggressione è rientrato al Corpo di appartenenza dove, non avendo detto niente della sparatoria, è stato chiuso in cella di rigore per mancato rientro, essendosi allontanato senza permesso. Per interrogarlo bisogna aspettare l’autorizzazione dei militari, cosa che avviene il 25 febbraio successivo, dopo essere stato rinchiuso nel carcere di Cosenza:
– Non posso dirmi innocente e se la sera del 25 gennaio sparai dei colpi di rivoltella a Cipolla, fu perché egli aveva esploso contro di me due colpi della sua rivoltella, senza colpirmi, mentre allo sparo la fiamma del colpo mi abbruciacchiò i calzoni, come potete vedere e nell’afferrare la sua arma con la mano sinistra mi produsse una piccola cicatrice alla parte interna del pollice, che ora non si vede più. Non nego che io avevo dei rancori giustificati contro Cipolla perché da vari mesi si diceva in paese che egli fosse stato il seduttore di due mie cugine: Vincenzina, con la quale aveva avuto relazioni intime profittando dell’assenza di suo marito in America, e Pasqualina, sorella della prima, nubile. A me dispiaceva tutto ciò, specie per quanto rifletteva Pasqualina perché per la prima, essendo maritata, dovevano lei ed il marito provvedere alla tutela del proprio onore. Il maggio scorso fui al fronte, richiamato militare, e perché ferito, dopo essere stato in questo ospedale, fui in licenza di convalescenza per cinquanta giorni durante i quali Cipolla, incontrandomi varie volte, assumeva col viso un atteggiamento da spavaldo, evidentemente negandomi di vigilare su mia cugina Pasqualina la quale, poveretta, era sola col vecchio padre, orfana di madre e senza il fratello Camillo, chiamato sotto le armi da pochi mesi. Tollerai quegli atti di sfida per non compromettermi quale militare. Fui trasferito, poscia ebbi altri quaranta giorni di licenza di convalescenza, era novembre, che passai a Lattarico, ed in quest’epoca Cipolla, come mi si disse da parecchi, andava dicendo “poiché sta guarendo e dovrà tornare a combattere, io combatterò con sua cugina nella sua assenza!”, ma io fui ancora paziente. Tornai a Cosenza nella mia Compagnia il 14 dicembre e poiché dai miei compagni militari paesani che venivano da Lattarico, seppi che Cipolla continuava a recarsi per forza nella casa di mia cugina perché non lo voleva per fidanzato e tutto ciò acuì il mio odio. Dopo qualche tempo chiesi licenza per andare a casa onde tramutarmi la biancheria, ma mi fu negata e perciò abbandonai la caserma e mi recai a Lattarico giungendovi la sera del 24 gennaio. Non mi recai da mia cugina ma, armato di rivoltella soltanto, la sera successiva mi nascosi sotto l’architrave della casa di Lanzone, ch’è sita quasi di rimpetto all’abitazione di mia cugina, pensando di spiare se Cipolla si recasse a casa di Pasqualina. Poco dopo lo vidi passare con Paolo Cribari e Antonio De Luca e nella penombra mi accorsi che si dirigevano verso di me. Sentii la voce di Cipolla che, rispondendo a Cribari che diceva di avere visto come un’ombra nel punto in cui mi trovavo, diceva “andiamo, vediamo se fosse una donna”. Io mi nascondevo ma mi videro e mi affrettai a dire a Cribari che si fosse allontanato perché con lui non avevo conti da liquidare. Mi avvicinai a Cipolla, che presi per la giacca, dicendogli che lasciasse stare in pace mia cugina e così, strappandoci a vicenda, facemmo pochi passi e giungemmo vicino la farmacia De Gattis. Allora Cipolla estrasse di tasca la sua rivoltella ed esplose contro di me due colpi, uno dei quali passò rasente il mio calzone presso l’apertura dello stesso. Cipolla cadde perché scivolò sul terreno bagnato e gli dovette cadere o gettò la rivoltella, e questo lo so perché l’arma venne raccattata da De Luca. Fu allora che io estrassi di tasca la mia rivoltella e sparai contro di lui, ch’era a terra, due soli colpi. Cipolla si rialzò e riuscì a scappare mentre ancora lo tenevo fermo per la giacca. Poi mi allontanai per recarmi nella mia casetta di campagna e caddi in un fosso perché ancora zoppicante per la ferita riportata in guerra e perdetti la mia rivoltella…
– A noi risulta che avevi anche un fucile, te lo hanno visto ad armacollo Cribari e De Luca, oltre a Cipolla…
– Non è vero ch’ero armato pure di fucile e mentiscono Cribari e De Luca se ciò affermano e quindi non è vero che quando Cipolla si diede alla fuga io gli sparai alle spalle un colpo di fucile.
Il pantalone che indossa Napolitano viene sequestrato e sottoposto a perizia. Si tratta di un pantalone usato di colore bleu oscuro che sul davanti, a destra ed in sotto all’apertura, e propriamente lateralmente al primo bottone della parte inferiore dell’apertura, presenta impressa sul tessuto una macchia di colore caffè chiara e di forma ovoidale in senso parallelo all’apertura del calzone, della lunghezza di centimetri otto per una larghezza, nel mezzo, di circa centimetri quattro. Tale macchia non tramanda alcun odore specifico né di bruciaticcio, né di polvere da sparo e nel mezzo di detta macchia esiste una laceratura della lunghezza di centimetri tre, con bordi che non appaiono abbruciacchiati. Tale laceratura potrebbe senz’altro unirsi comodamente tra i due labbri perché da un capo all’altro sono ancora rimasti attaccati al tessuto i fili di cotone dello stesso, il che dimostra che, nella specie, si tratta di vera e propria laceratura di tessuto ed i detti fili sono integri del loro colore bleu e non ustionati né tantomeno anneriti, come indubbiamente sarebbero dovuti essere se in questo punto fosse passata la fiammata prodotta dalla esplosione d’arma da fuoco.
Due versioni dei fatti completamente opposte e, come scrive il Pubblico Ministero, quale scena siasi svolta fra Napolitano e Cipolla non si è potuta con precisione accertare per mancanza di testimoni presenti al fatto. Sicuramente è un problema.
Interrogata, la ventenne Pasqualina nega di aver mai avuto relazioni con Francesco Cipolla. È comprensibile, deve salvaguardare il suo onore, ma una sua intima amica la smentisce e sostiene:
– Pasqualina spesso si confidava con me ed è così che ho saputo come amoreggiasse con Francesco Cipolla.
Un altro indizio lo fornisce Francesco Picarelli, un cugino di Cipolla:
– Il 6 gennaio mio cugino Francesco Cipolla mi invitò ad andare con lui nei pressi della casa di Pasqualina Napolitano a fare una serenata e acconsentii, ma mio cugino non mi disse se la serenata era diretta a Pasqualina o a qualche altra giovane che abita lì vicino…
È inutile insistere: c’è un imputato che ha ammesso di aver sparato due colpi di rivoltella contro la vittima e ha pure ammesso di essersi allontanato abusivamente dal Corpo militare di appartenenza per appostarsi e spiare la vittima. Poi, se agì per legittima difesa o meno, in assenza di testimoni, vale di più il fatto che fu visto appostato al buio e fece allontanare gli unici due testimoni presenti. Può bastare così e la Sezione d’Accusa, il 5 giugno 1916, rinvia Pietro Napolitano al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di tentato omicidio premeditato e porto abusivo di arma da fuoco.
La causa si discute il 13 novembre 1917 ed intanto viene eliminata l’aggravante della premeditazione. Poi viene esclusa anche la volontà omicida perché per la Giuria Pietro Napolitano ha agito per legittima difesa e quindi non è punibile. Ma c’è il porto abusivo di arma da fuoco, per il quale l’imputato viene condannato a mesi 4 di arresti.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.