Per confidenze avute da persona ignota, i Carabinieri di Caulonia vengono a sapere che nella frazione Calatria, durante la notte dal 2 al 3 maggio 1934, Maria Tassone ha partorito una bambina che poi avrebbe soffocato e sepolta in una buca scavata in un terreno adiacente alla casa. Sembra strano perché Maria abita con i suoi due figli avuti dal marito, che l’ha abbandonata dopo essere emigrato in America.
Ma fatta qualche domanda in giro, per i Carabinieri confidenza è meritevole di approfondimenti perché non sono sfuggite ad amici e vicini che Maria, troppo frequentemente riceveva in casa Giuseppe Piscioneri, coniugato con figli, e quindi è possibile che tra i due ci fosse una tresca e che la donna fosse rimasta incinta e avesse nascosto, o almeno tentato di nascondere, la gravidanza.
Quindi convocano in caserma Maria e, dopo qualche insistenza, la convincono a parlare:
– Si, è vero, ho avuto una bambina da Giuseppe ed è stato lui ad ucciderla otturandole con la mano la bocca ed il naso, profittando di un momento in cui ero svenuta. Poscia si è allontanato lasciando sul letto il cadaverino. Atterrita dal triste spettacolo, alle mie rimostranze Giuseppe ha risposto “se tu parli, te la sgrugni tu”, volendo dire che mi avrebbe uccisa. Poi ho scavato una piccola buca nel terreno accanto a casa mia e ho seppellito il cadaverino. Io non volevo che morisse, avevo detto a Giuseppe che l’avrei cresciuta o, nella peggiore ipotesi, l’avrei lasciata al brefotrofio di Gerace…
– Vi ha aiutato a partorire una levatrice?
– No, non mi sono fatta assistere da nessuno. Solo Giuseppe era presente.
Maria e Giuseppe vengono arrestati con l’accusa di concorso in infanticidio.
Interrogato, Giuseppe nega tutto:
– Sono innocente e non è vero che avessi relazioni intime con Maria, sono stato qualche volta a casa sua, ma per motivi leciti e onesti.
E questa versione mantiene anche nel confronto a cui lo sottopongono con Maria.
Poi i Carabinieri si fanno indicare dalla donna il punto esatto dove ha seppellito la bambina e, scavando con cautela, tirano fuori il corpicino per procedere all’autopsia, che certifica come la bambina fosse nata viva e vitale ed è morta per soffocamento circa due giorni dopo il parto, come si desume dai caratteri del cordone ombelicale avvizzito e disseccato. Quindi, contrariamente a quanto sostiene Maria, la bambina non sarebbe stata uccisa subito dopo la nascita, ma solo un paio di giorni dopo. Possibile che i figli non se ne siano accorti?
– Quella sera li mandai a dormire a casa di mia cugina Caterina – risponde quando le contestano la circostanza. Il problema, però, è che sia la cugina che i figli la smentiscono.
Parecchi testimoni a carico e discarico parlano di ciò che sanno sui rapporti tra Maria e Giuseppe e quando gli inquirenti ritengono di avere raccolto prove sufficienti, ne chiedono il rinvio a giudizio con l’accusa di infanticidio. Il 10 settembre 1934 la richiesta viene accolta e ad occuparsi del caso sarà la Corte d’Assise di Locri nell’udienza del 12 dicembre successivo.
Durante il dibattimento Giuseppe Piscioneri cita alcuni testimoni a suo discarico per dimostrare che egli, la notte dal 2 al 3 maggio 1934 si trovava in contrada San Nicola, a notevole distanza dalla frazione Calatria, essendosi colà recato per far visita al padre infermo e per preparare, insieme ad altre persone, il bagaglio di una sua cognata, partita poi per l’America la mattina del 3 agosto.
La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: di fronte a tali risultati, non pare che la responsabilità di Piscioneri possa dirsi dimostrata. È innegabile che egli ebbe relazioni illecite con Maria Tassone la quale, pur non essendo una donna di liberi costumi, conduceva vita disonesta; può ammettersi che la bambina partorita da lei fosse figlia di Piscioneri; è credibile che costei, per evitare che l’amante venisse un giorno a conflitto col marito (quando quegli sarebbe ritornato dall’America) potesse avere interesse alla soppressione della neonata; ma da tutto ciò non consegue che l’infanticidio sia stato commesso da Piscioneri, né che vi abbia preso parte. Nessun testimone depone di averlo veduto entrare nella casa della donna la sera del 2 maggio ed uscirne la notte; nessuno intese grida o rumori in detta casa ed i figliuoli della Tassone assicurarono che essi, prima che la madre venisse arrestata, dormivano sempre con lei nel medesimo letto. la Tassone, per potere dare alla sua versione una parvenza di credibilità, adduceva di avere, quella sera, mandato i figlioletti a dormire dalla cugina Caterina, ma tale circostanza è stata smentita. Da tali risultanze sorge fondato il dubbio che Piscioneri sia estraneo al fatto. Evidentemente, se egli fosse stato presente al parto; se avesse soffocato la neonata dopo avere avuto un diverbio con l’amante; se questa, come afferma, avesse gridato, qualche cosa di tutto ciò avrebbero dovuto sentire i figli, che dormivano nello stesso letto della madre. Invece il parto passò ad essi inosservato, né fu da essi notata la presenza di Piscioneri, come era stata notata altre volte, quando egli, di sera, aveva fatto visita alla loro madre. Si aggiunga che, come è risultato, negli ultimi tempi Piscioneri si era allontanato dalla donna, a causa della gravidanza di lei, per le responsabilità che da tal fatto potevano provenirgli e che la Tassone, quando seppe di essere stata denunziata, pensò che la denunzia fosse stata sporta dal suo amante, sicché rimase indignata contro di lui e, per lo meno, poté pensare a vendicarsi del tradimento che credeva di avere subito. Le dichiarazioni da lei rese appariscono pertanto sospette, ond’è che, anche a non volere assegnare alcun valore alle testimonianze addotte per la prova dell’alibi, si rende manifesto come la reità di Piscioneri non possa dirsi accertata e come sul suo conto sia uopo pronunziare l’assoluzione per insufficienza di prove.
Quindi l’unica responsabile è Maria Tassone. Costei, forte e vigorosa al punto di aver potuto fare a meno dell’assistenza della levatrice e di avere ripreso le sue ordinarie occupazioni immediatamente dopo il parto, non andò soggetta ad alcuno svenimento, come si desume dal suo interrogatorio (ove non si accenna affatto ad un fenomeno simile) e non aveva bisogno dell’aiuto di altre persone per soffocare la creaturina, apponendole le mani sulla bocca ed impedendole la respirazione, come non ebbe bisogno di aiuto (ciò che ella stessa confessa) quando uscì di casa, scavò la piccola fossa nella zona di terreno adiacente e vi seppellì il cadaverino.
È tutto, non resta che determinare l’entità della pena e a tale scopo van tenuti presenti i suoi buoni precedenti penali, il grado non elevato di pericolosità dimostrato e, sopra tutto, il fatto che ella sia stata abbandonata dal marito con due figli da mantenere. Avuto riguardo a tali circostanze, stimasi giusta la reclusione nella misura minima stabilita dalla legge, cioè in anni 3 di reclusione, dei quali debbono dichiararsi condonati anni due per effetto dell’indulto concesso con R.D. 25 settembre 1934 N. 1511, oltre alle spese.[1]
Infanticidio per causa d’onore.
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.