UNA NOTTE DI TERRORE

Elena Montalto, una bella adolescente, è di Acri ma suo padre l’ha mandata a servizio presso la famiglia di Luigi Sangregorio a Corigliano Calabro. Elena vorrebbe tornare a casa e chiede al padre l’autorizzazione tramite il venditore ambulante Giuseppe Scaglione il quale, per sicurezza, chiede a Sangregorio se sia d’accordo. Ottenutone il consenso porta l’imbasciata al padre della ragazza. Finalmente, il 16 agosto 1946, Montalto, sapendo che Scaglione il giorno dopo andrà a Corigliano a vendere la sua mercanzia, lo manda a chiamare e gli affida una lettera con la quale autorizza la figlia a tornarsene.

Consegnata la lettera a Sangregorio, Scaglione prende accordi con lui intorno all’accompagnamento della servetta e viene stabilito che passerà a prenderla alle due della notte del 18 agosto. Dopo avere ultimato le sue operazioni va a parlare col cantiniere Umberto Scorzafave, conosciuto come Totonno di Torchiaro, e ottiene di poter passare le ore che mancano all’appuntamento con Elena nel vestibolo della casa del cantiniere insieme al suo garzone Pasquale Pascuzzi.

All’ora stabilita Scaglione prende la ragazza che, col peculio di lire quattrocentocinquanta, un pane e pochi oggetti chiusi in un involto, si avvia con lui ed il garzone verso la piazza principale di Corigliano per profittare della gratuità di trasporto sino alla stazione ferroviaria, donde proseguiranno per Acri.

Il cantiniere che, per lavori compiuti con altri nella propria cantina ha protratto la veglia, avendo notato nella Piazza del Popolo l’arrivo di Scaglione con un carico di giocattoli ricavati da corni, di Pascuzzi nell’attitudine a lui impressa da deficienza mentale e da visibili difetti fisici e di Elena Montalto, incedente sul selciato al ritmo degli zoccoli, comincia a dare sfogo a insistenze, la cui ambiguità si intensifica sotto lo stimolo di domande varie che curiosi sopravvenuti incrociano attorno al terzetto dei partenti.

– Dove vai con questi due? Resta qui con me – dice alla stupefatta e timida ragazza, che non sa cosa rispondere, poi continua – fammi vedere i documenti che ti autorizzano ad andare con loro e se non ne hai, ti ospito a casa mia!

Scorzafave continua ad insistere con una petulanza finalizzata a creare nella folla dei giovinastri nottambuli una perfida solidarietà nell’angustiare i forestieri che, disorientati, sulle prime decidono di riaccompagnare Elena a casa di Luigi Sangregorio.

Elena, impaurita, rifacendo la strada verso la casa dei padroni, tenta di sottrarsi alla prossimità degli inseguitori allungando il passo e quando arriva davanti al portone, mentre si accinge a bussare, la bloccano.

Alle sue spalle Giovanni Tiano, meglio conosciuto come “Mazzola”, urla all’indirizzo di Scaglione, l’uomo a cui è stata affidata:

Carogna, ma davvero vuoi riportarla ai padroni?

Allora Elena, per evitare i giovinastri aggregatisi a Scorzafave, si mette a correre verso la piazza, dove giunge sbigottita, senza uno degli zoccoli e con il fagotto disciolto. Si accorge che le manca il gruzzoletto e dei giocattoli che avrebbe voluto portare ai parenti. In questo momento arrivano accanto a lei i suoi due paesani; vedono a poca distanza alcuni rivenditori di melloni affaccendati con carrettieri di transito verso la stazione e li raggiungono di corsa. Chiedono la carità di caricarli su un carretto e di portarli alla stazione. Angelo Abruzzese e Pasquale Bullano accettano, li fanno salire sul loro traìno e partono, sebbene circondati dall’inerzia coatta degli inseguitori sghignazzanti.

La discesa è ripida, deviante a sinistra verso la rotabile che conduce alla stazione. Poche centinaia di metri, arrivati all’altezza dell’oleificio Fino, per un’identificazione ribaditasi attraverso il palleggiamento di specifiche accuse e per l’individuazione pervenuta da Abruzzese e Bullano, oltre che per le formali ricognizioni susseguite, il corifeo Scorzafave riappare attorniato da Giovanni Tiano, Vincenzo Cimino (Formichella), Francesco Arnone (Bicicletta) Giovanbattista Russo, Francesco La Pietra, Pasquale De Rose e Rocco Pometti, quasi tutti armati di legni. De Rose e Cimino iniziano la gradassata, dopo che da tutti viene imposta al conducente la sosta e la discesa dei tre, che vengono perquisiti tra minacce, percepite dai malcapitati come inevitabilmente attuabili se appena fosse stata adombrata alcuna resistenza. Scaglione viene costretto a consegnare i soldi che dichiara di avere addosso, cioè 450 lire, mentre al deficiente Pascuzzi tolgono l’unica sigaretta che ha e poi i due a stento rincorrono e raggiungono il traìno che nel frattempo ha ripreso la marcia. Elena deve subire pesanti palpeggiamenti dagli imbestialiti, ma riesce a liberarsi e dopo grida di disperazione anche lei raggiunge il traìno.

Scaglione, nel rivedere la ragazza, che non ha nemmeno tentato di proteggere, continua ad esprimere il suo compiacimento, ma viene interrotto dopo varie centinaia di metri, all’altezza di “Torre Lunga”, dalla ricomparsa di Giovanni Tiano, “Mazzola”, e Vincenzo Cimino, “Formichella”, che con affermazioni imperiose ingiungono al trainiere la riconsegna di Elena sotto il pretesto di assicurarla nelle mani della Guardia Municipale Pizzi e nel frattempo sottraggono a Scaglione altre 320 lire che aveva nascosto per restituirle, dicono, alla ragazza in quanto rubatele da Scaglione.

La lontananza dall’abitato e la timidezza degli uomini coi quali si è ritrovata la servetta, tutt’ora tramortita, non valgono a rendere efficaci le rinnovate grida di desolazione, così i due tristi figuri la trascinano sotto il ponte Margherita e, mentre Tiano resta di guardia, Cimino riesce a vincere parzialmente la resistenza di Elena, le strappa la pezzuola con la quale, in luogo di mutande, la povera ragazza protegge le pudenda, tenta di violentarla ma, non riuscendoci nonostante l’impiego della propria corpulenza per piegarla alla foia mentre Tiano la trattiene, dopo circa un quarto d’ora di violenze, esercitate anche per un congiungimento contro natura, Formichella deve riconoscere al compagno la vanità dei suoi sforzi, ma non abbandonano Elena, e la costringono a seguirli verso l’abitato.

Sono ormai le cinque di mattina quando arrivano in piazza a Corigliano e ancora ci sono Giovanbattista Russo, Francesco La Pietra, Pasquale De Rose e altri, con i quali si ferma Tiano, mentre Cimino è seguito da Elena, che è vessata dagli altri fino alle prossimità della casa di Sangregorio. A questo punto Cimino, che per propiziarsi l’arrendevolezza di costei le ha consegnato le 320 lire rubate a Scaglione, si sbottona i pantaloni ed estrae il membro, ma l’ultimo proposito di non rinunziare alla preda rimane troncato dal riacquisto della forza di liberazione di Elena non appena arriva davanti casa di Silvio Salerno, cognato del suo padrone Sangregorio, perché si mette ad urlare come le violenze protratte fossero state esercitate anche con atti di libidine contro natura.

Salerno esce di casa e Cimino scappa, seguito dagli altri giovinastri. Elena è salva e viene accompagnata dai Carabinieri ai quali racconta la notte di terrore e denuncia i suoi aguzzini. Anche Scaglione, subito rintracciato, sporge querela.

Elena viene sottoposta a perizia medica e le escoriazioni multiple, per la regione scalfita e per tutti gli altri elementi raccolti, sono la conferma definitiva al racconto della ragazza e dopo qualche giorno scattano i mandati di cattura contro gli aggressori per violenza privata, tentata violenza carnale ai danni di Elena e di rapina a danni della ragazza e di Scaglione.

Sembra tutto filare liscio, ma il procedimento penale subisce un repentino rallentamento a causa di sollecitazioni esercitate da interessati su Michele Montalto, il padre di Elena, e così, il 15 dicembre 1947, viene disposto un supplemento di indagine per contestazioni omesse (atti osceni, continuazione rispetto alla violenza carnale e alla violenza privata, l’aggravante prevista dall’art. 1 del D.Lgs.Lgt. 10 maggio 1945, n. 234 che recita: “I delitti di rapina, di estorsione e di sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, qualora siano commessi o con armi o profittando di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa o, comunque, con modalità di esecuzione tali da suscitare particolare allarme, sono puniti con la reclusione da venti a trenta anni e nei casi più gravi con l’ergastolo o con la morte”).

Il supplemento di indagine si conclude il 15 maggio 1948 con la sentenza di rinvio a giudizio alla Corte d’Assise di Rossano per Umberto Scorzafave, Francesco Arnone, Giovan Battista Russo, Francesco La Pietra, Pasquale De Rose, Rocco Pometti, Giovanni Tiano e Vincenzo Cimino sotto l’imputazione per tutti di: a) violenza privata continuata; b) rapina; c) sequestro di persona. Per Tiano e Cimino sotto l’imputazione di: a) tentata violenza carnale continuata; b) atti osceni continuati.

La causa si discute il 13 agosto 1948 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti osserva che sono scaturiti, senza possibilità di una dimostrazione contraria, i dati di fatto conclusivi per la pronunzia della condanna di Tiano Giovanni e di Cimino Vincenzo per i reati loro addebitati, oltre che per la sicura individuazione dell’attività delittuosa di De Rose Pasquale e per la conseguente condanna di lui per i reati di violenza privata continuata e sequestro di persona. Poi chiarisce quelle non meglio precisate sollecitazioni esercitate da interessati su Michele Montalto, causa del supplemento di indagine: occorre subito rilevare che Umberto Scorzafave, avendo (per le sue disponibilità patrimoniali, con rinnovati allettamenti esercitati per mezzo di familiari e della stessa madre in Acri presso Michele Montalto) tentato di ottenere ritrattazioni, in parte e sebbene in forma oscillante conseguiti, è riuscito a scuotere le basi su cui saldamente era fondata la molteplicità delle imputazioni, così che quella che poteva apparire incompatibile con la condizione economica di costui attraverso contraddizioni facilmente generate rispetto al fine su cui dovevano determinarsi i quattrini tolti violentemente a Giuseppe Scaglione, finì per avvantaggiare tutti i cooperatori nell’impresa notturna che, occasionata, nel chiarore notturno della principale piazza di Corigliano, dal terzetto inconsulto, degenerò per effetto di morbosa psicologia collettiva, più che per netta risoluzione.

La subdola attività di Scorzafave ha prodotto gravi conseguenze sull’esito del processo. Spiega la Corte: la domestica inseguita dalla muta dei giovinastri perdette, tra l’altro, il suo gruzzolo. Le successive spoliazioni del venditore di giocattoli furono generate dal pretesto di rimborsare costei della perdita subita. Ora, da un canto, Giuseppe Scaglione non fu costante nel determinare la somma certa di cui, con minaccia e violenza innegabili, fu privato, per averla descritta come complessivamente costituita da lire ottocento sulla riserva occulta di lire tremila, mentre in altro momento indicò addirittura somma minore; dall’altro lato la povera ragazza realizzò, se non interamente, in gran parte il recupero per consegna spontanea da parte del peggiore dei delinquenti, Cimino Vincenzo, onde sono rimaste modificate le premesse dalle quali – nonostante la patrimonialità del corifeo nella originaria gazzarra – si sarebbero potuti desumere precisi elementi per riconoscere la piena fondatezza dell’imputazione di rapina. La Corte, pertanto, non può non risolvere le proprie dubbiezze se non a favore dei coimputati.

Adesso la Corte esamina le singole posizioni degli imputati:

De Rose Pasquale è raggiunto dalla insuperabilità di prova che conclama, con riferimento alla fase iniziatasi dalla piazza sino alle prossimità della casa di Luigi Sangregorio e poi sviluppatasi sino all’oleificio Fino. La pervicacia di De Rose nell’accentuazione dell’attività diretta, congiuntamente con quella di Tiano e Cimino a costringere Elena Montalto a desistere dalla partenza con la clamorosa privazione della vittima di ogni libertà di deambulazione e col paralizzare l’assistenza di Scaglione, definendolo con l’epiteto che nella malavita suona come la più bassa degradazione degli stessi delinquenti: “carogna”.

Le ammissioni di Tiano e Cimino di essere riusciti a fermare il traìno a Torre Lunga, dispensano da particolari richiami che, in coerenza con le prime manifestazioni, sono invece necessari alla determinazione delle varie figure di delitti commessi dai due delinquenti i quali, in contrasto con le affermazioni di Scorzafave che definì la Montalto, da lui conosciuta da più di un anno, come giovanetta onestissima, l’avrebbero  considerata “una donnaccia” e con tale apprezzamento sorse il proposito di possedere la ragazza ad ogni costo. Quegli, avendo ammonito Scaglione con l’epiteto “carogna” a desistere dal riaccompagnare la domestica dai padroni, volle che costei non sfuggisse alle proprie violenze e a quelle di Cimino. Innanzi all’oleificio Fino, col grado delle rispettive violenze, si associarono alle azioni di De Rose e gareggiarono con lo stesso nel realizzare la continuazione della violenza privata e il sequestro di persona in pregiudizio della giovinetta, il cui abbandono da parte dei suoi accompagnatori segna la grave temibilità determinata dalla torma dei giovinastri muniti di legni vari (“vitte”) e che riuscirono a sbarrare la strada. Ma Elena Montalto, apparsa come facile preda, non poteva – secondo la mentalità di “Mazzola” e di “Formichella” – essere abbandonata alle prelibazioni dei forestieri e, ad ogni costo, occorreva impadronirsene. La viva e disperata resistenza della ragazza furono vinte violentemente, essendo i due figuri armati di bastone e con rinnovata viltà il gruppo dei viaggianti non seppe affrontare la violenza coalizzata di Tiano e De Rose. La vittima rimase, tra grida e lagrime di costernazione, in mezzo ai due satiri. Cimino, dopo aver dovuto constatare che, nonostante la mancanza delle mutande, la giovinetta non presentasse momenti di stanchezza, le inflisse la sopportazione di brutali sforzi, invano adoperandosi per l’introduzione del membro oltre le grandi labbra. Tiano suggerì l’opportunità del ritorno e la ragazza, per lo spregevole sdegno, precedeva di qualche passo gli sciagurati delinquenti e Cimino, in prossimità della casa di Sangregorio, non essendo ancora piena l’alba, estrasse il membro e riuscì a collocare a cavalcioni costei che, con supremo sforzo, si sottrasse all’ultimo, sozzo contatto e poté battere per l’apertura del portone cui s’era avvicinata.

Gli imputati Tiano e Cimino, con una puerile inversione dei fini propostisi, di fronte alla irrefragabilità delle prove essenziali, hanno tentato di rivestirli del pietoso tentativo di sottrarre la ragazza ai prevedibili abusi da parte dei due “innocui accompagnatori”. Da tali premesse di fatto si deduce, per le ragioni esposte nei riguardi della posizione processuale di De Rose, la sussistenza dei delitti di violenza privata continuata e di sequestro di persona. dalle stesse premesse concernenti l’attività delittuosa svolta per il possesso erotico di Elena Montalto, con soppressione della libertà sessuale della medesima, si deduce il concorso degli elementi che prospettano, con insolito risalto, la piena fondatezza della duplice imputazione del tentativo di violenza carnale continuata e di atti osceni. L’idoneità degli atti commessi non può essere revocata in dubbio, se si tenga soprattutto conto della espressiva locuzione pervenuta dalla parte offesa la quale, in udienza, ha ripetuto che Cimino “voleva interamente compiere l’operazione”. Tale proposizione è testuale e non consente sofismi sulla certezza dell’avvenuta introduzione del pene oltre le grandi labbra e oltre lo sfintere anale. Il concorso di Tiano importa pena pari a quella di Cimino.

È il momento di tirare le somme ed emettere la sentenza:

la Corte dichiara Tiano Giovanni e Cimino Vincenzo colpevoli di violenza privata continuata, sequestro di persona, tentata violenza carnale continuata e atti osceni; dichiara De Rose Pasquale colpevole di violenza privata continuata e sequestro di persona.

Condanna Tiano e Cimino ciascuno alla reclusione per anni 4 e mesi otto, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Condanna De Rose alla reclusione per anni 1 e mesi 4, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Assolve gli stessi De Rose, Tiano e Cimino dalle altre imputazioni, nonché Scorzafave Umberto, Arnone Francesco, Russo Giovanni, La Pietra Francesco, Pometti Rocco dalle rispettive imputazioni per insufficienza di prove e ne ordina la scarcerazione, se non detenuti per altra causa.

Il primo marzo 1950, la Corte d’Appello di Catanzaro, in applicazione del D.P. 23 dicembre 1949 n. 930, dichiara condonati anni 2 della pena a Giovanni Tiano.

Il 3 marzo 1950 la Corte d’Appello di Catanzaro, in applicazione del D.P. 23 dicembre 1949 n. 930, dichiara condonati anni 2 della pena a Vincenzo Cimino.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Rossano.