I PRETENDENTI DI ANGELA

Angela Traina, da Benestare in provincia di Reggio Calabria, da quando aveva 16 anni e per più di tre anni, è stata fidanzata con il coetaneo Francesco Macrì, fidanzamento rotto per volere dei genitori della ragazza, che hanno ceduto a considerazioni di indole economica. Francesco, però, non disdegna di incontrarsi ancora con Angela perché non ha ancora perso la speranza di poter riallacciare le trattative di matrimonio e condurre la giovinetta in sposa.

Ma intanto un altro giovanotto, Giuseppe Macrì, che frequenta la casa e la terra della famiglia Traina per motivi di lavoro, sembra aver messo gli occhi su Angela e così sorge tra i due pretendenti una forte rivalità perché l’ex fidanzato sospetta che Giuseppe voglia amoreggiare con Angela, mentre Giuseppe crede, e non a torto, che Francesco, quantunque sia stato licenziato dai genitori della ragazza, voglia tornare agli antichi amori.

Così non mancano tra i due minacce e intimidazioni reciproche e, mentre Giuseppe, direttamente o indirettamente, intima all’altro di non andare a casa di Angela, Francesco fa sapere al rivale di astenersi dal recarsi a lavorare nel fondo dei Traina.

Le cose stanno così quando, la mattina del 16 novembre 1933, Francesco va nel fondo dei Traina in contrada Varacalli dove, insieme ad Angela, Giuseppe sta bacchiando le olive.

– Te ne devi andare perché non ci sono i miei genitori! – gli dice Angela e la stessa cosa gli ripete Giuseppe.

– E tu che c’entri? Scendi dall’albero se hai coraggio! – Francesco sfida il rivale. Poi, dopo qualche altra parola risentita, si allontana pacificamente, almeno sembra.

Alla fine della giornata di lavoro Francesco e Giuseppe, entrambi con le scuri in mano, devono fare la stessa strada per tornare a Benestare e lungo la via, dopo uno scambio di parole vivaci, scatta la scintilla: i due si azzuffano e Francesco, per essere più libero nei movimenti, getta per terra la propria scure e fa i massimi sforzi per impossessarsi della scure dell’avversario.

Tu mi pigli per fesso? – urla Francesco a Giuseppe, che intanto lo ha afferrato per il petto.

Sì, fesso centomila volte! E non ti permettere di continuare a fare all’amore con Angela! – gli risponde.

Alle loro urla accorrono altri contadini che stanno tornando in paese e trovano Giuseppe disteso a terra mentre Francesco gli sta sopra e cerca di togliergli la scure di mano. Riescono a dividerli e ad impossessarsi delle scuri e, sedata la lite, entrambe vengono consegnate a Francesco, che si riavvia verso il paese seguito da Giuseppe.

Ridammi la mia scure! – ripete continuamente Giuseppe.

Te la restituirò quando arriveremo in piazza! – gli risponde Francesco, forse pensando che la restituzione della scure in piazza rappresenterà una umiliazione pubblica per l’avversario.

Fatto sta che non appena i due arrivano in prossimità della casa di Giovan Battista Macrì, Giuseppe ripete:

Ridammi la mia scure perlamadonna!

– In piazza… – ripete Francesco, pregustando la scena.

Irritato per l’ostinato diniego dell’avversario, Giuseppe si fa indietro di qualche passo, estrae una rivoltella ed esplode contro Francesco due colpi attingendolo, col secondo, alla tempia sinistra. Il giovane crolla a terra praticamente già morto, mentre l’omicida scappa.

Giuseppe Macrì si costituisce la mattina successiva nella caserma dei Carabinieri di Ardore e, interrogato, racconta la sua versione dei fatti:

Ho agito per legittima difesa perché il mio avversario, non solo mi aveva ferito con la scure – dice mostrando due lievi scalfiture sul collo e sulla mano sinistra –, ma continuava accanito nell’aggressione, sicché sono stato costretto a fare uso della rivoltella e ad ucciderlo.

Ma Giuseppe non ha fatto i conti con Giovan Battista Macrì, il proprietario della casa vicino alla quale è accaduta la tragica scena, che, interrogato a sua volta, lo smentisce:

Ero affacciato alla finestra e ho assistito allo svolgimento dell’ultima fase ed al rapido movimento di Giuseppe quando costui, al rifiuto di Francesco di restituirgli la scure, tirò immediatamente i due colpi di rivoltella senza che l’altro avesse avuto il tempo di mettersi sulla difensiva e tanto meno di inalberare una delle scuri che portava sul braccio.

Terminate le indagini, Giuseppe Macrì, con citazione diretta, viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Locri per rispondere di omicidio volontario.

La causa si discute l’8 giugno 1934 e la difesa chiede che Giuseppe Macrì sia dichiarato non punibile per avere agito in stato di legittima difesa o, in subordine, che sia giudicato per omicidio preterintenzionale.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, rileva che i fatti risultano univocamente provati con le concordi deposizioni di diversi testimoni che furono, in maggior parte, presenti ai fatti. Non può essere accettata la versione data dal giudicabile circa la legittima difesa, essendo tale versione resistita dalla testimonianza de visu di Macrì Giovan Battista. È vero che durante la colluttazione l’imputato riportò lievissime lesioni di arma da taglio interessanti soltanto la cute, ma tale circostanza non può essere invocata ai fini della legittima difesa perché dopo la colluttazione in cui i due giovanotti si contendevano il possesso della scure, essi furono divisi dai testimoni accorsi e la contesa ebbe fine, onde non vi era necessità che, qualche momento dopo, l’imputato uccidesse l’avversario che si era incamminato pacificamente verso l’abitato. Non può quindi dubitarsi dell’elemento psicologico del reato e del dolo specifico che animò l’imputato, essendo risultato chiaramente che egli mirò ad uccidere l’avversario, non già a produrgli una lesione personale, onde apparisce del tutto infondata la tesi difensiva concernente la preterintenzionalità del delitto.

Ma, osserva la Corte, al giudicabile spetta l’attenuante dello stato d’ira per due ordini di considerazioni. Anzitutto non può negarsi che Macrì Francesco era stato già da 15 mesi licenziato dai genitori di Angela Traina e non poteva quindi considerarsi come fidanzato di lei, onde riprovevole appariva il suo comportamento sia verso i genitori della ragazza, sia nei riguardi di Macrì Giuseppe, il quale doveva considerarsi libero da qualunque preoccupazione nella sua aspirazione di fidanzarsi con Angela Traina. Le minacce inconsulte contro l’imputato non mancarono e si ripeterono fino alla sera precedente al delitto, quando Francesco lo sfidò a scendere in strada minacciandolo di rompergli le costole, come aveva fatto alla madre di lui. In secondo luogo non si può negare che Francesco Macrì colpì l’imputato con la scure, sia pure nei movimenti incomposti della colluttazione, ed inoltre non volle restituirgli la scure perché voleva portarla in paese come trofeo di vittoria. Tutte queste circostanze costituiscono il fatto ingiusto che ha determinato lo stato d’ira dell’imputato e lo ha spinto al delitto.

È tutto, non resta che determinare la pena da comminare a Giuseppe Macrì: in considerazione dei buoni precedenti penali e morali dell’imputato, della speciale natura del fatto, del motivo del conflitto, del grado di pericolosità dimostrato dal giudicabile, la Corte stima giusto partire dal minimo di anni 21 di reclusione e diminuire la misura di anni 3 per effetto dello stato d’ira, onde la pena da infliggere in definitiva si determina in anni 18 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Il 5 dicembre 1934 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Giuseppe Macrì.[1]

 

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.