PIÙ CHE A LEI TENEVA AL SUO DENARO

Manca poco alle otto di sera del 14 marzo 1927 quando il Maresciallo Sebastiano Grillo, comandante la stazione dei Carabinieri di Bisignano, ed i suoi uomini sono in caserma e sentono provenire dalla strada un clamore. Il Maresciallo apre la finestra del suo ufficio mentre qualcuno sta urlando che in via della Posta era avvenuta una quistione con spari di arma da fuoco.

Subito Grillo e l’Appuntato Rocco Murino accorrono sul posto ma trovano la strada deserta. Il bar di Rosario Iaquinta è ancora aperto ed i due militari vanno a chiedere a lui cosa è successo.

Verso le sette e mezza ero nel mio esercizio quando la mia quiete venne destata dalle detonazioni di tre revolverate sparate a poca distanza da qui. Accorso prontamente vidi Annunziato Maiuri che, stando vicino al serbatoio della benzina pronunziava senza paura parole offensive contro Eugenio Molino perché, un istante prima, gli aveva esploso le revolverate a bruciapelo senza colpirlo. Maiuri aveva in mano un bastone col quale forse aveva colpito l’avversario.

Accanto alla cantina c’è la casa di Francesco Chiodo, il Maresciallo lo chiama e chiede anche a lui se sa qualcosa e Chiodo conferma il racconto di Iaquinta.

A questo punto i Carabinieri si mettono sulle tracce dei due litiganti, ma di loro non c’è traccia ed a niente servono le ricerche portate avanti per tutta la notte.

Ma perché Molino ha sparato tre colpi a bruciapelo contro Maiuri? Al momento nessuno sa o dice niente. Il mattino successivo spuntano altri due testimoni, gli adolescenti Daniele Fasanella e Antonio Calabria, che concordemente dichiarano:

Eravamo seduti su un sedile della Piazza Posta e vedemmo avvicinarsi Annunziato Maiuri, che era in stato di eccessiva ubbriachezza. Dopo pochi minuti passava a caso Eugenio Molino. Appena venne avvistato, Maiuri, senza profferire parole, per vecchi rancori o per causa d’onore gli diede due colpi di bastone alla testa che gli produssero qualche contusione e poi un terzo che andò a vuoto e per questo Maiuri cadde e nello stesso momento vedemmo la fiamma del primo colpo di rivoltella sparato da Molino, poi un altro ed anche un terzo senza colpirlo, ma noi, prima che finisse di sparare, poiché i colpi venivano nella nostra direzione, scappammo fino a riparare oltre il palazzo municipale. Quando tutto parve quietato ritornammo per vedere cosa fosse accaduto a Maiuri, ma non c’era. Andammo anche alla farmacia credendo fosse stato colà trasportato, ma neanche c’era.

Perché non ci hanno pensato subito? Adesso il Maresciallo Grillo è in grado di capire il motivo di quanto accaduto, ma avrebbe dovuto essere chiaro sin dal primo momento, e lo verbalizza:

Il sarto Molino Eugenio contrasse tempo fa relazione illecita con la sorella di Maiuri, a nome Carmela, la quale, pur essendo sposata con marito in America, accettava volentieri la sua compagnia fino al punto di farsi sfruttare alcune migliaia di lire, che il povero marito aveva spedito dall’estero. Ciò è notorio in pubblico e ci risulta da accertamenti fatti. Cosicché il fratello della Maiuri, che la sera del 14 marzo si trovava ubbriaco, senza pensarci due volte colpì ripetutamente col bastone l’amante della sorella, ottenendo in ricompensa, nello stesso istante, tre revolverate andate a vuoto.

Mentre proseguono le ricerche per arrestare i due latitanti, in caserma arriva un certificato medico, a firma del dottor Giulio Vita, nel quale si dice che Eugenio Molino, a causa delle bastonate ricevute, guarirà in una decina di giorni.

Il 17 marzo l’avvocato Tommaso Corigliano, difensore di Annunziato Maiuri, consegna al Procuratore del re un circostanziato esposto sulle cause che hanno provocato l’aggressione a colpi di bastone del suo assistito ai danni di Molino:

Un sarto di Bisignano, tal Molino Eugenio, con sottile arte di subdolo inganno, ha guadagnato il favore di Maiuri Carmela, il di cui marito è da qualche anno emigrato in America. Col tempo si è chiarito che Molino, più che al godimento della donna, teneva a quello del danaro di lei, tanto da riuscire a strapparle tutti i risparmi a stento raggranellati. La povera donna, in un momento di esasperazione, è stata perciò tratta, tempo fa, ad esplodere dei colpi d’arma da fuoco contro Molino e la moglie, colpi che per fortuna non attinsero alcuno. Per tal fatto la Maiuri è stata giudicata per l’imputazione di mancate lesioni e condannata (nei limiti della pena sofferta) dal Tribunale nell’udienza del 14 marzo scorso. Pertanto, nel pomeriggio dello stesso giorno la Maiuri ritornava a Bisignano e ad incontrarla, tra gli altri parenti, era andato il fratello Annunziato. Senonché questi è stato fatto segno improvvisamente a ripetuti colpi di rivoltella, esplosi a breve distanza, da Molino Eugenio. Si deve alla presenza di spirito di Maiuri, buttatosi per terra fingendosi colpito, se l’aggressore ha potuto fallire il bersaglio e ha potuto sostare dalla violenza brutale e ingiustificata. Poi si è dato subito alla latitanza.

Il fatto commesso da Molino riveste senza alcun dubbio (sia per la intenzione che lo ha mosso, sia per le modalità colle quali è stato compiuto) tutti i caratteri dell’omicidio mancato.

Si prega, pertanto, la V.S.Ill.ma perché si degni emettere i provvedimenti di rigore che il grave caso suggerisce.

E quindi, a parte la fantasiosa ricostruzione del fatto, tutto avrebbe dovuto essere chiaro fin dal primo momento, ma intanto l’importante è che nessuno si sia fatto male.

Consegnato l’esposto dall’avvocato Corigliano, il quarantatreenne Annunziato Maiuri, accusato a piede libero di ubriachezza molesta, manifesta e ripugnante, si presenta sia per difendersi dall’accusa, sia per querelare Molino e dice:

Alquanto brillo mi recavo dal mio padrone Luigi Fasanella e avendo visto nel Viale Roma Daniele Fasanella, figlio del mio padrone, seduto su un sedile pubblico con Antonio Calabria, mi avvicinai a lui e mi fermai a parlargli. Mentre parlavamo, Eugenio Molino venne a fermarsi a lato del sedile di fronte a me; nel vederlo gli gridai “dopo tutto quella che hai fatto, pure vieni innanzi ai miei occhi?” e alzai il bastone per tirargli una bastonata. Lui si allontanò e mi sparò contro tre colpi di rivoltella. Io, nel traversare lo spazio ove eravamo fermi, caddi ma mi rialzai e lui, nel vedermi alzare, disse “non sei caduto ora? Ti farò cadere in seguito!”. Ora lo stesso va dicendo per Bisignano che è deciso ad ammazzarmi.

– Però un paio di bastonate gliele avete tirate e avete cominciato voi…

Io non avevo nessuna intenzione di assalirlo, ma fu lui che venne vicino a me. Io quella sera avevo il fucile in spalla e se volevo vendicarmi potevo servirmi del fucile

– Cosa ha originato la vostra inimicizia? – la domanda è chiaramente provocatoria, ma gli inquirenti vogliono sentire dalla sua voce della relazione illecita tra la sorella e Molino.

L’inimicizia fra di noi ha origine dalla relazione di Molino avuta con mia sorella e per il qual fatto vi è stato anche un processo, ma io non mi sono interessato del fatto.

Eugenio Molino è sempre latitante, ma il 4 aprile 1927 fa pervenire al Pretore di Acri, competente per territorio, una querela contro Annunziato Maiuri:

Nella sera del 14 marzo ultimo scorso il sottoscritto, verso le sette pomeridiane, si recava all’Ufficio Postale ove doveva aspettare alcuni suoi parenti e la propria moglie che rincasavano con la carrozza proveniente da Cosenza. Nel momento, però, di avvicinarsi al predetto luogo, Maiuri, allontanandosi dal posto ove si trovava e avvicinandosi con fare minaccioso con un nodoso bastone, si slanciò contro il querelante apostrofandolo con le seguenti parole: “figlio di puttana, ti ho preso e non fuggirai più!”. Il sottoscritto, impaurito, cercò di sfuggire all’aggressione. Ma l’altro lo rincorse e gli vibrò alcuni colpi di bastone alle spalle, alla mano ed alla testa, così che, ferito ed impaurito, non avendo alcuna via di scampo innanzi a sé, il querelante fu costretto a sparare in aria alcuni colpi della pistola (che asportava con regolare permesso e che aveva debitamente denunziata) allo scopo di impaurire l’avversario e sfuggire, così, alle sue violenze.

Il sottoscritto, infine, fa noto a V.S. che l’aggressione di quel giorno era stata preceduta da una serie di minacce e provocazioni subite dal sottoscritto ad opera oltre che della stesso Maiuri, anche dai fratelli Angelo Maria, Bernardo e da padre Gaetano, nonché dal cognato di Maiuri a nome Rosario Benedetto, che la sera precedente 13 marzo, mentre si trovava dinanzi la sua bottega in compagnia di Costantino Castagnaro, passò con aria spavalda e, mentre cercava di avvicinarsi, gli disse: “figlio di merda, che guardi?”, ma fu preso e trascinato via a viva forza dagli astanti.

Si permette fare noto a V.S. che mentre tale odio della famiglia Maiuri contro del sottoscritto era del tutto ingiustificato (per come sarà luminosamente provato in prosieguo, il querelante avea ben ragione di temere per la sua vita, dato che quasi tutti i sopradetti individui sono, per la loro temibilità e proclività alle violenze (le rispettive fedine penali ne fanno fede), persone pericolosissime e capaci di ogni crimine.

Il sottoscritto, infine, che si vede così ferocemente perseguitato dai Maiuri e da Benedetto, chiede alla S.V. quella protezione e quella difesa che la legge non può negare ai cittadini incensurati.

Nessun accenno alla relazione illecita che tutti conoscono e, di conseguenza, nessun accenno all’aggressione subita da parte di Carmela Maiuri.

Ma è vero che Maiuri quella sera aveva il fucile in spalla? Secondo i due soli testimoni oculari, gli adolescenti Daniele Fasanella e Antonio Calabria, Maiuri non aveva il fucile.

Altri testimoni raccontano di uno scambio di insulti tra Rosario Benedetto ed Eugenio Molino, ma non delle pretese minacce di cui ha scritto Molino nella querela.

Altri testimoni ancora confermano che Maiuri, dopo i tre colpi esplosi da Molino disse “Ah! Figlio di purcella, mi hai sparato?” e che Molino rispose “E se non sei caduto ora, cadrai un’altra volta!”. Quest’ultima frase potrebbe mettere nei guai Molino perché potrebbe rappresentare la prova della sua volontà omicida. Vedremo.

Finalmente, il 23 aprile, Eugenio Molino si costituisce nella Pretura di Acri e, interrogato, dice:

Sono venuto a conoscenza che i Carabinieri mi vanno cercando per eseguire un mandato di cattura contro di me e mi sono presentato spontaneamente e dire le mie discolpe. La famiglia di Carmela Maiuri, ritenendo infondatamente che io avessi avuto relazioni intima colla stessa, mi fece continuamente segno a gravi minacce e sebbene non avessi avuto mai relazioni colla Maiuri, pure me ne stavo guardingo. Infatti, Gaetano Maiuri, il padre di Carmela, trovandomi nel trappeto di Gaetano Gallo, mostrò ad alcuni individui un pugnale, dicendo “con questo dovrò uccidere Eugenio Molino”. Un altro giorno, e propriamente il 13 marzo scorso, il cognato della Maiuri, Rosario Benedetto, vistomi nei pressi della mia bottega, mi disse “figlio di merda, se capiterai fra le mie mani non la farai franca!” e, così dicendo, cercava di avvicinarsi a me ma Costantino Castagnaro e Giuseppe Dionisalvi, che si trovavano lì presenti, lo allontanarono. Il giorno dopo, 14 marzo, mentre mi trovavo nelle vicinanze dell’Ufficio Postale di Bisignano in attesa di mio suocero, mio padre e mia moglie, fui chiamato da Nunziato Maiuri che mi disse “figlio di puttana, adesso non la farai più franca!”. In così dire mi colpì con un bastone e poiché Maiuri, che è assai pericoloso, continuava ad inveire contro di me, vistomi solo, per difendermi fui costretto ad esplodere in aria dei colpi di rivoltella affinché Maiuri si allontanasse ed io non corressi altro pericolo. Non ebbi, perciò, intenzione alcuna di uccidere Maiuri. Ripeto, mi limitai ad esplodere quei colpi in aria. Quindi sono innocente di quanto mi si attribuisce.

Da tutto quanto è emerso, per la Procura appare dubbio che Molino avesse agito con proposito omicida, onde è opportuno ritenerlo responsabile della minore imputazione di mancate lesioni con arma. Per Annunziato Maiuri l’accusa resta quella di ubriachezza molesta, manifesta e ripugnante e in più di lesioni personali volontarie e ingiurie verbali pubbliche in presenza dell’offeso.

Il Giudice Istruttore, il 16 maggio 1927 accoglie la richiesta della Procura e rinvia al giudizio del Tribunale Penale di Cosenza entrambi gli imputati.

La causa si discute il 13 giugno successivo e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, condanna Eugenio Molino, col beneficio della grave provocazione, a mesi 2 di detenzione. Condanna Annunziato Maiuri, col beneficio del vizio parziale di mente per ubriachezza, a lire 100 di multa.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.