INSIGNIFICANTI LITIGI FRA CONIUGI

Ugolina Armocida, trentunenne da Riace, è sposata da undici anni con il trentaseienne Francesco Tornese. Hanno tre figli: il maggiore ha 10 anni, il secondo 4 e la terza appena 4 mesi. Abitano in una casetta composta da una stanza a pian terreno; al piano superiore, a cui si accede da una scala interna, c’è un’altra stanza nella quale abita Caterina Dattoli, la madre di Ugolina.

Dicevamo che Ugolina e Francesco sono sposati da undici anni e da undici anni Ugolina viene maltrattata e regolarmente bastonata e presa a pugni e schiaffi dal marito. Il motivo? Nessuno lo sa, ma certamente non per gelosia: tutti sanno che Ugolina non sarebbe capace di tradire il marito e nemmeno di dare adito a sospetti del genere. Qualcuno dice che è la presenza della suocera ad irritare Francesco, uomo violento, pregiudicato e dedito ai furti. E non è da escludere che sia proprio la sua cattiva indole la causa di tutto.

Una delle tante scenate avviene la sera del 26 settembre 1936, quando Francesco, per un futile pretesto, tira addosso ad Ugolina, che è già a letto, una scarpa. Lei, per evitare peggiori conseguenze conoscendo il marito, si alza in tutta fretta, si butta addosso, nuda com’è, una coperta ed esce sulla strada per trovare rifugio in casa di una vicina. Anche la madre è costretta a precipitarsi in strada per non essere colpita e urla chiedendo aiuto. Accorrono due vicini che trovano Ugolina, tutta tremante, vicino alla porta di casa senza avere il coraggio di entrare perché il marito la sta aspettando con una sedia in mano, nell’atto di colpirla. I due vicini convincono Francesco, alquanto brillo, ad uscire per farlo calmare, ma poco dopo incontrano i Carabinieri che qualcuno, forse la suocera, è corso ad avvisare e lo portano in caserma, tenendolo in camera di sicurezza tutta la notte.

Anche Ugolina va in caserma, convocata dal comandante, ma non denuncia il marito, anzi, contrariamente al vero, afferma che Francesco non l’ha maltrattata e che i dissidi in famiglia debbano attribuirsi ai soliti insignificanti litigi fra coniugi.

Quando Francesco viene rilasciato e torna a casa non si è affatto calmato perché crede che sia stata Ugolina a far chiamare i Carabinieri e la picchia di nuovo. Non si calma nemmeno il giorno dopo e quando rientra a casa, verso le otto di sera, riattacca briga e questa volta si spinge un po’ oltre il solito e le dice:

A mezzanotte, quando non puoi scappare, ti ammazzo!

Perché dovrei meritare simile sorte? – gli chiede con buone maniere, senza ottenere risposta.

I bambini sono già coricati. Francesco poggia una scure accanto al capezzale del letto, si sveste, posa gli indumenti su una sedia, si stende e dice al figlio maggiore:

Prendi il portafoglio dalla cassa e mettilo nella tasca della giacca –. Che si stia preparando per la fuga dopo avere ammazzato la moglie?

Il bambino esegue il compito e si rimette a letto. La bimba di quattro mesi si sveglia e Ugolina la prende in braccio porgendole il seno. Quando finisce di allattare adagia la bambina nella culla e si avvicina al marito, ancora sveglio come il figlio grande, e gli dice:

Ti scongiuro di mostrarti buono con me… – ma non finisce la frase perché Francesco l’afferra per i capelli, tirandoglieli fin quasi a strapparglieli. Ugolina riesce a liberarsi e scappa di casa per rifugiarsi presso la solita vicina, che non è in casa e quindi temporeggia un po’ prima di decidere di rientrare.

Nella stanza è ancora acceso il lume ad olio. Francesco dorme. Dormono anche i due figli più piccoli, mentre il grande è ancora sveglio. Ugolina guarda la scure poggiata accanto al letto e decide in un attimo: l’afferra con tutte e due le mani e comincia a tempestare il marito di colpi alla testa uccidendolo all’istante, mentre il figlio assiste alla scena atterrito ed incapace di urlare. Poi sale nella stanza della madre per avvisarla di ciò che ha fatto, quindi scende, prende i figli e va dalla cognata per affidarglieli e le dice:

L’ho ammazzato perché lui voleva ammazzare me!

Bacia i bambini e va a costituirsi.

Quando arrivano, i Carabinieri si trovano davanti ad una scena terribile: il cadavere di Francesco Tornese giace supino sul letto matrimoniale con gli arti inferiori distesi ed i piedi accavallati; la testa sul guanciale leggermente inclinata a sinistra. Presenta quattro profondi tagli prodotti da colpi di scure; sul guanciale è sparsa la materia cerebrale; sul letto e per terra sangue in coagulazione. Tutto il resto della stanza è in perfetto ordine.

– Ma che vi è saltato in mente? – le chiede il Brigadiere che comanda la stazione di Riace.

Sapete le sofferenze della mia vita matrimoniale, i continui maltrattamenti di mio marito… l’ho ucciso perché lui mi aveva detto che avrebbe ucciso me e ho voluto prevenirne l’azione. Ieri sera mio marito mi aveva, come al solito, ingiuriata e mi ha minacciata dicendomi che le ore della mia vita erano contate perché verso mezzanotte mi avrebbe uccisa. Qualche ora prima aveva affilato una scure e l’aveva deposta al capezzale del letto e quando si spogliò e si coricò io mi avvicinai a lui pregandolo di dirmi il motivo pel quale continuava a maltrattarmi e minacciarmi. Invece di rispondermi mi afferrò per i capelli rimproverandomi di averlo denunciato pei maltrattamenti. Svincolatami, uscii, ma tornai subito dopo e nuovamente lo supplicai di essere buono con me, rassicurandolo di non averlo mai denunciato. Noncurante delle mie preghiere mi afferrò nuovamente pei capelli con la mano destra, mentre con la sinistra afferrò la scure e l’alzava contro di me. Io, in questo momento, riuscii a togliergli la scure e lo colpii varie volte alla testa.

Teoricamente potrebbe essere andata così, ma ci sono un paio di particolari che non quadrano: in pratica Ugolina ha descritto una scena nella quale ci fu una colluttazione, ma questo è da escludere perché nella stanza, e soprattutto accanto al letto, tutto è in ordine. E poi, soprattutto, è la posizione del cadavere a dire che non ci fu alcuna colluttazione: supino con le gambe distese ed i piedi incrociati. La posizione di chi dorme.

Otto lunghe e profonde ferite mortali sulla testa, prodotte tutte da scure, e precisamente alla regione laterale destra del collo, alla guancia destra, all’angolo esterno dell’occhio destro, alla bozza frontale sinistra, alla radice del naso, al parietale sinistro, all’estremità esterna del sopracciglio ed al temporale sinistro con fuoriuscita della sostanza cerebrale.

I Carabinieri decidono di interrogare il figlio maggiore della coppia, un bambino di 10 anni che ha visto con i propri occhi l’orrore di quella morte così terribile. E il bambino, ancora sotto shock, racconta che la mamma ha ucciso il padre mentre dormiva. Poi, davanti al Magistrato, cambia versione e dice che i fatti si svolsero come ha raccontato la mamma, ma questa nuova narrazione non viene presa in considerazione perché l’affetto materno ed i consigli dei familiari hanno avuto preponderante influenza sull’animo suo ancora atterrito dalla tragica visione della uccisione del padre.

I testimoni ascoltati non possono, ovviamente, dire nulla su quanto avvenuto nella notte fatale, però dal complesso delle deposizioni esce un quadro chiarissimo dell’inferno in cui Ugolina è stata costretta a vivere: il Tornese, conosciuto come un pessimo arnese soleva percuotere la moglie e seviziarla, nonostante la donna non avesse dato causa ai maltrattamenti perché onestissima e di buona condotta. D’altra parte anche i Carabinieri sanno chi era Francesco Tornese e lo mettono per iscritto nei loro verbali: persona violenta, pregiudicata e temuta dalla popolazione.

La sorte di Ugolina, accusata di uxoricidio, verrà decisa dalla Corte d’Assise di Locri nell’udienza dell’11 maggio 1937.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che non può esservi dubbio che l’imputata si l’autrice del fatto delittuoso e debba penalmente rispondere dell’uccisione del marito, prodotta dai ripetuti colpi di grosso fendente inferti sulla testa. Poi passa ad esaminare la richiesta della difesa tendente ad ottenere la non punibilità per avere agito in stato di legittima difesa: può applicarsi a favore di costei la legittima difesa? A tale quesito deve rispondersi negativamente perché, nella specie, non si riscontrano gli elementi obiettivi ed i presupposti richiesti dalla legge per tale discriminante, anche quando possa prestarsi fede alla versione data dalla imputata in ordine all’episodio finale svoltosi dopo che essa rientrò in casa, donde poco prima era uscita. Alla tragica scena assistette soltanto il figlioletto maggiore e, interrogato in proposito dai Carabinieri appena dopo l’avvenimento, ha fatto il seguente racconto: la madre era all’impiedi mentre il padre era a letto; entrambi si bisticciarono afferrandosi per i capelli; la madre, appena il padre l’ebbe a lasciare, si sedette per allattare la sorellina di appena quattro mesi; nel frattempo il padre si era “appisolato” voltando la schiena verso la madre e poscia, girandosi, si mise supino; in questo momento la madre, poggiata la bambina sul letto, con una grossa scure vibrò diversi colpi sulla testa del padre che non emise alcun grido, ma solo un rantolo quasi impercettibile. Secondo questa prima versione, che la Corte ritiene più attendibile perché narrata dall’unico testimone immediatamente dopo il fatto, l’uccisione di Francesco Tornese si verificò nel sonno, allorquando, dopo avere quistionato, l’imputata era libera nei suoi movimenti e, di sorpresa, vibrò i tremendi colpi contro il marito già assopito. In questa condizione di cose è chiaro che non vi era l’imminenza di un qualsiasi pericolo per l’imputata e non vi era necessità alcuna di difesa. Bastava, se pure fosse vero che la scure si trovava vicino al capezzale, che l’avesse tolta e comunque che vegliasse o si allontanasse di casa, come tante altre volte aveva fatto, per scongiurare persino l’eventualità di un pericolo lontano. La discriminante della legittima difesa, quindi, rimane estranea alla fattispecie.

E se il bambino, sotto shock per quanto aveva visto, si fosse sbagliato e fosse vera la versione data da Ugolina e poi confermata dal figlio? Secondo la Corte alla stessa conclusione si arriva anche ammettendo, in linea di ipotesi, la versione risultante dall’interrogatorio dell’imputata e dalla testimonianza resa dal figlio all’autorità inquirente ed oggi confermata in dibattimento, secondo cui il marito l’avrebbe presa pei capelli con la mando destra, mentre con la sinistra, afferrata la scure, l’avrebbe inalberata contro di lei e fu in questo momento che l’imputata riuscì ad impossessarsi della scure togliendola dalle mani del marito, che si trovava leggermente sulla sua destra, e con la stessa lo colpì ripetutamente alla tempia sinistra e poi sul lato destro. Orbene, se anche tutto ciò fosse del tutto esatto, la tesi della legittima difesa non sarebbe nemmeno accettabile perché resta sempre ferma la circostanza, confessata dall’imputata, che essa colpì con la scure quando già aveva disarmato il marito e questi non era più in condizione di nuocere. In conseguenza non può dirsi che l’imputata, anche secondo la versione riferita nel suo interrogatorio, sia stata costretta ad uccidere per la necessità della difesa, giacché mancava l’attualità di un pericolo imminente per la sua integrità personale ed avrebbe potuto benissimo evitare la strage del marito. Ma la versione dell’imputata non è attendibile perché contrasta con le risultanze dell’ispezione di località che escludono che vi sia stata fra i coniugi, nel momento finale, qualsiasi colluttazione, di cui non è stata trovata traccia alcuna. Il cadavere fu trovato supino sul letto con gli arti inferiori distesi e i piedi accavallati, nella posizione di tranquillità che indica come Tornese sia passato dal breve sonno al sonno eterno della morte, quindi è vera la prima versione narrata dal figlio e cioè che l’imputata colpì il marito quando questo era assopito.

Potrebbe, però, darsi che si tratti di un caso di legittima difesa putativa, il caso in cui, cioè, a fronte di una situazione di pericolo che non esiste obiettivamente, è supposta tale dall’agente a causa di un erroneo apprezzamento dei fatti. Di fronte a questa possibilità, la Corte argomenta: orbene, nella specie, l’imputata non poteva ragionevolmente supporre, nemmeno per errore di valutazione, di trovarsi di fronte ad un imminente pericolo per la sua integrità personale una volta che si era impossessata della scure, togliendola dalle mani del marito, come ella dice, e nessun’altra circostanza poteva indurla a ritenere che in quel momento il marito, che era a letto, avesse potuto mettere in atto le sue minacce di morte. L’errore di valutazione non era possibile in questa ipotesi e nemmeno nell’altra ipotesi che l’imputata (come ritiene la Corte) abbia colpito il marito nel sonno. Non si invochi, dunque, la difesa legittima putativa, nemmeno sotto il riflesso che l’imputata, temendo che quella notte (o prima o poi) il marito l’avrebbe uccisa con la grossa scure appesa al capezzale, abbia voluto prevenirne l’azione e l’abbia ucciso, giacché non il timore di un pericolo futuro per la propria incolumità, che può benissimo evitarsi, ma il timore di un pericolo attuale, vero o supposto ragionevolmente, discrimini l’azione delittuosa. In tutti i casi l’imputata avrebbe potuto prevenire le minacce del marito con ogni altro mezzo; ormai, dopo averlo disarmato, avrebbe potuto convincerlo che ella non l’aveva denunciato ai Carabinieri; avrebbe potuto chiamare la madre che era al piano superiore; avrebbe potuto ricorrere ai vicini, ai parenti come le altre volte aveva fatto per essere ricoverata in quella notte; avrebbe potuto attendere il mattino successivo e diradare ogni malinteso col marito. Invece fu inesorabile e volle ricorrere agli estremi compiendo una inutile strage senza nemmeno una impellente necessità. Non legittima difesa, reale o putativa, ma nemmeno eccesso colposo perché l’imputata agì con dolo, quindi l’imputata deve essere dichiarata responsabile di uxoricidio.

Dopo l’inflessibile stroncatura di ogni ipotesi di legittima difesa (evidentemente nessuno, compresa Ugolina, è stato in grado di spiegare bene l’inferno in cui è vissuta per 11 anni e che forse la scure posata accanto al letto, il tono della voce, l’espressione del viso, i gesti del marito mentre le prometteva di ucciderla quella notte furono così convincenti che sentì davvero le sue ore contate, proprio come le aveva promesso), la Corte ammette che la prova dei maltrattamenti da lei sempre lamentati è addirittura esuberante ed univoca: la voce unanime dei testimoni (Podestà, Segretario Politico, Parroco, Guardia Municipale, Brigadiere dei Carabinieri) i quali affermano che Ugolina Armocida sopportava i maltrattamenti con rassegnazione ed aveva paura di denunziare il marito per timore di peggiori conseguenze. Nemmeno il giorno precedente al tragico avvenimento, quando fu interpellata in proposito dai Carabinieri, volle denunziare il marito per maltrattamenti e lo giustificò dicendo che aveva avuto con lui un semplice ed insignificante diverbio, ma il Brigadiere non rimase convinto di tale spiegazione perché non corrispondeva alla realtà. I vicini ed i familiari dell’imputata conoscevano le sue pietose condizioni e nessuno prendeva l’iniziativa di richiamare il marito al dovere perché, conoscendolo per un pessimo arnese preferivano non immischiarsi nelle sue faccende. Un teste ha riferito che Tornese maltrattava finanche il figlio maggiore. Insomma, è evidente l’indole malvagia di costui che se non aveva pietà pel figliuoletto, non poteva avere pietà per la moglie, sul cui corpo è stata rilevata dal perito una cicatrice da lesione contusa riportata due mesi prima del fatto e varie sono le testimonianze di coloro ai quali l’imputata, lamentandosi dei maltrattamenti subiti, mostrava le lividure ed i segni delle percosse. La prova dei maltrattamenti è ben chiara ed era naturale che a ciò seguisse la giusta reazione dell’imputata e l’ultima sera, quando la misura era ormai colma, quando il marito la minacciò anche di morte dicendo che la sua ora era vicina, nella rievocazione delle sofferenze subite si riaccese il suo sdegno e quindi la sua ira, per tanto tempo compressa e contenuta, tragicamente e selvaggiamente scoppiò con tutta la furia di cui è capace una donna ferita crudelmente nel corpo e nello spirito, offesa continuamente e vigliaccamente nella sua dignità di moglie e di madre. Questo ragionamento serve alla Corte per giustificare la concessione dell’attenuante di avere agito in stato d’ira per fatto ingiusto della vittima.

È tutto. Si può passare a determinare la pena che la Corte ritiene equa: una pena che sia superiore al minimo e cioè anni 27 di reclusione i quali, in virtù dell’attenuante concessa, possono essere nella misura massima di un terzo, cioè ad anni 18 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Poi c’è da applicare il R.D. di indulto e la Corte dichiara condonati anni 4 della pena, che scende ad anni 14 di reclusione.

La Corte d’Appello di Catanzaro, il 4 maggio 1951, dichiara condonati anni 1 della pena.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.