È la mattina del 19 aprile 1899 quando un usciere del comune di Sangineto consegna al Pretore di Belvedere Marittimo una lettera inviatagli dal Sindaco:
Siccome ieri si è resa defunta in questo comune Martucci Arcangela, di anni 55 circa, e siccome mi è stato riferito che la medesima prima del decesso era stata battuta dal proprio marito, così ho disposto un’accurata visita necroscopica per assodare i fatti. Dal relativo rapporto medico non emergono fatti salienti, in ogni modo lo trasmetto originalmente all’autorità di V.a S.a Ill.ma perché si compiaccia esaminarlo e quindi dirmi se posso permettere il seppellimento del cadavere della deceduta Martucci.
Le note salienti della visita necroscopica ci dicono che sulla parte destra della fronte è presente un’ecchimosi larga quasi quanto mezzo scudo e niente altro di interessante. Poi il medico aggiunge: da medico curante della Martucci, mi corre l’obbligo di dare alla S.V. alcuni ragguagli. Il 15 corrente fui adibito a visitarla e diagnosticai ch’era affetta da broncopolmonite catarrale diffusa e da cronica insufficienza cardiaca. Da questi fatti giudico che la Martucci, meno forse per la gravità del morbo restato incurato, è trapassata quasi inaspettatamente per sincope cardiaca.
Beh, dovrebbe essere sufficiente al Pretore per accordare il permesso di seppellire il cadavere della povera Arcangela, ma ha dei dubbi sulla relazione, così incarica il Brigadiere Luigi De Cerba, comandante la stazione dei Carabinieri di Belvedere Marittimo, di recarsi sul luogo ad indagare se la morte sia avvenuta naturalmente o per violenza sofferta, sul modo come era trattata in famiglia e specie dal marito e conclude: ove la morte sarà risultata naturale, potrà disporre il seppellimento del cadavere, contrariamente lo farà custodire fino a nuova disposizione.
I risultati delle indagini non si fanno attendere:
abbiamo appreso dalle deposizioni testimoniali e dalla voce pubblica che la morte della Martucci avvenne a causa dei continui maltrattamenti che riceveva dal suo marito Bonanata Giuseppe, d’anni 58, e più specialmente per le percosse ricevute da questi l’11 aprile. Non riscontrando sul cadavere violenze di sorta, ne abbiamo dato immediatamente avviso perché la S.V. avesse disposto per l’autopsia del cadavere.
Per essere più chiari, ecco le deposizioni raccolte dal Brigadiere De Cerba, compresa Teresa Losardo, la madre di Arcangela, che racconta:
– Spesso, mia figlia, per lievi motivi, veniva bastonata dal marito quantunque essa fosse d’indole mite e prudente. Nel giorno 9 di questo mese mi trovavo in loro casa, quando si attaccò un diverbio pel fatto che i figli, a Vibonati dove si erano recati per ragioni di lavoro, lo avevano rimproverato di aver lasciato la madre in paese con pochi fichi. In quell’occasione il marito le assestò tre schiaffi. Io cercai di calmarlo, ma egli mi scacciò da casa, dove ritornai l’indomani e trovai mia figlia a letto che accusava dolori alla testa ed allo stomaco. Da quel giorno non si alzò più dal letto e intesi dire che il marito se la mise sotto le ginocchia e la percosse. Avevano consigliato a mio genero di far confessare mia figlia, ma egli rispose che non era il caso. Martedì 18 fui chiamata dalla nuora di mia figlia, che mi partecipò la morte…
– Verso mezzogiorno del 17 aprile, trovandomi in compagnia con altre femmine ed avendo intavolato il discorso fra noi sui maltrattamenti sofferti da Arcangela Martucci, intesi Maria De Giovanni che chiamava il figlio di Arcangela, dicendogli “va’ a vedere che tua madre è tutta nera perché tuo padre l’ha bastonata” ed il figlio non si è mosso a tale notizia. Intesi anche dire da Maria Olivieri che Bonanata, nel percuotere la moglie, le aveva posto un ginocchio sullo stomaco… credo, come tutti gli altri, che la morte di Arcangela sia avvenuta in seguito ai maltrattamenti subiti – dice Maria Furlano.
– Verso le sette del 18 aprile, in casa di Arcangela, che era appena morta, sentii dire dai presenti che era morta in seguito alle bastonate ricevute giorni prima dal marito. La voce pubblica, in generale, dice che la morte è avvenuta in seguito ai maltrattamenti che il marito era solito farle – depone Saveria Meraglia.
– Il 15 aprile incontrai mia cugina Arcangela Martucci e notai sul suo viso una contusione. Le domandai se era caduta e mi rispose “no, ho avuto uno schiaffo da mio marito”. Per detto della voce pubblica, mia cugina è morta in seguito ai maltrattamenti continui del marito. Io, però, non mi sono mai trovata presente quando il marito la malmenava – riferisce Maria Losardo.
– Verso mezzogiorno del 10 aprile, mentre stavo discorrendo con altre femmine, ho visto la madre di Arcangela Martucci che piangeva. Domandatole il motivo rispose che piangeva perché suo genero aveva menato a sua figlia. Io, allora, chiamai Santo, il figlio di Arcangela, dicendogli che andasse a casa perché suo padre aveva menato alla madre, ma lui non diede ascolto alle mie parole. Nel mentre, giunse in nostra compagnia la figliastra di Arcangela la quale, nel sentire che si discorreva dei maltrattamenti sofferti dalla matrigna, disse “non solo ora le ha dato schiaffi, prima l’ha anche gettata per terra e le ha messo un piede sullo stomaco. Due giorni prima della sua morte, mi sono recata al capezzale di Arcangela, che teneva la testa coperta da un fazzoletto allo scopo di non far vedere le contusioni che teneva alla faccia. Non potei interrogarla al riguardo perché si trovava sempre presente il marito – dice Maria De Giovanni, che continua –. Ho saputo da Maria Olivieri che Arcangela desiderava un prete, ma il marito non volle. Siccome io sono vicina di casa della povera defunta, so benissimo che il marito è di un carattere brutale e, malgrado i dispiaceri che le dava, Arcangela non confidava nulla perché temeva la malvagità del marito.
Tutte parlano di percosse, anche se, a parere del medico che ha ispezionato il cadavere, non ci sono particolari evidenze che le dimostrino. A maggior ragione non si può prestare fede alla “voce pubblica” e quindi non resta che disporre l’autopsia e attenderne l’esito.
E cosa dice il referto autoptico sulle cause della morte? Vediamo:
Causa della morte della donna qui presente è stata l’insufficienza del cuore con l’infiammazione polmonare cornica, riacutizzata, questa, dalle lesioni riscontrate sulla parte destra delle costole, lesioni prodotte da arma contundente, come quelle notate sulla fronte e sulla guancia. Dette lesioni, a mio giudizio, datano da circa otto giorni prima della morte. Dette lesioni, senza la concausa, potevano guarire entro dieci giorni.
Quindi le percosse ci sono state e Giuseppe Bonanata viene arrestato con l’accusa di avere, con atti diretti a commettere lesioni personali, causato, dal 10 al 18 aprile 1899, la morte della propria moglie, avvenuta col concorso di condizioni preesistenti ignote al colpevole.
Interrogato, Giuseppe nega tutto e si difende:
– È vero che avete picchiato vostra moglie alla presenza di vostra suocera, che poi avete cacciato via?
– Non ho mai avuto questioni con mia moglie, né l’ho mai bastonata, tantomeno domenica 9 aprile in presenza di mia suocera e non è vero che poi avessi fatto uscire di casa detta mia suocera.
– Lei sostiene che era a casa vostra…
– Non ricordo se mia suocera fosse stata in casa mia. Mia moglie era a letto perché soffriva di asma…
– E non avete notato lividure sulla fronte e sulla guancia di vostra moglie?
– No.
– Alcuni testimoni hanno riferito che mentre maltrattavate vostra moglie le metteste un piede o un ginocchio sullo stomaco, è così?
– Non è vero che io le avessi messo un piede sul petto!
– Perché non avete voluto farla confessare dal prete?
– Non è vero che non volli, fu essa che non volle confessarsi. È vero, invece, che feci entrare Teresa Martucci, Giuseppa Postorivo, Luigi Palermo e Rosaria Marcuzzo per far loro sentire che mia moglie diceva che io non l’avevo toccata. Ciò feci perché Maria De Giovanni disse, in presenza di molte altre persone, che io avevo bastonato mia moglie.
– Quando il medico venne a casa vostra e visitò vostra moglie, le ordinò delle medicine?
– Sì, io stesso sono andato a Bonifati a disbrigare la ricetta ed il farmacista Giuseppe Mari fu quello che mi dette le medicine, facendomi pagare prontamente sedici soldi.
– E la ricetta dov’è?
– Se la tenne il farmacista.
– Ma se avevate pagato, perché il farmacista si tenne la ricetta?
– Non ci badai. Però, dopo arrestato, a mezzo del custode delle carceri, mandai mio figlio a richiedere al farmacista quella ricetta ed egli rispose di averla lacerata.
– Che medicine erano ve lo ricordate?
– Le medicine che presi consistevano in una “mosca di Milano” per mio figlio, una purga in cartina, una bottiglia con liquido bianco che dovevo dare a cucchiaio ogni tre ore ed una carta senapata, notoriamente da noi chiamata “impiastro di cataprasmo”.
– Le medicine le avete somministrate voi a vostra moglie?
– Sì.
– Sicuro?
– Veramente, ricordando meglio, Maria Casella venne spesso in mia casa, ma non so se avesse somministrato medicine a mia moglie. Maria Losardo, però, non può negare di avergliele somministrate.
Maria Losardo, però, nega recisamente di aver somministrato medicinali ad Arcangela e continua ad accusare Bonanata.
Gli inquirenti non ritengono sufficienti gli elementi raccolti a carico di Bonanata e chiedono una proroga delle indagini, ottenendo altri 40 giorni. È il 28 aprile 1899.
In questo periodo di proroga, le circostanze principali che si intendono chiarire sono l’entità e la natura delle lesioni riscontrate sulla parte destra delle costole, che i periti ritengono prodotte da arma contundente. Bisogna, quindi riesumare il cadavere.
Completato il nuovo esame, il dottor Francesco Barbieri relaziona:
L’ecchimosi dorsale sul cadavere di Arcangela Martucci ha potuto benissimo essere prodotta da pressione violenta del piede, posto che il piede fosse calzato da scarpa e che la donna, avuto riguardo alla forma della lesione, si trovasse sia a terra coricata sul fianco sinistro, sia ritta in piedi; nel primo caso la pressione ha dovuto essere fatta con forza dall’alto in basso, nel secondo orizzontalmente con slancio, sempre con la pianta del piede. La forma della lesione, quasi rettangolare, che si estende dalla terza alla sesta costola inclusa ed in direzione quasi verticale, non ci autorizza a dare altra versione. Le lesioni violente descritte non potevano per sé stesse produrre la morte. Esse non han fatto che abbreviarla per riacutizzazione del processo cronico polmonare o, in altre parole, per infiammazione acuta del polmone sopravvenuta in seguito al trauma, senza il quale sarebbe avvenuta in un tempo più o meno lontano sia per intossicazione di acido carbonico, sia per la broncopolmonite cronica, sia per insufficienza cardiaca.
Non basta ancora e viene ordinata una nuova perizia, affidata al dottor Oreste Spinelli:
Giudico che non soltanto un piede calzato di scarpa, ma anche un calcio a piede nudo può produrre l’ecchimosi rilevata sul cadavere di Arcangela Martucci nella regione dorsale, perché a produrre stravaso sanguigno non è necessario corpo duro, ma una semplice violenza sulla regione offesa, specie sul torace che è elastico e quindi più facile una rottura vasale prima che si giungesse alla rottura delle costole per il trauma patito. Per la medesima ragione, ben giudicò il perito settore che anche un pugno o parecchi, potevano produrre l’ecchimosi rilevata.
Insomma, o un calcio o un pugno, la sostanza è che Arcangela è stata picchiata.
A questo punto la Procura ritiene di avere raccolto prove sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio di Bonanata con l’accusa di omicidio preterintenzionale ed il 28 settembre 1899 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta, assegnando la discussione della causa alla Corte d’Assise di Cosenza, che il 17 novembre successivo lo dichiara colpevole, modificata la rubrica, di omicidio per imprudenza e lo condanna ad anni 3 e mesi 4 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.
Non avendo prodotto ricorso, la pena è definitiva.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.