ALLA SPIAGGIA DI CATONA

È il 26 ottobre 1925 e alcuni carrettieri sono sulla spiaggia di Catona, nei pressi di Reggio Calabria, in attesa di caricare i loro carretti con la merce arrivata da Messina su un barcone e provvedere alla consegna. Tra questi ci sono anche il ventenne Vincenzo Agosto, il sedicenne Giuseppe Vitetta ed il diciannovenne Carmelo Pensabene, che è il primo a caricare della merce da consegnare a Rosalì, ma il carretto è troppo carico e gli resta fuori un po’ di roba.

– La roba che ti è rimasta fuori la carico sul mio carretto e te la porto io – gli dice Giuseppe Vitetta, ma non si è accorto che Vincenzo Agosto l’ha già caricata sul suo carretto e ridacchia alle sue spalle. Quando Giuseppe si gira e non vede la merce da caricare, rivolto ad Agosto dice – Hai tu caricato quel quintale di roba lasciato da Pensabene?

Sì, l’ho caricato io – poi scende dal carretto e intima a Vitetta – scendi dal carretto!

Giuseppe scende dal carretto e i due vengono alle mani, ma per l’intervento di diverse persone presenti vengono divisi, tutto torna tranquillo e i tre carrettieri fino a Salici fanno la strada insieme in silenzio. Giuseppe Vitetta si ferma per consegnare la merce, mentre Agosto e Pensabene proseguono per Rosalì.

Il giorno dopo, 27 ottobre, i tre sono di nuovo sulla spiaggia, ognuno per i fatti propri. Poi, ad un certo punto, Vincenzo dice a Giuseppe:

Vieni qua che ti devo parlare.

Giuseppe gli si avvicina e i due cominciano a camminare verso un vallone lì vicino, discutendo animatamente. Pensabene e un paio di carrettieri, memori della lite del giorno prima, temono che i due possano di nuovo azzuffarsi e li seguono, riuscendo a raggiungerli. A questo punto Vincenzo e Giuseppe smettono di discutere. Pensabene prende per un braccio Vincenzo, mentre gli altri due mettono in mezzo Giuseppe e quindi li costringono a tornare indietro, ma Agosto non ne vuole sapere, continuando a sfidare Vitetta a seguirlo nel vallone e ottiene ciò che vuole perché Giuseppe, per non sembrare vile, si divincola, lo segue e i due spariscono alla vista degli altri carrettieri, che ritornano sulla spiaggia.

Non passano che pochi minuti e Pensabene e gli altri due vedono andare verso di loro, barcollando e tenendosi una mano sul petto, Vincenzo Agosto, mentre Giuseppe Vitetta sembra essere sparito.

Vincenzo è ferito e i tre carrettieri lo portano subito dal dottor Spinella che, constatata la gravità della ferita al petto, ne ordina l’immediato trasporto all’ospedale di Reggio Calabria, dove i medici, vista la ferita da arma da punta e taglio al settimo spazio intercostale di sinistra, giudicano necessario un intervento chirurgico di laparatomia esplorativa per accertare se sia stato leso qualche organo interno.

Ma prima Vincenzo Agosto deve rispondere a qualche domanda dei Carabinieri, arrivati immediatamente sul posto e dichiara:

Venni alle mani con Vitetta ed ero quasi riuscito a sopraffarlo, allorché costui estrasse di tasca un coltello vibrandomi due colpi, uno dei quali riuscii a guardarmi col braccio sinistro e ne rimasi pure ferito, mentre l’altro mi penetrò nel fianco

L’intervento esplorativo dà esito negativo e ci sono buone possibilità che Vincenzo se la cavi, anche se per i medici resta il pericolo di vita.

Quando si risveglia dall’anestesia ed è in condizioni di parlare, viene interrogato dal Giudice Istruttore e cambia versione:

Io e Giuseppe Vitetta lavoravamo a Catona pel trasporto di cereali che una barca portava da Messina e che noi dovevamo trasportare coi carretti a Rosalì. La sera del 26 ottobre Vitetta mi ingiuriò chiamandomi “muss’i pecura” ed io mi risentii e gli dissi che se scendeva dal carretto l’avrei preso a botte. Continuammo a procedere coi carretti, ma io me ne andai da solo a Rosalì. Giunti avanti la sua casa egli si fermò e ciò mi fece pensare che egli abbia voluto armarsi. Non ci incontrammo più quella sera, però il giorno dopo, alla spiaggia di Catona, mentre attendevamo il ritorno della barca, riparlammo bonariamente del lieve diverbio avuto la sera precedente ed egli rimase pienamente persuaso della mia osservazione che non mi doveva ingiuriare, dato che io mai avevo fatto altrettanto verso di lui. Ridiventammo così buoni amici, ma mentre io, completamente tranquillo, in un dato momento tenevo le spalle rivolte verso di lui, mi sono inteso tenere da dietro. Mi voltai esterrefatto ed egli, con un lungo coltello a manico fisso, mi inferse due colpi, uno dei quali riuscii a guardarmi col braccio – dice mostrando il braccio ferito -, mentre l’altro mi penetrò nel fianco. Non contento di ciò estrasse una rivoltella ed allora io, pensando che non vi era altro scampo, saltai da un muricciuolo vicino e solo allora mi lasciò.

– C’era qualcuno presente al fatto?

Nessuno era presente, ma accorsero subito Domenico Siclari, un certo Rocco, nonché varie persone da me non conosciute e videro Vitetta scappare.

– Vitetta diceva qualcosa mentre vibrava i colpi?

Vitetta nulla diceva mentre mi feriva

Sarebbe interessante ascoltare la versione di Giuseppe Vitetta, ma di lui si sono perse le tracce. Intanto vengono ascoltati numerosi testimoni, molti dei quali non raccontano come si svolsero i fatti, ma descrivono la personalità di Vincenzo Agosto.

Del fatto nulla conosco. Posso dire soltanto che Giuseppe Vitetta e Vincenzo Agosto nel decorso anno lavorarono insieme alla mia dipendenza trasportando breccione coi carretti – racconta Giovanni Scopelliti –. Vitetta lavorò per circa tre mesi e Agosto per pochi giorni soltanto. Dovetti licenziarlo sia perché non eseguiva il lavoro secondo le mie istruzioni, sia perché quistionava sempre con Vitetta, ma non so per quali motivi.

Circa quattro mesi addietro andavo in contrada Cirrelli di San Roberto con Vincenzo Agosto e trasportavamo insieme mattoni con il carretto. Ad un certo punto facemmo incontro con un bovaro che scendeva con il suo carro e che invitò Agosto a mantenere la sua mano – ricorda Filippo D’Agostino –. Agosto si rifiutò e disse al bovaro “cammina, cammina!”. Lo rimproverai dicendogli che se veniva con me non doveva darmi dei fastidi. Egli mi rispose con parole offensive che non sopportai e per ammonirlo gli detti due schiaffi. Lui allora estrasse un lungo coltello e stava per avventarsi contro di me, minacciandomi di farmela pagare, ma io con la catena del carretto gli detti delle percosse e da quel giorno non volli più che venisse al lavoro con me.

Circa cinque o sei mesi addietro vidi Agosto che litigava con Vitetta dietro la mia casa. Agosto ingiuriava l’altro chiamandolo “figlio di puttana” e Vitetta rispondeva “lasciami stare, forse puttana è tua madre!” e faceva l’atto di prendere un sasso per lanciarlo contro Agosto, mentre costui estraeva un coltello – racconta Caterina Bove –. Intervenni ed invitai Vitetta ad andarsene a casa, ciò che egli fece.

Viene rintracciato anche il Rocco nominato da Agosto, che risponde al nome di Rocco Delfino, diciottenne carrettiere, che dice:

Il giorno 26 vidi che Vitetta e Agosto stavano per venire alle mani, non so per quale motivo, ma furono impediti dai presenti. Il giorno seguente mi trovavo sulla spiaggia con Pensabene, quando Agosto disse a Vitetta “vieni che ti devo parlare” ed insieme, discorrendo, si avviarono per il vallone. Io, Pensabene e Siclari, temendo che facessero quistioni, ci avvicinammo e li facemmo tornare indietro, ma essi di nuovo si avviarono per il vallone. Dopo una diecina di minuti vidi Agosto ritornare ferito, ma non vidi più Vitetta. Agosto non disse come si svolse il fatto.

– E tu non lo sai perché avvenne?

Non so se il fatto avvenne per l’incidente verificatosi il giorno avanti o se fra i due vi fossero altri rancori

– Il giorno prima del fatto, hai sentito Vitetta chiamare “muss’i pecura” Agosto?

Non sentii che Vitetta il giorno avanti avesse ingiuriato Agosto “muss’i pecura”.

Vincenzo Agosto si era detto sicuro che al fatto non assistette nessuno, ma quando viene chiamato a testimoniare Domenico Siclari, viene smentito:

Vidi Agosto dare prima uno scappellotto a Vitetta e poi estrarre un lungo coltello, alla vista del quale Vitetta a sua volta tirò fuori un coltellino e colpì l’avversario.

E adesso come si metteranno le cose? Vedremo.

Il 9 novembre dall’ospedale arriva la notizia che nessuno si augurava: Vincenzo Agosto, è morto per pleuro – polmonite purulenta di sinistra, determinata dalla ferita da arma da punta e taglio penetrata nella cavità toracica al settimo spazio intercostale di sinistra. Adesso si procede per omicidio volontario, ma Vitetta è sempre latitante e tale resta fino al 20 febbraio 1926, quando si costituisce. Interrogato, racconta la sua versione dei fatti:

Non nego di avere inferto, il 27 ottobre scorso, due colpi di coltello a Vincenzo Agosto in Catona, ma ciò feci per difendermi da una ingiusta e grave aggressione di lui, che col suo fare prepotente dapprima mi sfidò a recarmi seco in una viuzza distante circa dieci minuti dalla spiaggia ove io mi ero recato e dopo che lo stesso estrasse un coltello di lunga misura, facendo atto di aggredirmi. Fu allora che io gli assestai i colpi e scappai, ritenendo di non aver prodotto altro effetto che quello da me voluto, cioè di ferirlo, anche perché il coltello da me adoperato era di piccola misura e non come un pugnale, come mi contestate. Debbo far notare che Agosto da vario tempo esercitava contro di me il suo fare prepotente giacché, quando ci trovavamo a fare dei viaggi insieme, egli pretendeva di caricare sempre il primo. Per tale ragione una volta, lo scorso agosto in Catona, egli estrasse contro di me un coltello e per lo meno mi avrebbe ferito se non fosse intervenuta una certa Catuzza.

– Cosa eri andato a fare sulla spiaggia di Catona il giorno 27 ottobre?

Ero andato per rilevare due sacchi di fagioli da una barca proveniente da Messina, per incarico di mio padre. Anche Agosto si trovava in quel posto col suo carretto, in attesa di qualche trasporto di carichi provenienti da Messina.

– E la sera precedente?

La sera precedente io dovevo recarmi per trasporto a Salice e Agosto per lo stesso scopo a Rosalì.

– Perché lo chiamasti “muss’i pecura”? E perché quando arrivasti vicino a casa tua ti fermasti? Volevi prendere qualche arma?

Non è vero che io l’abbia ingiuriato chiamandolo “muss’i pecura”! Quando giungemmo vicino alla mia abitazione dissi ad Agosto di proseguire ed io entrai in casa per munirmi della bacchetta a scopo di pungolo per il cavallo che era zoppicante ed in considerazione della serata che minacciava forte pioggia.

– Perché il 26 ottobre tu e Agosto avete litigato sulla spiaggia?

Non è vero che il dì precedente al delitto fra me e Agosto sulla spiaggia vi sia stato alcun diverbio.

La Procura ritiene di avere acquisito prove sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio di Giuseppe Vitetta con l’accusa di omicidio volontario e porto abusivo di pugnale ed il 14 settembre 1926 la Sezione d’Accusa emette la sentenza, motivando così la decisione:

L’imputato ammetteva di aver ferito Agosto ma con un piccolo coltello, senza intenzione di ucciderlo, e per difendersi dall’aggressione di esso Agosto, che brandiva un lungo coltello. Si delineerebbe, così, da lui la figura di un fatto commesso nello stato di legittima difesa e tale versione troverebbe un certo riscontro nella prima dichiarazione dell’ucciso e nella dichiarazione del teste Siclari Domenico, il quale attesta di aver veduto Agosto dare prima uno scappellotto a Vitetta e poi estrarre un lungo coltello, alla vista del quale Vitetta a sua volta tirò fuori un coltellino e colpì l’avversario. Si vedrà meglio in sede di giudizio quanta fede meriti tale testimone e quali benefici potranno spettare all’accusato, ma pare da escludersi fin da ora che costui abbia agito in stato di legittima difesa giacché, pur essendo più piccolo di età, accettò di scontrarsi col suo avversario e, in una specie di duello rusticano, riuscì ad avere ragione di lui. Non è poi da escludere il fine di uccidere, dappoiché il lungo tragitto della ferita fornisce la prova che l’arma feritrice non potette essere che un pugnale. Trattandosi dell’ipotesi di omicidio volontario, spetta di giudicare alla Corte di Assise.

La causa si discute il 27 maggio 1927 presso la Corte d’Assise di Reggio Calabria e la Corte sposa, contrariamente alla Procura e alla Sezione d’Accusa, la tesi difensiva che sostiene la legittima difesa e assolve Giuseppe Vitetta, ordinandone l’immediata scarcerazione, se non detenuto per altra causa.[1]

 

 

[1] ASRC, Atti della Corte d’Assise di Reggio Calabria.