I SUONATORI DI CHITARRA

Sono le otto del 27 novembre 1899 quando il Pretore di Rogliano ed il medico legale, avvisati dal Maresciallo Vitaliano Mercurio, entrano in casa di Giuseppe Salvino a Cuti, frazione di Rogliano, dove è degente a letto Luigi Felice Salvino, il ventenne fratello di quest’ultimo, ferito gravemente la sera prima. Il medico, prima che il Pretore proceda all’interrogatorio, gli riscontra quattro ferite lacero contuse sulla regione fronto parietale sinistra del capo, tre ferite da arma da punta e taglio tra l’addome e l’inguine sinistro e altre quattro al braccio sinistro.

La ferita situata nella zona epigastrica lascia sospettare la penetrazione nella cavità dello stomaco e quella alla base del torace destro è profonda da interessare il polmone destro. Giudico che entrambe inducono imminente pericolo di vita. Inoltre – aggiunge, preoccupato, il medico –, quelle inferte sul capo dovettero, a primo tempo, indurre commozione cerebrale.

Luigi è cosciente ed è in grado di raccontare la sua versione dei fatti:

Ieri sera verso le otto io e Carmine Sicilia traversavamo il corso principale di Cuti e con una chitarra andavamo suonando e cantando. Ad un certo punto ci si fecero innanzi Emilio Bonapace, il quale aveva anche una chitarra, e Santo Fuoco. Il primo si fece avanti a me e m’impose di smettere di suonare e cantare ed avendo io risposto che quella era via pubblica, mi si avventò e, dopo breve colluttazione, estrasse un coltello e mi tirò vari colpi in direzione del ventre. Contemporaneamente Fuoco mi tirò vari colpi nella testa con un grosso bastone. Caduto a terra, tanto Bonapace che Fuoco, continuarono a colpirmi. Io rimasi tramortito per terra e venni trasportato in casa di mio fratello e di mia cognata Marietta Spadafora. L’impressione dei colpi fu tale che ieri sera non riuscii a parlare

– C’erano rancori tra te e gli altri due?

– No, anzi eravamo piuttosto amici e non so spiegare perché mi offesero in tal modo. Io e Sicilia eravamo nella via pubblica e non molestavamo nessuno

– Non è che lì vicino abita l’innamorata di Bonapace o di Fuoco?

Per quanto io sappia, no. E nemmeno io e Sicilia abbiamo innamorate in quella via

– Sicilia è intervenuto in tua difesa? Quando abbiamo arrestato Bonapace lo abbiamo trovato ferito al viso…

Sicilia si allontanò subito lasciandomi solo e non so ad opera di chi Bonapace rimase ferito, io non me ne accorsi affatto

– Avevi un coltello o un rasoio?

Io non ero armato e ignoro se Sicilia era fornito di qualche arma – poi si ferma a pensare per un po’ e aggiunge – Debbo far notare che quando io ero caduto per terra, Giuseppe Renzelli, che si trovava in compagnia di Bonapace, Fuoco ed altre persone, che non conobbi perché abito a Rogliano, mi tenne fermo, contribuendo in tal modo a che i miei due aggressori mi percuotessero con maggiore facilità.

Mentre Luigi stava pensando, sua cognata Marietta con un cenno della mano ha chiamato il Maresciallo e gli ha porto un coltellino a forma di roncola, uno di quelli che si usano per gli innesti, dicendogli che lo ha trovato in tasca al cognato. Il Maresciallo lo apre e nota subito che ci sono evidenti tracce di sangue. Poi si avvicina al Pretore, gli sussurra qualcosa all’orecchio e gli porge il coltellino.

– Questo è tuo? – gli chiede mostrandoglielo.

Il coltello ad uncino che mi mostrate non si appartiene a me!

– Sicuro? Guarda che lo avevi nella tasca della giacca, dici la verità!

È vero, mi appartiene, ma non mi servì per ferire Bonapace e, ripeto, ignoro da chi fu ferito.

Il Pretore sospetta che, al contrario di quanto affermato, Luigi Salvino ha ferito Bonapace e, in attesa di capire se prima o dopo essere ferito a sua volta, lo dichiara in arresto e lo fa piantonare a letto. Poi torna a Rogliano per interrogare Bonapace, arrestato già la sera prima, e per firmare un mandato di comparizione nei confronti di Giuseppe Renzelli. Fuoco, invece, è irreperibile.

Il diciannovenne Emilio Bonapace, meglio conosciuto col cognome di Mazzei, racconta la sua versione dei fatti:

Ieri sera io, Santo Fuoco, Giuseppe Viola, Giuseppe Renzelli e certo “figlio di bucchiarone”, marito di Maria Pati, seguiti da altri giovani, attraversavamo la via principale di Cuti. Io suonavo con una chitarra, quando, all’angolo del vicolo dove abita la famiglia Spadafora, c’incontrammo con Luigi Salvino e Carmine Sicilia. Il primo aveva a tracolla una chitarra e appena ci vide passare, rivolgendosi al suo compagno, disse “cantiamo una canzone di sdegno” ed infatti subito dopo intonò una canzone contenente parole sdegnose e oltraggiose all’indirizzo di un uomo. Fu allora che Santo Fuoco, passando vicino a Salvino, disse: “lasciateci stare perché non andate bene”. Avvicinatomi anche io, soggiunsi: “Luigi, questa sera lascia di cantare”. Salvino rispose in tono adirato: “voi che volete farne?”. Continuando a scambiarci parole risentite ci afferrammo scambievolmente pel petto, ma avvicinatisi Giuseppe Renzelli e Nicola Altimari, il primo afferrò pel braccio Salvino e l’altro afferrò me allo scopo di dividerci. Nonostante ciò noi continuammo a strapparci ed in un momento, mentre Altimari continuava a tenermi, intesi colpirmi con un’arma tagliente sul volto e gridai: “mi hanno menato una rasolata!”, perché dal taglio mi sembrò trattarsi di un rasoio, ma non mi accorsi con certezza se il colpo venne da Salvino, come ritengo perché era vicino a me, o da Sicilia, che era fino ad allora presente. Fattosi allora avanti Santo Fuoco, con un grosso bastone tirò due colpi sulla testa di Salvino ed in questo momento non vidi più Sicilia. Subito dopo avvenne un agglomerato di persone tutte vicino a Salvino e non rammento bene, perché mi trovavo stordito, se tirai dei colpi contro di lui; è certo però che io, sotto l’impressione della ferita, mi allontanai con Giuseppe Renzelli, il quale tenne afferrato Salvino fino al momento in cui ricevetti il colpo, ma non posso affermare se continuò a trattenerlo anche dopo. Poi Santo Fuoco tornò indietro e tirò altri due colpi di bastone a Salvino. Debbo notare che quando io ero accompagnato da Renzelli, Giuseppe Viola ci seguì dicendo: “anche io gliel’ho menate due puntate!”. Quando ciò disse si trovava presente la madre di Renzelli.

– È molto strano che ricordi i colpi dati dagli altri, ma non ricordi di aver tirato dei colpi di coltello a Salvino…

Ripeto che è così perché ero stordito e non ricordo nemmeno se avevo un coltello

– Come mai ti trovavi vicino la casa di Spadafora con la chitarra?

Amoreggiavo con Rosina Spadafora ed ero corrisposto. Di recente avevo appreso da Rosina che Carmine Sicilia cercava di corteggiarla ed era andato altre volte a cantare sotto le sue finestre. Ritengo, pertanto, cha Salvino fu condotto da Sicilia a cantare

Purtroppo, la sera del 27 novembre, Luigi Salvino muore e dalla successiva autopsia si scopre che aveva riportato un’altra ferita da coltello, complessivamente la dodicesima, ed i periti ritengono che la morte sia sopraggiunta a causa della perforazione dello stomaco, con versamento del suo contenuto, nonché di sangue, nel cavo peritoneale. Inoltre, le lesioni riportate sulla regione fronto parietale sinistra e quella alla base del torace destro, per loro natura pericolose di vita, avrebbero anch’esse prodotto da sole la morte, ma forse con maggior ritardo.

La scoperta dell’ultima ferita lascia pensare che le parole dette da Giuseppe Viola, cioè di avere anche lui tirato delle coltellate a Salvino, non siano il frutto di una spavalderia, come inizialmente ritenuto, ma che rispondano a verità, anche sei i periti sostengono di non potere affermare se fu prodotta da arma diversa, presentando caratteri uguali alle altre ferite da punta e taglio. Il risultato è che anche Viola finisce nei guai.

Intanto, in attesa di arrestare il nuovo imputato, viene interrogato Giuseppe Renzelli:

Non è vero che io abbia concorso all’omicidio di Luigi Salvino. Il fatto è andato così: io ero con Santo Fuoco e trovammo nella strada Emilio Bonapace, il quale cantava accompagnandosi con una chitarra. Unitici allo stesso salimmo verso la parte superiore di Cuti e a noi si unirono Nicola Altimari e Giuseppe Viola. Quando fummo nei pressi del vicolo ove abita la famiglia Spadafora, Bonapace, avendo scorto presso detto vicolo Luigi Salvino che cantava e suonava con una chitarra e Giuseppe Sicilia, rivolto a noi disse: “se questi due roglianesi cantano qui delle canzoni, non dobbiamo farli cantare”. Quando Bonapace fu vicino a Salvino gli impose di smettere di suonare. Salvino rifiutò dicendo “che vuoi, perlamadonna!”. Essendoci accorti che stavano per avventarsi, io afferrai Salvino allontanandolo e altrettanto fece Altimari con Bonapace. Salvino si svincolò dalle mie mani e Bonapace da quelle di Altimari e si avventarono; in questo momento vidi che Salvino estrasse dalla tasca una qualche cosa che mi sembrò un coltello o qualche simile e quando i due si accapigliarono vidi Salvino caduto per terra e Bonapace che si lamentava di avere avuto un colpo di rasoio sul volto. In questo mentre, Santo Fuoco, inalberato un grosso bastone, tirò un colpo a Salvino mentre io lo alzavo da terra, colpendolo alle spalle ed a me leggermente ad una mano. Bonapace, svincolatosi da Altimari, con un’arma che non distinsi cominciò a tirare colpi contro Salvino, mentre Fuoco col bastone lo colpiva ripetutamente. Giuseppe Sicilia non si fece affatto vedere e ritengo che fuggì da principio.

– Sai se Bonapace amoreggiava con Rosina Spadafora?

Sì e ritengo che Salvino cantava accompagnando Sicilia, pretendente di Rosina.

Ci sono tre versioni discordanti e sarebbe il caso di fare un po’ di ordine. Come sempre, ci pensano i Carabinieri dopo avere sentito molti testimoni, soprattutto Rosina Spadafora e Giuseppe Sicilia, e raccolto le informazioni dai loro confidenti. Il Maresciallo Vitaliano Mercurio così ricostruisce il fatto nel verbale che invia all’autorità giudiziaria:

Il 26 novembre 1899, verso le 21,15, nell’abitato della frazione Cuti, e precisamente nell’abitazione della nubile Spadafora Rosina di anni 19, alla quale in quell’occasione un tal Sicilia Giuseppe, contadino da Rogliano, le aveva fatto proposta di matrimonio, costui, unitamente a Salvino Luigi, pregiudicato, suonavano alla chitarra cantando una canzone di disprezzo che si farebbe credere contro tal Bonapace Emilio, detto Mazzei, impregiudicato. A parecchi metri di distanza si trovava il Bonapace, unitamente a Fuoco Santo, Viola Giuseppe e Renzelli Giuseppe, tutti da Cuti. Il Bonapace, prima che sentisse cantare la canzone, disse a quelli che erano con lui: “Salvino stasera vuole cantare una canzone di sdegno, andiamo per non fargliela cantare”. Mentre Salvino l’aveva già principiata, Bonapace, avvicinatosi, lo prese per il petto imponendogli di smettere, acciocché non cantasse in quel punto, ma Salvino rispose: “è via pubblica e posso cantare”. In seguito a ciò vennero alle mani e nella rissa Bonapace riportava alla guancia destra una ferita da arma da taglio; costui, vistosi ferito, dopo che furono separati dai presenti, disse: “Salvino mi ha dato un colpo di rasoio”. A questo, Fuoco, trovandosi armato di un grosso bastone, tirò un colpo alla testa di Salvino e lo stordì. Subito Bonapace, con mano armata di coltello, di cui si ignora la specie, gli inferse nelle varie parti del corpo sette colpi di coltello, mentre Fuoco gli tirò altre tre bastonate sul capo, tanto che Salvino cadde a terra per morto e quindi Fuoco e Bonapace si allontanarono.

Nel verbale il Maresciallo Mercurio non menziona Giuseppe Sicilia come presente alla rissa, per il semplice motivo che, pensando che Bonapace ce l’avesse con lui come rivale in amore, non appena questi si avvicinò a lui e Salvino, pensò bene di darsela a gambe levate, lasciando da solo l’amico.

Intanto le parole di Emilio Bonapace che hanno tirato in ballo Giuseppe Viola vengono confermate da diversi testimoni, anche nei confronti a cui vengono sottoposti con l’interessato, e il giovanotto finisce in carcere con l’accusa di concorso in omicidio e, interrogato, si difende:

Non è vero che abbia tirato dei colpi con un coltello a Luigi Salvino mentre veniva ferito da Emilio Bonapace e Santo Fuoco. È anche falso che abbia dichiarato a Bonapace, a Giuseppe Renzelli, a Santa Garofalo ed ai coniugi Antonio Mazzei e Teresa Parrotta che in quella occasione tirai delle puntate di coltello a Salvino. Io mi trovai presente quando si iniziò la briga ed intesi Bonapace gridare “mi ha menato una rasolata” e quando mi avvicinai vidi Giuseppe Renzelli che manteneva afferrato Salvino mentre altra persona, che non conobbi, tirava dei colpi di bastone. Io mi limitai a presenziare per un momento, ma non presi parte alla rissa, né aiutai alcuno.

– Che rapporti ci sono tra te e Bonapace? È vero che lo accompagnasti dal medico e poi a casa?

Tra me e Bonapace intercedevano rapporti di amicizia, ma non di intimità. È vero che lo accompagnai prima dal medico per farsi medicare la ferita e poi a casa sua ma, ripeto, non è vero che pronunziai le parole che mi vogliono attribuire.

Basterà a tirarlo fuori dai guai?

E Santo Fuoco che fine ha fatto? Di lui non c’è ancora nessuna traccia e bisognerà aspettare il 25 gennaio 1900 quando, accompagnato dall’avvocato Nicola Serra, si costituisce nelle mani del Procuratore del re di Cosenza e dice:

La sera del 26 novembre 1899, mentre io ed il mio compagno Emilio Bonapace ci trovavamo nell’abitato di Cuti, vedemmo Giuseppe Sicilia e Luigi Salvino, quest’ultimo con una chitarra che suonava e cantava una canzone presso la casa di Rosina Spadafora, con cui amoreggiava Bonapace, e la canzone era ingiuriosa per Bonapace e perciò io, avvicinatomi a Salvino, lo esortai a smettere di cantare quella canzone perché non conveniva offendere Bonapace. Salvino però non diede affatto retta alla mia esortazione e perciò io mi allontanai da lui di circa trenta passi ed andai a parlare con Giuseppe Sicilia. Allora Bonapace si avvicinò a Salvino e, mentre lo esortava a lasciare di cantare, si conquestò di avere ricevuto una rasolata alla faccia ed in pari tempo invocò il mio aiuto. Pertanto accorsi in sua difesa e col bastone di cui ero armato vibrai un colpo a Salvino, senza poter precisare dove lo colpii, stante l’oscurità della notte e senza l’intenzione di offenderlo, ma per non farlo venire alle prese con Bonapace. Dopo di ciò Bonapace imbrandì un coltello e vibrò diversi colpi a Salvino ed indi io, avvicinatomi di nuovo, gli tirai altro colpo di bastone, senza vedere che fosse successo… in quella sera mi trovavo ubbriaco e non so dire altro

È tutto, l’istruttoria può essere chiusa e la Procura ritiene che non ci siano elementi sufficienti per procedere penalmente nei confronti di Giuseppe Renzelli, per cui ne dichiara il proscioglimento. Però ritiene che ci siano prove sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio di Emilio Bonapace con l’imputazione di omicidio volontario e di Santo Fuoco e Giuseppe Viola con l’accusa di concorso in omicidio.

La Sezione d’Accusa, il 29 marzo 1900, accoglie la richiesta e ad occuparsi del caso è la Corte d’Assise di Cosenza nelle udienze del 19 e del 21 luglio successivo.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, visto il verdetto della giuria, dichiara i tre imputati colpevoli dei delitti loro rispettivamente ascritti e, scomputate le attenuanti concesse, condanna:

Bonapace Emilio ad anni 6 di reclusione;

Fuoco santo ad anni 6, mesi 11 e giorni 10 di reclusione:

Viola Giuseppe a mesi 10 di reclusione.

Per tutti le spese, i danni e le pene accessorie.

La Suprema Corte di Cassazione, il 31 ottobre 1900, dichiara inammissibili i ricorsi degli imputati.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.