Miser chi mal oprando si confida
ch’ognor star debbia il maleficio occulto;
che quando ogn’altro taccia, intorno grida
l’aria e la terra istessa in ch’è sepulto
Il Poeta Ariosto
Nella contrada Ficara, in quel di Orsomarso, luogo solitario, nascosto in un’aspra sega di cime di monti, dove annidano a malapena lupi, caprioli e similaltri animali; dove non c’è verso che penetri occhio curioso; dove per accedervi si tengono due vie soltanto, cosparse di pericoli immensi, dovendosi valicare per burroni, rupi e precipizi raccapriccianti. In quel luogo dove non pernotta alcun vivente mortale, eccezion fatta di qualche bovaro e capraio rozzi, primitivi, più selvaggi degli animali stessi; bovari e caprai unici abitatori della contrada romantica e bizzarra. Sin dall’inizio di detta contrada si nota a quando a quando qualche pagliaio a cono, formato da lunghi rami di quercia disposti a triangolo e coverti all’esterno di secca ginestra inserviente.
È in questa spaventosa contrada che, nel 1895, abitano in un pagliaio il ventottenne pastore Pietro Bulgarino da Orsomarso, sua moglie Angela Lauria di 33 anni, i loro due bambini di 6 e 2 anni ed il quarantaseienne suo socio Domenico Leone da Mormanno, col quale ha costituito una società di allevamento di bestiame vaccino e di coltura di terre. Ultimamente hanno comprato un bue, che ha pagato Bulgarino anticipando anche la parte di Leone, il quale trova sempre una scusa per non pagare il debito e per questo motivo i due soci cominciano a litigare e le liti si inaspriscono sempre più per l’incessante richiesta di Bulgarino, spinto dal bisogno di provvedere ai casi suoi, a che Leone lo paghi. Ma anche se i due non vanno più d’accordo, Leone continua ad abitare nel pagliaio con i Bulgarino, cominciando a covare un odio viscerale nei confronti del socio.
Camuffandosi tra lo stupido e l’affettuoso comincia a tenere un certo linguaggio sibillino, sulle prime incomprensibile:
– Angela, non affidare più a me i tuoi figliuoli perché se avviene qualche incendio, io me ne scòtulo le faure. Ho il presentimento che i tuoi bambini debbano finire bruciati – dice alla moglie di Bulgarino. Poi, tutto tenero, continua – ti raccomando di stare attenta a vegliare su di loro e di non abbandonarli per non bruciarsi le vie vie…
L’astuto Leone, quindi, meditava vendetta ed eran questi i mezzi birboneschi con cui intendeva premunirsi.
Sabato 6 aprile 1895, vigilia della domenica delle Palme, Bulgarino e Leone litigano di nuovo per il bue e Leone dice:
– Quando faremo i conti, se risulterò debitore penserò a pagare. Anzi, domani andrò a Verbicaro per liquidare alcuni crediti e col ricavato ti pagherò – poi si rivolge ad Angela e di nuovo le ripete le solite previsioni tetre.
Finito il lavoro del giorno, Luigi Tirone, che lavora un pezzo di terra vicino a quello coltivato da Bulgarino e Leone e che ha ascoltato tutta la discussione, vede quest’ultimo seduto in un angolo del fondo che si percuote il capo da sé solo e piange come preso da un non so che di malinconia. Bulgarino, che gli è vicino, vistolo a percuotersi, gli dice:
– Non fare queste parti, ti ho domandato quel tanto che mi spetta…
A questo punto, Tirone vedendo il malumore di Leone, gli si avvicina per distrarlo un tantino e gli propone:
– Vieni con me a Orsomarso perché così domani avrai maggiore comodità per recarti a Verbicaro.
– No, vado domani mattina e se i figli di Bulgarino dovessero morire bruciati nel pagliaio, io non ne ho responsabilità! – gli risponde.
Poi, verso il tramonto, Leona sente Bulgarino dire alla moglie che sarebbe andato in paese con altri due bovari dei dintorni e che sarebbe tornato l’indomani dopo avere assistito alla messa delle Palme e dopo fatte le provvigioni indispensabili per una quindicina di giorni.
Leone, quindi, appreso che l’unico ostacolo al suo atroce progetto di vendetta quella notte sarà fuori gioco, sorridendo sornione e sentendosi signore e padrone del luogo, comincia a preparare ciò che da tempo ha premeditato.
È ormai buio. Angela e i suoi due bambini stanno dolcemente dormendo il sonno dei giusti. Anche Domenico Leone è coricato, ma non dorme. Aspetta che gli altri tre si siano addormentati profondamente e quando ne è sicuro si alza, raccatta la sua poca roba, apre la porta del pagliaio, esce e la richiude dietro di sé, sbarrandola in modo che chi è dentro non possa uscire. Poi, in fretta e furia, accatasta alcune fascine di frasche lungo le pareti del pagliaio e vi appicca il fuoco. No, forse così non va bene, ci vorrà troppo tempo finché le fiamme divampino e trasformino il tugurio in una trappola mortale. Allora prende una fascina già accesa, apre la porta e la butta dentro, poi richiude e sbarra la porta.
Angela e i bambini si svegliano di soprassalto e corrono verso la porta, che non si apre, poi iniziano ad urlare pregando Leone di aprire per non farli morire arsi vivi, ma l’uomo è sordo alle implorazioni, anzi spinge la porta per resistere ai tentativi di Angela di aprirla.
Il piccolo ambiente è ormai quasi del tutto invaso dal fumo e dalle fiamme, i tre disgraziati respirano a fatica e le fiamme cominciano ad attaccare le povere vesti che hanno addosso ma, finalmente, il principio di conservazione e la disperazione danno ad Angela la forza di dare due o tre possenti spallate alla porta, che cede di schianto. I primi ad uscire sono i bambini, ma quando tocca ad Angela davanti a lei appare Leone che con un bastone in mano comincia a colpirla, perché almeno lei devo morire. Resistendo anche ai colpi, Angela esce, rotola a terra per spegnere le fiamme che le stanno consumando la sottana, poi si sente chiamare dai figli e corre da loro, trascinandoli nel bosco fitto, dove si sentono finalmente al sicuro.
Leone, fallito il progetto criminale, scappa e di lui si perdono le tracce.
È l’alba della domenica delle Palme. Angela e i bambini, laceri, ustionati, anneriti dal fumo, ancora tremando e temendo che da un momento all’altro Leone possa apparire e ammazzarli come bestie, si incamminano verso Orsomarso, che per loro, stanchi, impauriti e feriti, è distante più delle tre ore che solitamente si impiegano dalla contrada Ficara.
Quando entrano in paese la gente è atterrita dal loro aspetto: neri di fumo e con addosso i panni bruciacchiati. Qualcuno si fa loro incontro, li soccorre, poi vengono avvisati il medico, i Carabinieri di Verbicaro e, soprattutto Pietro Bulgarino.
Per fortuna le ferite riportate da Angela sono superficiali e guariranno in un paio di settimane; i bambini non hanno ferite visibili, ma il trauma della morte vista in faccia, quello sì. Quando arrivano da Verbicaro il Brigadiere Venturino Visconte, il Pretore Vincenzo Spagnuolo e il perito, geometra Giuseppe Loprete, per prima cosa ascoltano il racconto di Angela e poi organizzano l’ispezione dei luoghi che faranno l’indomani, vista le difficoltà del viaggio.
Sul finire della contrada Ficara evvi il pagliaio della famiglia Bulgarino che, seguendo le tradizioni ataviche mena vita da pastore montanaro. Di questo pagliaio rimane soltanto la base formata da pietre a secco per l’altezza di metri 1,50, segnando il dislivello di due metri per l’altezza nel centro dello scoscendimento, terminando gradatamente a centimetri 50, essendo tutto il resto stato distrutto dalle fiamme. Esso ha forma semicircolare con porta d’entrata a sud. Osservata la cenere di pochi legni o travi carbonizzati dal fuoco, nonché le altre tracce ci è stato dato di rilevare che il pagliaio, formato da travi circolari di vario spessore infissi sul muricciolo di base a distanza l’uno dall’altro e uniti in cima, era coperto da tavoloni e su di essi, all’esterno, era cinto di ginestra secca. L’avere scorto stracci, scarpe ed altri utensili di casa tutti bruciati, ci ha chiarito che quel pagliaio fu dovuto essere destinato per ricovero di famiglia e non di un solo mandriano. La circostanza rilevata che le pietre di cui era formata la base erano all’esterno e dalla parte a sud e nord più affumicate ed annerite dalle fiamme che non all’interno, afferma che l’incendio fu dovuto appiccarsi dall’esterno all’interno. Due galline scampate restano ancora con le ali e la cresta bruciate, come anche bruciacchiate restano le vesti della Lauria e figli, abiti che si sono sequestrati per non lasciarli nudi e non permettendo altri abiti la loro misera condizione e la sorte toccata loro. Questo annota il Pretore, che poi chiede al geometra Loprete il suo parere:
– Esaminati i resti bruciati. Escludo assolutamente che l’incendio fosse stato casuale, ma bensì delittuoso.
I danni materiali, secondo Bulgarino e la moglie, ammonterebbero a circa 300 lire.
Ma bisogna sgombrare il campo da ogni dubbio, perché qualcuno insinua il sospetto che a provocare l’incendio possano essere stati i coniugi Bulgarino per vendicarsi di Leone, i testimoni ascoltati in merito però escludono categoricamente questa possibilità. Una deposizione per tutte:
– Posso dire dei coniugi Bulgarino, miei pastori che conosco da lungo pezzo, che non sono capaci di aver potuto compiere essi stessi un fatto simile e versare la responsabilità a Leone, anzi ritengo formalmente che la scomparsa del Leone debbasi attribuire proprio al fatto di aver commesso il pravo proposito di distruggere con l’incendio del pagliaio tutte le sostanze e procurato un serio pericolo alle persone della famiglia Bulgarino – assicura Luigi Tirone.
Dopo qualche giorno, attraverso l’interessamento di comuni amici, Pietro Bulgarino incontra ad Orsomarso Teresa Minervini, la moglie di Domenico Leone che data l’assenza del marito, con la garanzia del cognato Domenico Bloise, sottoscrive un accordo di scioglimento della società e di divisione dei beni:
Essendo che il giorno 7 corrente mese successe la disgrazia in danno del Bulgarino e causato da Domenico Leone, pel quale pende procedimento penale, non può continuare il contratto di soccida tra Bulgarino e Leone per gli animali bovini. Stante ciò, da oggi resta sciolto il contratto e gli animali vengono consegnati alla moglie di Leone. Per la parte che poteva spettare fino ad ora a Bulgarino, gli si lasciano levare dalla massa del raccolto due tomola di grano. Da oggi, poi, restano anche sciolti, cioè di eseguire i lavori ognuno per conto proprio. Resta annullato qualunque contratto sia scritto che verbale esistente tra Bulgarino e Leone.
Una grave ammissione di colpa assunta dalla moglie.
Ma Domenico Leone lo sa? Nessuno può dirlo perché di lui nessuno sa niente e le ricerche dei Carabinieri non danno alcun risultato per mesi. In questo frattempo, l’8 ottobre 1895, la Sezione d’Accusa, su richiesta della Procura, rinvia l’imputato contumace al giudizio della Corte d’Assise di Rossano per rispondere di incendio doloso al fine di uccidere, bruciandole, le persone di Lauria Angela e i due figli minori, la cui morte non si verificò per circostanze indipendenti dall’agente. Tentato omicidio plurimo.
*****
Torchiara, provincia di Salerno, 2 ottobre 1895. Il Brigadiere Giuseppe Lauritano, comandante la locale caserma, ed il Carabiniere Ciro Loise, verso le 18,30 stanno tornando in caserma dopo aver terminato il servizio alla fiera di San Francesco, quando notano un mendicante che porta una piccola cassetta con immagini del Beato Angelo, una bisaccia, un ombrello in pessimo stato, una fiasca di latta usata ad armacollo ed un grosso bastone. Lo fermano, controllano il contenuto della bisaccia e trovano fichi secchi, pane, frutti e parecchi cenci sudici.
– I documenti li avete? – gli chiedono.
– No…
– Come vi chiamate e da dove venite?
– Leone Domenico da Mormanno…
Ecco dov’era finito! Ma i Carabinieri di Torchiara non sanno che è ricercato, per cui potrebbe anche cavarsela.
– Da Mormanno… e che ci fate qui? lo avete il permesso per questuare?
– Vado questuando per divozione da circa sei mesi senza alcun permesso…
Ahi! Se è senza permesso non può questuare e bisogna procedere ad accertamenti più accurati, così Leone viene portato in caserma ed il Brigadiere Lauritano invia un telegramma ai colleghi di Mormanno per avere informazioni più precise su di lui. Nel frattempo lo perquisiscono e nelle tasche, oltre ad un coltello a serramanico, gli trovano un portafogli di cuoio nero sudicio, contenente la somma di lire 103, consistente in un biglietto di lire 50 della Banca di Napoli; due da lire 25 di cui uno della Banca di Napoli e l’altro della Banca Nazionale; due da lire 1 e lire 1 d’argento. Nella tasca del gilè lire 21,85, cioè lire 20 in due biglietti di banca, lire 1,85 in bronzo. Il Leone asserisce di aver riunito la somma di lire 104,85 mediante questua nei paesi di Castellabate, Agropoli, San Marco (frazione di Castellabate), Matonti, Laureana, Ortodonico (frazione di Montecorice), Stella Cilento, Perdifumo, Sessa Cilento, Ogliastro Cilento ed in molti altri paesi che non ricorda. Le altre lire 20 afferma che le possedeva quando partì da casa il 21 marzo scorso.
Il giorno dopo, 3 ottobre, arrivano contemporaneamente i telegrammi dei Carabinieri di Mormanno e di Verbicaro: Leone Domenico è colpito, in data 9 aprile 1895, da mandato di arresto del Pretore di Verbicaro perché imputato di mancati omicidi ed appiccato incendio in danno di Lauria Angela e figli, con premeditazione.
A questo punto sorge anche il sospetto che Leone sia l’autore di vari furti avvenuti nella zona e i Carabinieri iniziano le indagini per scoprirlo, ma intanto viene trasferito nel carcere di Rossano e interrogato.
– Sono innocente dell’addebito che mi si fa… dopo essermi brigato con Pietro Bulgarino per la vendita di un bove che avevamo in società, andai nella capanna dove dormivo la notte insieme alla famiglia Bulgarino e, irritato com’ero, decisi di non più starvi. Verso un’ora o due di notte, quando vi arrivai, tolsi tutta la mia roba che era colà e me ne andai ad Acri, di modo che la moglie ed i figli di Bulgarino, giacché costui era andato a Orsomarso, dopo la mia uscita dalla capanna si chiusero e dovettero addormentarsi. Chissà quale nemico di Bulgarino, rimasto ignoto, dovette appiccare il fuoco alla capanna di lui ed ora si accusa me, che sono innocente, per vendicarsi della quistione avvenuta per la vendita del bove.
– Però, guarda caso, avete detto alla moglie di Bulgarino che se i figli fossero rimasti bruciati nella capanna voi non ne sareste stato responsabile e, guarda ancora il caso, per poco la cosa non è davvero avvenuta…
– È vero che dissi così, ma questo fu detto in linea di protesta, per un’ipotesi che mi venne in mente spontaneamente…
– E allora perché vostra moglie ha indennizzato Bulgarino per il danno sofferto? E se siete innocente, perché vi siete dato alla latitanza?
– Io non so se mia moglie abbia indennizzato Bulgarino, ma se ciò è avvenuto, l’ha fatto certamente alla mia insaputa, perché dalla sera del fatto non l’ho più vista, né le ho mai scritto. Non è vero che mi sono dato in latitanza, invece me ne andai ad Acri, come ho detto, e di là me ne andai questuando per diversi paesi.
– Avete prove, testimoni che potete portare a vostra discolpa?
– Mi riservo di produrle in tempo opportuno, quando avrà luogo il giudizio…
Bene, vedremo se durante la discussione della causa, fissata per il 22 novembre 1895, esibirà le prove della sua innocenza.
Evidentemente no, perché la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, dichiara Leone Domenico colpevole di tentato omicidio continuato, con premeditazione col mezzo d’incendio, in persona di Angela Lauria e i di costei figli e quindi lo condanna ad anni 12 di reclusione, alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.
Il 17 aprile 1896, la Suprema Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Domenico Lauria.[1]
Non abbiamo notizie sulle indagini per i furti commessi in provincia di Salerno, espletate a carico di Leone.
[1] ASCS, Processi Penali.