UN UOMO, DUE AMANTI, UNA MORTA

Verso le quattro di notte del 19 marzo 1955 viene trasportata nell’Ospedale di Cosenza una donna, Assunta Evelina Belsito, in gravi condizioni a causa di un colpo di pistola in faccia: il proiettile, dopo aver perforato i tessuti molli della guancia, ha fratturato il palato denso nella sua metà destra, attraversato il seno mascellare destro, infranto la base dell’etmoide e dello sfenoide e si è fermato nel seno sfenoidale sinistro.

Sono le 6,30 del 19 marzo 1955 quando il Vigile Urbano Emilio Cannataro nota un uomo che perde sangue dalla testa e che gli sembra essere in stato confusionale. Lo ferma, constata che il sangue fuoriesce da ferite da arma da fuoco alla regione temporo – frontale destra, e lo accompagna in Ospedale, dove viene identificato per il quarantacinquenne Vincenzo Filice, poi medicato e quindi interrogato. La storia che racconta, collegata al ferimento di Assunta Belsito, sembra inverosimile:

Da circa un mese mi ero invaghito di Assunta Belsito, maritata con Agostino Marrazzo, e avevo preso a frequentarne assiduamente la casa, a Piane Crati, in compagnia della mia amante Anna Sicoli. Assunta ricambiava i sentimenti di amore e aveva promesso di darsi a me, ma soltanto non si era dimostrata subito disponibile ad abbandonare il marito per venire con me nell’Italia settentrionale. Ci scambiammo anche molte lettere… – prende fiato e poi continua – Ieri sera, 18 marzo, verso le otto, uscito dal cinema dove lavoro in qualità di operatore, sono andato a casa di Marrazzo, ove erano già Anna Sicoli e mio figlio Franco. Ho avuto un litigio con Anna che, per gelosia, non ha voluto permettermi di assentarmi per qualche ora e per questo l’ho percossa. Poi mi sono allontanato, lei mi ha seguito fuori, abbiamo litigato di nuovo, di nuovo l’ho percossa e lei si è andata a rifugiare in casa di Marrazzo, dove anche io tornai verso le undici. Consumato uno spuntino offertomi dai Marrazzo, ho chiesto ed ottenuto da costoro una pistola che ho messo in tasca. Anna ha preso nuovamente a litigare con me ed io, dal focolare ove mi trovavo coi Marrazzo, sono andato nella parte opposta della stanza, avvicinandomi al letto sul quale era sdraiata Anna. Preso dall’ira verso di lei e pronunziando al suo indirizzo la frase “Quante me ne fai sopportare!”, ho estratto la pistola e, agitandola, ho cominciato a minacciarla. In questo mentre è sopraggiunta Assunta Belsito e mi ha afferrato per un braccio allo scopo di disarmarmi. Accidentalmente sono partiti dalla pistola due colpi, da cui Assunta è stata involontariamente attinta. Dopo ciò la pistola mi è caduta per terra ed io mi sono allontanato dirigendomi verso Cosenza per farmi medicare una ferita che ho riportato durante la colluttazione con Assunta Belsito

Nonostante le gravi condizioni in cui versa, Assunta riesce a dire qualcosa:

Mi ha sparato Luigi Filice nell’atto in cui mi ero lanciata contro di lui per disarmarlo

Sebbene non lo dica espressamente, sembra una dichiarazione che conferma l’accidentalità del ferimento.

Interrogato dal Magistrato, Filice conferma tutto e aggiunge altri particolari che potrebbero aprire nuovi scenari:

Mi sono allontanato una prima volta dalla casa di Marrazzo e mentre Anna Sicoli mi andava cercando mi sono nascosto, avendo modo, così, di notare che lei, essendosi fermata a parlare con Sergio Nucci e Gino Grimaldi e di sentire che Nucci le diede l’incarico di andare a dire alla Belsito di scendere nel fienile, ove Grimaldi si sarebbe voluto incontrare con lei. Rientrato più tardi nella casa di Marrazzo, ho mosso rimprovero alla mia amante Anna Sicoli perché si adoperava a fare la ruffiana tra Grimaldi e la Belsito.

Cioè Assunta Belsito se la farebbe anche con Gino Grimaldi e lui lo ha detto davanti al marito?

E Agostino Marrazzo che ha da dire su tutta la situazione? Intanto anche lui sembra confermare l’accidentalità del ferimento, per il resto, vediamo:

– È vero che in casa vostra Vincenzo Filice e Anna Sicoli litigavano, che Filice vi chiese di dargli la pistola, che con l’arma minacciò la Sicoli e poi accidentalmente sparò a vostra moglie?

Innanzi tutto devo dire che sospettavo che mia moglie se la intendesse con Grimaldi e sono stato costretto a richiamarla esortandola alla fedeltà. In riferimento alla notte in cui avvenne il fatto confermo i litigi verificatisi tra Filice e la Sicoli e, aderendo alla sua richiesta, gli consegnai la pistola, mentre il caricatore con due cartucce gli è stato consegnato da mia moglie. Ho sentito Filice rimproverare la Sicoli per il fatto che facesse la ruffiana. Ad un certo punto Filice mi ha consegnato un involto contenente delle lettere dicendo: “le donne sono tutte di un modo!”. Poi andò verso il letto ove era sdraiata la Sicoli e, estratta la pistola, ha preso a minacciarla. Allora io e mia moglie ci siamo mossi dal focolare e siamo andati verso Filice per disarmarlo, ma lui mi ha intimato di fermarmi, minacciando che se non avessi obbedito mi avrebbe sparato. Per la paura mi rifugiai sotto un tavolo ed in questo mentre ho sentito esplodere un colpo di pistola, che ha ferito mia moglie. Ho cercato di avvicinarmi a Filice ma costui, impugnando contro di me la pistola e tentando di sparare ancora, ha aperto la porta dileguandosi.

Marrazzo ancora non sa, o forse fa finta di non saperlo, che Assunta amoreggiava anche con Vincenzo Filice. E Anna Sicoli sapeva che il suo Luigi amoreggiava con Assunta? Vediamo se rivela qualcosa quando viene interrogata sui fatti della notte del 19 marzo.

– Perché Vincenzo Filice si avventò contro di voi minacciandovi con la pistola?

Non è vero che Filice si avventò contro di me minacciandomi con la pistola. Al contrario. Filice agì direttamente contro Assunta Belsito che voleva impedire a lui ed al marito di uscire fuori di casa. Dopo averla spinta dalla porta sino al lato opposto della stanza e dopo di averla scaraventata contro l’armadio, le sparò un colpo di pistola. Di poi prese il pacchetto delle lettere inviategli da Assunta e lo dette al marito, dicendogli: “Compare Agostino, tua moglie è una puttana, ti do le lettere!”.

Una versione dei fatti completamente opposta a quella fornita sia da Filice, sia da Marrazzo. Chi sta mentendo?

Intanto, oltre alle diverse versioni del fatto, c’è un particolare che deve essere chiarito: Vincenzo Filice ha dichiarato di avere esploso due colpi di pistola, mentre Agostino Marrazzo e Anna Sicoli hanno parlato di un solo colpo. Per risolvere il problema vengono ascoltate le dichiarazioni dei vicini che hanno direttamente visto o sentito qualcosa e tutti parlano di due colpi. Addirittura un proiettile viene rinvenuto conficcato in una parete dello studio del dottor Serra. Poi, siccome né Marrazzo e né Sicoli hanno detto di aver visto Filice ferito dopo aver sparato ad Assunta Belsito, sorge il dubbio che le lesioni che gli sono state riscontrate se le sia procurate in un secondo momento per rafforzare la sua versione dei fatti. Ed è proprio così perché gli inquirenti accertano che le ferite se le procurò da solo una ventina di minuti dopo essersi allontanato dalla casa di Marrazzo. Poi, dalla perizia sull’arma, questa risulta inceppata e quindi non è possibile che in casa siano stati esplosi due colpi. E allora? Allora tutto si può spiegare quando si scopre che Filice, uscito da casa Marrazzo, si è procurato un’altra pistola con la quale si è sparato di striscio alla testa ed il proiettile ha terminato la sua corsa nello studio del dottor Serra. Due detonazioni, appunto.

Purtroppo la lesione riportata da Assunta è irreparabile e la povera donna muore dopo tre giorni, il 22 marzo.

Poi gli inquirenti perquisiscono minuziosamente tutta la casa dei Marrazzo, trovano tutte le lettere che Vincenzo Filice inviò ad Assunta Belsito, le sequestrano e le esaminano mettendole in relazione con le lettere inviatele da Filice. Sostanzialmente si evince che è chiaramente dimostrata l’esistenza di un’intesa amorosa tra i due, che fra essi erano avvenuti atti di libidine ma forse non ancora il congiungimento carnale. Una cosa è certa: Assunta Belsito ricambiava a Vincenzo Filice i sentimenti di amore, sino al punto da rivelare la sua frenetica attesa e il proposito, una volta emigrato il marito, di andarsene con Filice in altra località e per attuare tale piano gli aveva promesso di vendere dei prodotti alimentari onde ricavarne il denaro necessario.

Quando viene interrogata nuovamente Anna Sicoli, tutto ciò che avvenne la notte di San Giuseppe del 1955 assume un significato diverso:

Mi avvidi, avendoli sorpresi entro un fienile, che Vincenzo e Assunta se la intendevano. Inoltre, avendo notato un’inquietudine nel carattere di Vincenzo e una cambiata maniera di agire, cercai di ostacolare i piani del mio amante

Agostino Marrazzo, al contrario, continua a sostenere di non essersi accorto di niente e conferma di sospettare solo che ci fosse qualcosa tra sua moglie e Gino Grimaldi.

Per la Procura i risultati dell’indagine sono sufficienti a chiedere, ed ottenere, il rinvio a giudizio di Vincenzo Filice per omicidio volontario e porto abusivo di arma da fuoco, reati aggravati dall’abuso di ospitalità e dalla recidiva generica infraquinquennale. Contestualmente viene rinviato a giudizio anche Agostino Marrazzo per rispondere di detenzione abusiva di pistola.

Ad occuparsi del caso è la Corte d’Assise di Cosenza il 6 giugno 1957.

Interrogato durante il dibattimento, Vincenzo Filice ripete sostanzialmente quanto ha dichiarato durante l’istruttoria, insistendo sull’accidentalità del ferimento, poi ammette:

Mi ferii da solo, ma non in casa di Marrazzo bensì nella pubblica via una ventina di minuti dopo il fatto

Anche Agostino Marrazzo rettifica la sua dichiarazione:

Le lettere inviate da mia moglie a Filice non mi furono consegnate prima del ferimento, ma subito dopo e il gesto fu accompagnato dalla frase “Compare Agostino, tua moglie è una puttana, ecco le lettere!”.

Esattamente ciò che depose Anna Sicoli.

A questo punto la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: alla stregua delle risultanze emerse, è da ritenersi pienamente, sicuramente provato che l’imputato Filice sparò volontariamente contro la vittima col proposito deliberato di ucciderla. Se pure egli agì nel momento in cui i coniugi Marrazzo erano andati verso di lui per farlo desistere dal minacciare Anna Sicoli, c’erano ragioni di gelosia, di delusione, di esasperazione e di sdegno che alla fine lo indussero a sparare alla Belsito.

Ora, per spiegare le ragioni appena elencate, la Corte ricostruisce la notte fatale: la sera del 18 marzo, Filice, in preda al delirio sessuale, aveva cercato di allontanare Anna Sicoli, aveva cercato di fare uscire Marrazzo di casa e voleva sicuramente trovarsi a tu per tu con Assunta Belsito. Da qui le scenate e le violenze contro la Sicoli. Agostino Marrazzo e Anna Sicoli erano i due ostacoli da superare mentre egli sentiva di avere conquistato la Belsito. Quale, però, non fu e non dovette essere la sua delusione quando sentì, o gli parve di sentire, che Gino Grimaldi, a mezzo di Anna Sicoli, mandava a chiamare Assunta Belsito! Aver creduto che amasse soltanto lui rinunciando ad ogni altra relazione e alla fine dover constatare che Assunta continuava la relazione con Grimaldi, tanto che costui poteva mandarla a chiamare con tanta facilità, era per Filice la suprema delusione. Nucci e Grimaldi hanno negato di aver incaricato la Sicoli di chiamare la Belsito, ma vera o meno la circostanza è però certo che Filice, avendo visto la Sicoli confabulare con i due, dovette pensarlo e ritenerlo se, entrato nella casa di Marrazzo, rimproverò la Sicoli di fare la ruffiana. Fu perché vinto da tale delusione che Filice chiese a Marrazzo la pistola e tale richiesta rivela già il maturarsi del proposito criminoso. E se deve ritenersi che le lettere furono consegnate a Marrazzo prima del ferimento di Assunta Belsito, lo stato d’animo di Filice e la sussistenza di una causale di odio e di vendetta verso la Belsito rimane vieppiù dimostrata. Per l’ipotesi, invece, che le lettere fossero state consegnate dopo il ferimento, per come ha sempre dichiarato Anna Sicoli e ammesso da Marrazzo, tale circostanza, accompagnata dalla frase “ecco le lettere, tua moglie è una puttana” alla provata sussistenza della causale predetta, aggiunge addirittura una confessione di Filice circa la volontarietà del fatto, i motivi e il suo proposito omicida. Tale proposito era stato già espresso in precedenza da Filice con la frase di risposta data ad Assunta Belsito, che aveva manifestato l’intenzione di andare l’indomani a Donnici dai propri familiari, “ci andrai se Dio lo vorrà”. Filice agì, dunque, volontariamente per le ragioni espresse, alle quali si aggiunge lo sdegno suscitato dal fatto che i coniugi Marrazzo volessero aiutare Anna Sicoli. Egli ammonì chiaramente in quest’ultimo istante il Marrazzo di non avvicinarsi, diversamente lo avrebbe sparato. Marrazzo, in preda al panico, si nascose sotto il tavolo e nulla gli accadde. Contro la Belsito, che invece si era lanciata per disarmarlo, Filice esplose tutta la sua ira, sostanziata da sentimenti di gelosia, di delusione, di odio e, alla fine, anche di esasperazione e di sdegno, facendo volontariamente partire un colpo della pistola contro di lei e avrebbe sparato anche l’altro ancor contenuto nell’arma, se questa non si fosse inceppata. Ma la volontarietà dell’atto ed il proposito omicida sono provati da ben più gravi elementi che mal si potrebbero conciliare con l’ipotesi dell’accidentalità sostenuta dall’imputato. Ed invero Agostino Marrazzo notò e dichiarò che Filice, partito il primo colpo, teneva ancora l’arma impugnata e tentava di sparare ancora. Eguale dichiarazione è stata resa dal figliolo del Filice che, svegliatosi di soprassalto a causa del colpo di pistola, vide il padre che brandiva ancora l’arma nel tentativo di volere sparare ancora. Infine, a dimostrare la volontarietà del fatto, ve n’è di avanzo nel comportamento ulteriore di Filice che, invece di dolersi per quanto gli era accaduto, se ne andò a fornirsi di altra arma e con essa si colpì superficialmente alla regione parietale frontale, raccontando dopo che tali ferite le aveva riportate in casa Marrazzo e tutto ciò per accreditare l’ipotesi della disgrazia. Che poi, con l’atto volontario, Filice volesse sicuramente cagionare la morte di Assunta Belsito è provato dalla imponenza della causale, che non ammetteva altra alternativa, dalla frase detta a Marrazzo “levati o ti ammazzo”, dalla idoneità del mezzo adoperato, dalla brevissima distanza e dalla vitalissima parte presa di mira e colpita. E non va, al riguardo, trascurato che molto probabilmente Filice avrebbe sparato il secondo colpo se l’arma non si fosse inceppata.

Affermata la responsabilità penale di Vincenzo Filice, la Corte ritiene che non sussista l’aggravante dell’abuso di ospitalità contestata, dato che non può ritenersi che il delitto sia stato facilitato da tale circostanza.

Per quanto riguarda la posizione di Agostino Marrazzo, la Corte, considerato che egli stesso ha ammesso di aver fornito la pistola a Vincenzo Filice, è responsabile della contravvenzione prevista dalla legge.

È tutto, si può passare a determinare le pene da irrogare ai due imputati. Pena congrua nei confronti di Vincenzo Filice per il delitto di omicidio volontario, stimasi la reclusione per anni 21, aumentata di mesi 6 per la recidiva e per il porto d’armi giorni 15 di arresti, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Pena adeguata nei confronti di Agostino Marrazzo stimasi l’ammenda di lire tremila.

Il 19 giugno 1964 la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro accoglie parzialmente il ricorso di Filice, concedendogli le attenuanti generiche e riduce la pena ad anni 18 di reclusione.

Il 14 maggio 1965 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Filice.[1]

[1] Tribunale di Cosenza, Sentenze della Corte d’Assise.