I CONTI DEL FUNICELLO

Sono le 19,30 del 14 ottobre 1925. La cinquantaseienne Antonia Sartiano è andata nella baracca attigua alla sua casa, nel rione Condera di Reggio Calabria, per aggiustare il letto a suo figlio Carmelo, che è andato a trovare i genitori e sta tornando dai familiari. All’improvviso si odono diversi colpi di rivoltella esplosi poco sopra la casa. Carlo Malavenda, il cinquantottenne marito di Antonia, sentiti gli spari, dice ai figli, che vorrebbero uscire per capire cosa sia accaduto, di non muoversi. In questo preciso momento si sentono altri tre colpi sparati proprio in vicinanza della casa e Antonia che urla:

Mi spararu!

A queste parole Carlo si precipita fuori per vedere chi fossero gli sparatori senza preoccuparsi di Antonia, che neppure vede lì intorno, e guarda verso la strada, oltre il cancello di casa. Vede tre individui scappare, due avanti ed uno più indietro con un’arma in mano nell’atto di sparare ancora. Quando l’uomo armato passa correndo davanti al cancello, dice rivolto ad uno degli inseguiti:

Ancora non cadi?

Carlo, che ha la vista debolissima, riconosce quella voce, è il suo vicino Antonio Ienuso. Fa per uscire sulla strada, ma ha difficoltà ad aprire il cancello, legato con una funicella, e i tre uomini scompaiono dalla sua vista. Quando riesce ad aprire e scendere sulla strada, fatti una quarantina di passi fino ad un ponticello, incontra un uomo che procede nella direzione contraria alla sua e che lo saluta. Carlo risponde al saluto senza riconoscere l’uomo e senza pensare che possa essere uno dei tre uomini.

L’uomo, però, viene riconosciuto dalle figlie di Carlo quando passa davanti la casa e le vede piangere e urlare disperate che loro mamma è stata colpita: è Antonio Ienuso, che, senza fermarsi, con tono rassicurante dice:

Non è nulla, non è nulla

Carlo torna indietro ma non va a casa, prosegue fino all’abitato e avvisa della sparatoria la Guardia Municipale Vincenzo Casile, poi rientra e trova una tragica sorpresa: Antonia è morta, colpita in pieno petto da uno dei colpi.

Ospedale civile di Reggio Calabria, ore 21,00. Da un autocarro dei pompieri vengono fatti scendere due uomini feriti da colpi di arma da fuoco, uno alla coscia destra e l’altro al fianco sinistro. Mentre i medici apprestano le prime cure ai feriti, arrivano sul posto alcuni Carabinieri della stazione di Spirito Santo, mentre altri, avvisati dalla Guardia Casile, arrivano a casa della vittima e raccolgono le prime informazioni.

I due feriti sono il quarantaseienne Antonio Reggio ed il ventenne Gennaro Labate, entrambi da San Cristoforo, feriti dai colpi sparati da Antonio Ienuso, del quale si sono perse le tracce. Interrogati, i due feriti, zio e nipote, raccontano che Gennaro Labate avanzava 210 lire da Ienuso per avergli lavorato in qualità di giovane calzolaio e che Ienuso gli aveva pagato soltanto 150 lire. Allo scopo di scontare le rimanenti 60 lire, qualche giorno prima Labate e lo zio Reggio si recarono a Condera nella bettola di Antonio Marcianò, gestita da Ienuso, e consumarono salame, vino, birra ed altro per l’importo di 60 lire, rimanendo così saldato il conto vecchio, ma Ienuso non era rimasto soddisfatto e l’indomani e altre volte in seguito richiese loro le 60 lire. Il 13 ottobre la moglie di Ienuso andò da Reggio a dire a Labate che il marito lo attendeva a Condera e la sera, verso le 19,00, lui e lo zio Reggio si recarono a casa di Ienuso per chiarire la questione ed avendo saputo dalla moglie che il marito era assente, non lo cercarono più. Nel pomeriggio del 14 Ienuso si recò a San Cristoforo in cerca di Antonio Reggio ed avendolo trovato nella cantina di Beniamino De Stefano, dopo essersi amichevolmente salutati, si misero a giocare a carte insieme a Natale De Stefano e Antonio Barreca, trattenendosi fino a dopo il tramonto. Usciti dalla cantina chiarirono tra loro due la questione stabilendo che il conto era stato regolarmente saldato. Poi Ienuso invitò Reggio a recarsi a Condera desiderando offrirgli una bottiglia di birra e Reggio accettò. Passando davanti la casa di Gennaro Labate, lo zio lo invitò ad accompagnarsi a loro e tutti e tre andarono a Condera parlando amichevolmente. Giunti a circa cento metri dall’abitazione di Ienuso, da buoni amici si accomiatarono e zio e nipote si avviarono per rincasare, ma fatti solo pochi passi Ienuso esplose contro di loro diversi colpi di rivoltella che ferirono tutti e due che, presi dal panico, si diedero alla fuga inseguiti per una cinquantina di metri da Ienuso, che continuava a sparare contro di loro. Alla fine del racconto precisano che non avevano armi. Qualcosa che non quadra in questa prima ricostruzione c’è. Per esempio, che fine ha fatto la birra promessa da Ienuso se i tre si salutarono a circa cento metri dalla casa di Ienuso?

Intanto il Brigadiere Giuseppe Muscolo, comandante la stazione di Spirito Santo, che era andato a Condera, ha appreso che i feriti, per scampare ai colpi, probabilmente si erano rifugiati in casa di Pietro Labate, fratello di Gennaro, e così, accompagnato dalla Guardia Casili e dal delegato municipale Pasquale Marcianò, sospettando che possano aver nascosto lì delle armi, perquisisce l’abitazione ma non trova niente. Perquisisce anche altre abitazioni, ma sempre con esito negativo. Poi cercano Ienuso in diverse case della zona e il risultato è sempre lo stesso.

La mattina dopo riprendono le indagini e il Brigadiere interroga il delegato comunale Pasquale Marcianò:

Verso le nove del 14, Antonio Ienuso mi chiamò e mi raccontò che durante la notte era stato sfidato per due volte ad uscire fuori da Reggio e da Labate, ma temendo di essere bastonato fece dire alla moglie che non era in casa. Mi raccontò che tra lui e i suddetti vi erano dei rancori per un suo credito verso Labate di 60 lire e che questi si era unito allo zio e per prepotenza non volevano soddisfarlo. Non solo, ma alle sue richieste i due gli avevano fatto sapere che non l’avrebbero mai pagato e perciò mi pregava di interessarmi io, come delegato municipale, onde aggiustare la questione. La sera del 14 ero in casa e intesi sparare ripetutamente circa otto colpi in prossimità dell’abitazione della povera Antonia Sartiano. Mi recai sul posto e prima di arrivare incontrai Ienuso con una pistola automatica in mano. Cercai di fermarlo per sapere dell’accaduto, ma si allontanò velocemente dicendomi di lasciarlo stare perché era stato malmenato e sparato da Reggio e Labate.

Poi interroga Paolo Marcianò, che abita i locali attigui alla casa di Ienuso e che racconta di aver sentito bussare alla porta di Ienuso, la notte del 13, di avere riconosciuto dalla voce Reggio, che disse “Apri carogna ché dobbiamo fare i conti del funicello, frase che significa sfida, aggiungendo: “Vigliacco, esci fuori!”. Ienuso fece rispondere alla moglie che non era in casa e la scena si ripeté dopo un paio di ore e anche questa volta, temendo qualche sorpresa, fece rispondere che non era in casa. La mattina dopo chiese alla moglie di Ienuso se davvero il marito fosse assente e la donna gli rispose che era stata una finzione. Infine aggiunge di non aver sentito altre voci oltre a quella di Reggio.

Interrogata, la moglie di Ienuso conferma le parole dei due Marcianò e tutte e tre le dichiarazioni, come abbiamo visto, raccontano cose all’opposto dalle dichiarazioni dei due feriti.

Ma ora, anche se le dichiarazioni del marito e delle figlie della vittima portano a sospettare seriamente che a sparare il colpo mortale sia stato davvero Ienuso, bisogna esserne certi e il Brigadiere Muscolo, dopo avere esaminato attentamente con il Vice Brigadiere di P.S. Michelangelo Bonaventura, incaricato di fotografare i luoghi, il tratto di strada prima, di fronte e dopo la casa, riferisce al Magistrato inquirente:

Il colpo che uccise fu sparato dal lato a monte. Non possono essere stati sparati da persona che, oltrepassata la casa della Sartiano, si sia voltata indietro.

Ienuso inseguiva gli altri due quando era in salita e gli inseguiti stavano scollinando, quindi l’unico che ha potuto esplodere il colpo fatale è lui. Ma questo non è il vero problema. Il vero problema è che alcuni testimoni dicono che furono sparati una dozzina di colpi e sembra impossibile che a sparare sia stato solo Ienuso. La conclusione è che il Brigadiere Muscolo dichiara nel verbale che invia al Giudice Istruttore:

In considerazione degli indubbi rancori preesistenti tra i contendenti; tenuto conto della sfida avvenuta la notte precedente presso la casa di Ienuso; premessa l’indole spavalda dei due feriti e i cattivi precedenti penali del Reggio, riteniamo, noi verbalizzanti, che i medesimi si portarono sul posto del fatto pienamente consapevoli di ciò che doveva avvenire e, quindi, tutti e tre armati di pistola, per cui ci formiamo il convincimento che i numerosi colpi esplosi durante la rissa non vennero sparati soltanto da Ienuso, come dichiarano i feriti, ma anche questi ultimi spararono.

Anche se nessuna arma viene trovata, ma soltanto qualche bossolo espulso da una pistola automatica corrispondente al colpo che uccise Antonia Sartiano, gli inquirenti condividono la tesi del Brigadiere e si procede contro tutti e tre per avere, a fine di uccidere, in correità fra loro, esplosi vari colpi di rivoltella, uno dei quali, deviando, colpì Sartiano Antonia cagionandole la morte. Poi dei tentati omicidi reciproci.

Antonio Ienuso viene arrestato il 22 ottobre 1925 e, subito interrogato, dichiara:

Circa un mese e mezzo addietro, nella mia bottega di vendita di vino, venne Antonio Reggio con i suoi nipoti Gennaro e Pietro Labate, la moglie di costui, la sorella di Reggio, un certo Antonino Valenti e un certo Peppino, discepolo di Reggio. Mangiarono un capicollo e bevettero delle birre per la spesa di 58 lire. Antonio Reggio, nell’andarsene, disse che mi avrebbe pagato lui. Dopo qualche settimana, Reggio, che non mi aveva ancora pagato il debito, consumò 6 lire di birra, che neppure mi pagò e così rimasi in credito di 64 lire. Più volte richiesi il pagamento a Reggio, che mi rispondeva che per pagarmi doveva riscuotere un credito dal nipote Pietro Labate. Due o tre giorni prima del fatto, avendo saputo che il nipote aveva pagato lo zio, mandai il ragazzo Paolo Orfeo a chiedere i soldi a Reggio, che gli disse: “Vattene che non ti voglio dare i soldi!”. La sera del 13, verso le undici, Gennaro Labate venne a bussare a casa mia dicendomi che voleva parlarmi. Io ero a letto e gli risposi che avremmo potuto parlare l’indomani, ma poco dopo venne a chiamarmi Reggio ed io invitai mia moglie a dirgli che non ero in casa. Reggio e Labate insistettero perché io uscissi, dicendo che dovevano farmi i conti del funicello. Non so cosa volessero dire con quelle parole, ma io, ritenendole una minaccia, non risposi e se ne andarono. Nel pomeriggio del 14 andai a San Cristoforo per trovare mio padre che colà risiede. Passando davanti la cantina di De Stefano vidi Reggio sulla porta; mi invitò ad entrare per bere un bicchiere di vino. Entrai, bevemmo il vino e giocammo a carte, poi uscimmo all’imbrunire. Reggio mi disse che sarebbe andato a casa a prendere il denaro per pagarmi, senza accennare a quello che era successo la sera precedente. In casa sua c’era Gennaro Labate e tutti insieme ci avviammo per Condera, avendomi detto il Reggio che a casa non aveva denaro e che sarebbe venuto con me a Condera per esigere un credito dall’altro nipote Pietro e pagarmi. Giunti a Condera, entrammo in casa del nipote: Reggio andò in cucina col nipote e io non sentii ciò che dissero, poi io, Reggio e Gennaro Labate uscimmo e Reggio mi disse: “Vieni qui che ti darò il denaro”. Arrivati nel punto ove successe la questione, Reggio, bestemmiando, disse che non mi avrebbe pagato ed avendogli chiesto il motivo, mi dette due schiaffi e, tiratosi indietro, estrasse la pistola e cominciò a sparare. Anche io estrassi la mia pistola e sparai quattro o cinque colpi contro di lui. Non ho coscienza di aver ferito lui o Labate perché era buio e non posso dire se anche Labate fece uso di armi. Io rimasi incolume perché mi misi dietro le spalle di Labate che m’era vicino. Dopo i primi colpi scappai e mi fermai nella cunetta vicina alla casa di Antonia Sartiano e, mentre ero lì fermo, Reggio mi tirò un altro colpo. Fu allora che, da quel posto, cominciai a sparare e poi scappai.

– Vostra moglie ai Carabinieri ha detto che vi recaste a San Cristoforo perché invitato da Reggio, voi avete detto che andaste per vedere vostro padre. Come la mettiamo?

Se ciò mia moglie disse, disse cosa inesatta. Io andai per mio padre, che però non vidi

– È vero che Gennaro Labate avanzava da voi 150 lire come rimanenza del salario che gli dovevate?

È vero, ma a poco a poco, con denaro e generi di bottega, saldai il debito nella primavera di quest’anno.

– A quanto pare, invece, restavano da dargli ancora 60 lire, che Reggio propose di scontare con quello che vi doveva per la cena…

Non è vero. Reggio non mi propose mai questa cosa perché il mio debito non esisteva

Le cose restano ingarbugliate per le opposte dichiarazioni degli imputati, anche se qualche contraddizione in quella di Ienuso sembra evidente, e le deposizioni dei testimoni, quasi esclusivamente de relato, poi spuntano dei testimoni che dichiarano di aver incontrato a San Cristoforo Ienuso il pomeriggio del 14, il quale chiese loro se avessero visto Antonio Reggio e alla risposta che lo avevano visto nella cantina di De Stefano, Ienuso lo raggiunse. Altri affermano che Ienuso è uno ‘ndranghetista e altri lo negano, affermando che gli ‘ndranghetisi sono Reggio ed il nipote Gennaro Labate. Un guazzabuglio, ma la Procura ritiene di poter chiudere l’istruttoria e chiedere il rinvio a giudizio di tutti e tre gli imputati per omicidio in correità e tentati omicidi reciproci.

A questo punto, in attesa della decisione della Sezione d’Accusa, si scatena una vera e propria “guerra” di corposi memoriali, redatti tanto dai difensori degli imputati, che dagli imputati stessi, ognuno a sostegno della propria tesi.

Quando viene depositata la memoria di Gennaro Labate, letta l’ultima pagina, scoppia la bomba che potrebbe condizionare le sorti del processo:

In coscienza, oggi che sono tranquillo, debbo affermare dinanzi la V.S. che non fu Ienuso a sparare i primi colpi contro mio zio, ma fu mio zio che, dopo che Ienuso gli chiese il denaro, si esaltò e senza complimenti schiaffeggiò Ienuso e poscia, tirata fuori la pistola, fece fuoco contro di lui per finirlo. Ienuso, vistosi in pericolo, si difese la propria vita sparando contro mio zio Reggio, ove dopo pochi minuti ne avvenne il ferimento di mio zio e di me. ECCELLENZA, Dio mi ha voluto illuminare dicendo la verità, quella che riferisco alla V.S. perché non posso macchiare la mia coscienza accusando Ienuso di aver sparato contro mio zio.

In sostanza non cambia molto, ma se durante il dibattimento venisse confermato che il colpo fatale fu esploso da Ienuso, non potrà mancare il riconoscimento dell’attenuante della provocazione.

In questo frattempo spuntano delle testimonianze da parte di detenuti che in varie carceri italiane hanno condiviso la cella con i tre imputati, dalle quali emergono tentativi di condizionare ora questo ora quel coimputato a venire a più miti consigli ed è difficile capire se il pentimento di Gennaro Labate è genuino o “accordato” o dettato dal peregrinare tra le carceri del regno. Vedremo.

Il 6 luglio 1926 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta della Procura e rinvia tutti e tre gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Reggio Calabria.

La Causa si discute il 13 agosto 1927 e la Corte, letti gli atti, ascoltati i testimoni e le parti e preso atto del voto dei giurati, osserva: considerato che i Signori giurati hanno affermato che, il 14 ottobre 1925, Ienuso Antonio esplose vari colpi di rivoltella col fine di uccidere contro Reggio Antonio e Labate Gennaro, producendo ad essi lesioni guarite oltre il ventesimo giorno, e un colpo per errore andò ad attingere al cuore la povera Sariano Antonia, che morì immediatamente. Ritenuto che i tre fatti affermati costituiscono il reato di omicidio volontario consumato in persone della Sartiano e mancati omicidi nei rapporti degli offesi Reggio e Labate ed i giurati hanno affermato che i tre fatti furono determinati da unica risoluzione criminosa e quindi si tratta di omicidio volontario continuato, partendo da anni 18, mesi 11 e giorni venti di reclusione, la pena, per l’aumento di 1/6 per la continuazione e la riduzione di 1/3 per la provocazione lieve concessa, si riduce ad anni 14, mesi 8 e giorni 1 di reclusione. I Signori giurati hanno affermato altresì che il Ienuso, in quelle circostanze, asportò fuori la propria abitazione una rivoltella non denunziata e senza licenza, possono applicarsi giorni 40 di arresti per il porto abusivo e giorni 24 per l’omessa denunzia, per il cumulo con la reclusione si riducono a giorni 9. Per le concesse attenuanti generiche la pena complessiva si riduce di 1/6, restando fissata in anni 12, mesi 3 e giorni 28 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. I Signori giurati hanno negato che Reggio Antonio e Labate Gennaro abbiano commesso i fatti loro ascritti e quindi vanno assolti.

Il 19 febbraio 1927 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso proposto da Antonio Ienuso e scrive la parola fine su questa assurda e ingarbugliata vicenda.[1]

Un pensiero ad Antonia Sartiano, vittima innocente.

[1] ASRC, Atti della Corte d’Assise di Reggio Calabria.