Sono le cinque di pomeriggio del 26 luglio 1896 e a Cetraro fa caldo. Battista De Caro, sessantunenne possidente, è affacciato al balcone per prendere un po’ d’aria e la sua attenzione viene catturata da due uomini nel largo San Giorgio, Benedetto Guaglianone e Leopoldo Brusca, che gli sembrano abbastanza ubriachi, mentre si scambiano delle parole, che non capisce, in modo da far pensare che stiano litigando. Poi una frase riesce a capirla bene:
– Ti debbo dare? Che vuoi da me? Lasciami andare! – dice Guaglianone. Nello stesso momento vede Brusca dare un colpo all’avversario e questi gridare – Mi siete testimoni che mi ha menato!
Poi i due si dividono per tornare ad affrontarsi quasi subito, mentre una donna cerca di convincerli a tornarsene a casa, ma quando nelle mani dei due appaiono i coltelli, la donna, impaurita, corre via.
– Va piglialu ‘nculu tu e mammata! – urla Guaglianone lanciandosi addosso all’avversario e colpendolo col coltello alla testa. Brusca cade e riceve altri due colpi tra la testa ed il collo, ma riesce a rialzarsi e a colpire a sua volta Guaglianone, poi i due, sanguinando, si allontanano in direzioni opposte.
Carmela Visca è seduta davanti alla porta di casa a chiacchierare con le vicine, quando vede passare Benedetto Guaglianone, visibilmente ubriaco e col viso insanguinato, che barcollando va verso casa. Pochi secondi dopo passa anche Leopoldo Brusca con passo frettoloso, che raggiunge Guaglianone, lo afferra per il petto, lo spinge contro un muro e gli assesta alcuni colpi al petto, che a Carmela sembrano dei pugni.
Meravigliata, Carmela guarda con più attenzione e vede una macchia di sangue che si allarga sulla camicia di Guaglianone, il quale si accascia al suolo e sta per essere colpito ancora, allora capisce che non erano pugni quelli che ha visto, ma coltellate e si mette ad urlare, così Brusca lascia l’avversario e torna indietro correndo, dileguandosi nei vicoli.
Carmela e altre donne corrono da Guaglianone per soccorrerlo e vedono che perde molto sangue. Bisogna portarlo a casa e chiamare un medico, così lo aiutano a rialzarsi e, sorreggendolo, si avviano, ma dopo pochi passi il ferito stramazza al suolo privo di sensi e adesso bisogna portarlo a braccia.
Benedetto Guaglianone muore dopo tre ore di agonia, senza mai riprendere conoscenza, perché una delle coltellate gli ha leso la pleura, il tronco brachiocefalico, il mediastino, il pericardio ed il ventricolo destro del cuore.
Il Brigadiere Angelo Bentivoglio, comandante la stazione dei Carabinieri di Cetraro, si mette subito alla ricerca dell’omicida, senza tuttavia riuscire a rintracciarlo e arrestarlo, ma la mattina seguente Leopoldo Brusca, con la testa fasciata, si costituisce in caserma e viene subito interrogato:
– Nelle ore pomeridiane di ieri, trovandomi ubbriaco per aver bevuto del vino nella cantina di Brigida Occhiuzzi, ove anche rovesciai, ho fatto incontro con Benedetto Guaglianone e con Benedetto Sandonato, mio compare, i quali fra loro, come mi fu detto, si quistionavano. Visto che costoro erano ubbriachi, ho detto al Sandonato di ritirarsi con me e così ci allontanammo da Guaglianone. Dopo poco mi sono incontrato nuovamente con costui il quale, dicendomi che io ero accorso per spalleggiare Sandonato, incominciò a maltrattarmi e con un piccolo coltello a serramanico mi diede dei colpi, ferendomi alla parte sinistra della testa, come osservate – dice indicandosi la benda –. Stante l’ubbriachezza, son caduto a terra e in sulle prime non mi sono accorto di essere stato ferito, ma quindi, vistomi del sangue che usciva dalle ferite, anche io ho dato di piglio ad un piccolo coltello a serramanico e gli ho dato dei colpi, senza che avessi potuto regolarne la direzione stante il mio stato di ubbriachezza. Dopo ciò mi sono allontanato da quel luogo, ritenendo di aver solo leggermente ferito Guaglianone…
È sempre stupefacente il potere che il vino ha sugli ubriachi: fa ricordare solo le cose che fanno comodo e dimenticare quelle che possono procurare guai.
– Da altri ho saputo che mio marito, al largo San Giorgio, si era bisticciato con Leopoldo Brusca e si ferirono leggermente, quasi senza causa e per effetto del vino, giacché si disse che Brusca era ubbriaco, mentre mio marito aveva bevuto solo mezzo litro di vino. Dopo questa prima rissa mio marito cercò di ritirarsi a casa, ma Brusca lo raggiunse e lo ferì al petto… – racconta tra le lacrime la vedova Serafina Maritato.
– Brusca e Guaglianone si bisticciarono per un nonnulla. Il secondo diceva che aveva dal primo ricevuto un colpo di coltello alla coscia, stracciandogli il solo calzone. Cercai di calmare Guaglianone e indurlo a ritirarsi e se ne andò, ma poi, imprecando, tornò indietro ed entrambi cacciarono i coltelli e a vicenda si diedero dei colpi, ferendosi. Io mi son messa paura e quindi non ho potuto intromettermi fra i rissanti i quali, però, si separarono da per loro. Poi Guaglianone prese la via per ritirarsi e mi fu detto che poco dopo è stato raggiunto da Brusca, che lo ferì al petto. Tanto Brusca che Guaglianone mi sembrarono ubbriachi, ma un po’ di più Brusca… – ricorda Maria Settecerze.
– Trovandomi a passare per il largo di San Giorgio ho visto che Leopoldo Brusca e Benedetto Guaglianone, ambo ubbriachi, si bisticciavano. Non so la causa del bisticcio, ma entrambi si sfidarono, per cui mi sono intromessa e cercai di far ritirare Brusca, ma Guaglianone, dicendo “Va piglialu ‘nculu tu e mammata”, si slanciò contro Brusca dandogli diversi colpi alla testa con un coltello a serramanico. Brusca cadde a terra ma riuscì a rialzarsi e, cacciato un coltello a sua volta, ferì Guaglianone. Messami paura mi sono ritirata, tanto più che presente al fatto non c’era nessun altro… – dice Grazia Esposito, che sembra non aver visto sul posto Maria Settecerze.
– Ero in casa e nella via ho inteso un certo bisbiglio insolito, per cui mi sono affacciato e ho visto Benedetto Guaglianone e Leopoldo Brusca che stavano in atteggiamento di ferirsi scambievolmente. Brusca aveva in mano un coltello, di cui non ho distinto la forma, mentre Guaglianone aveva del sangue alla faccia, ma non mi sono accorto se anche lui era armato di coltello perché stava di spalle. Ho gridato ai rissanti che desistettero dalla rissa e si divisero prendendo ognuno direzione opposta – racconta Eduardo De Caro.
Quindi, molte persone hanno visto i due litigare, ma nessuno ne conosce il vero motivo. Qualcuno ha sentito mezze frasi, ma niente di preciso che possa spiegare perché Brusca, terminata la prima fase della lite, sia tornato indietro e abbia colpito a morte Guaglianone, circostanza che, tra l’altro, nemmeno riferisce nell’interrogatorio. Chi ha provocato per primo? Come mai Guaglianone ha mandato Brusca a quel paese prima di aggredirlo? C’era davvero la volontà di uccidere da parte di Brusca? Potrebbe ipotizzarsi un caso di legittima difesa? Sono domande che potrebbero sembrare fini a loro stesse, ma non è così perché le risposte, in un senso o nell’altro, peseranno sull’esito del processo, ma intanto gli inquirenti procedono per omicidio volontario e con questa accusa chiedono il rinvio a giudizio dell’imputato.
Il 3 novembre 1896 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e ad occuparsi del caso sarà la Corte d’Assise di Cosenza nelle udienze del 4 e del 10 dicembre successivo.
La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, riconosce Leopoldo Brusca colpevole di omicidio volontario, con l’attenuante della provocazione, negando invece quella della semi infermità di mente a causa dell’ubriachezza, richiesta dalla difesa. Nel determinare la pena, osserva: poiché l’omicidio volontario si punisce con la reclusione da 18 a 21 anni, la Corte, viste le modalità del fatto, stima giusto fissare la pena ad anni 18 i quali per le attenuanti diventano 15, dei quali restano condonati mesi 3 per il Decreto di amnistia del 24 ottobre 1896, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.
Il 5 maggio 1897 la Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.