CATUZZA

Il trentunenne contadino, da Roccella Jonica, Antonio Tesoro e Caterina Severino sono sposati e tra di loro regna la massima armonia.

Intanto, tra la fine di marzo ed i primi di aprile del 1937, Maria Giovanna Jannizzi, essendo poco contenta della condotta di suo marito, Nicodemo Panetta, perché ha la quasi certezza che se la intenda con Caterina Severino, si confida con la propria sorella Rosa Maria che, vedendola assai afflitta da commuoversi fino al pianto e dimostrando subito vivo interessamento nell’affare, pensa che sia opportuno informare Antonio Tesoro dei sospetti che affliggono Maria Giovanna, così lo manda a chiamare e, in casa della sorella, gli parla per circa due ore del malcostume della moglie:

Vi ricordate quando, un giorno, vostra moglie vi allontanò da casa con l’incarico di andare a lavorare in montagna per attendere alla guardia della vigna? – al cenno di assenso di Antonio, continua – Bene, ciò fu fatto per volontà di mio cognato Nicodemo il quale, durante la vostra assenza, si intrattenne comodamente con Caterina!

Antonio sulle prime non crede alle parole di Rosa Maria perché ripone piena fiducia nell’onestà di sua moglie, ma quando la donna gli riferisce alcuni particolari piuttosto imbarazzanti, finisce col sospettare che gli addebiti mossi alla moglie abbiano qualche fondamento di verità:

– Lo sapete che vostra moglie regalò a mio cognato due lire e che lui, lungi dal serbare il massimo segreto sulla tresca, ne menava vanto con i parenti? Mia sorella ne rimase molto angustiata e tuttora mena vita infelice!

Antonio, turbato, le risponde:

Resto informato di quanto mi avete comunicato, ma non compirò alcun movimento se prima non avrò la certezza che mia moglie mi tradisce

Poi Antonio saluta e se ne va. Poco dopo rientra Nicodemo e Rosa Maria lo informa del colloquio appena terminato e lo avverte:

Evita qualunque incontro con Tesoro giacché potrebbe venirtene grave danno!

Non hai fatto bene a parlargli in quel modo, ma ora che il fatto è avvenuto, vedo io come debbo comportarmi… – le risponde.

Adesso che il dubbio gli si è insinuato nella mente, Antonio è più che mai deciso a chiarire la faccenda, senza però fare scenate che possano compromettere la scoperta della tresca, così dice alla moglie:

Devo andare per qualche giorno a Rosarno, dove ho trovato lavoro.

E in effetti parte con alcuni compaesani, ma dopo un breve tratto di strada si ferma e, inventando un pretesto, torna indietro. Caterina non è a casa ed entra indisturbato, prende il fucile, esce e si mette in agguato sotto certe piante presso la sua abitazione, che è in aperta campagna e isolata. Scende la notte, la notte tra il 10 e l’11 aprile 1936, e Antonio resta appostato senza chiudere occhio. Non succede niente, nessuno si è avvicinato a casa. È da poco sorto il sole e allora, siccome non può restare nascosto chissà quanto, gli viene in mente di fare un esperimento: picchiare alla porta di casa e allontanarsi subito, calcolando che se Caterina è onesta non aprirà o non aprirà senza essersi prima accertata di che visita si tratti. Al contrario, se aprirà senza indugiare, dimostrerà di essere in attesa dell’amante.

Bussa e corre a nascondersi e il mondo gli crolla addosso quando vede la porta aprirsi subito e Caterina apparire sulla soglia del tutto nuda. Ecco, è la prova che la moglie ha un amante, ma non reagisce d’istinto, vuole coglierla sul fatto e resta nascosto per altre lunghe ore, poi, poco dopo l’imbrunire, vede arrivare Nicodemo Panetta, con un suo figlioletto, a cavallo di un asino. Ascolta la voce dell’uomo che, con tono suadente, pronuncia due volte un nome:

Catuzza… Catuzza…

La rabbia monta, stringe le mani sul fucile, ma aspetta, poi Catuzza esce sulla porta di casa e Panetta le dice:

Prestami una zappetta – Caterina gliela porge e dice:

Non rovinarla, se no chi lo sente!

Tuo marito non è un soggetto da lamentarsi di nulla e da risentirsi, come non si è lamentato o risentito dopo che mia cognata lo ha informato della nostra relazione. Del resto, se farà qualche movimento, so quello che debbo fare!

È troppo, oltre alla raggiunta certezza che sua moglie lo tradisce, c’è anche la minaccia da parte di Panetta. Acceso d’ira per l’onta subita, Antonio Tesoro, dal suo nascondiglio a non più di un paio di metri dalla porta di casa, spiana il fucile contro l’amante della moglie e gli spara un colpo. Poi punta l’arma contro Catuzza e spara ancora. Mentre i due stramazzano a terra, lui va dai Carabinieri a costituirsi, esponendo ad essi, con ogni particolarità, ciò che gli è accaduto.

Ho agito a causa d’onore – termina.

I militari corrono sul posto e accertano che Caterina, colpita dalla scarica di pallini di vario calibro sulla superficie anteriore del collo, è morta, mentre Nicodemo Panetta è ferito sul viso e sulla regione temporo parietale sinistra da una ventina di pallini minuti. Se la caverà in un mesetto.

La ricostruzione dei fatti fornita da Tesoro è confermata dalle sorelle Maria Giovanna e Rosa Maria Jannizzi, sicché, terminata l’istruttoria, la Procura chiede il rinvio a giudizio dell’imputato per rispondere di omicidio in persona della moglie e di lesioni in persona di Nicodemo Panetta, entrambi i reati commessi per causa d’onore. Ma il Giudice Istruttore non concorda con la richiesta perché ritiene che nessuna relazione illecita fosse mai esistita tra Panetta e Caterina Severino e quindi, ritenendo che nel fatto ricorrano le ipotesi di reato di omicidio e tentato omicidio volontario, rinvia l’imputato con queste imputazioni al giudizio della Corte d’Assise di Locri.

La causa si discute il 4 febbraio 1938 e viene chiamato a deporre un teste mai ascoltato prima, Vincenzo Panetta, che rivela una circostanza inedita e forse decisiva:

Nell’ottobre o novembre 1936, Caterina Severino, chiamata da Nicodemo Panetta mediante cenni fatti col berretto, lo raggiunse presso un fiume e scomparve con lui, inoltrandosi in un terreno cespuglioso

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che di fronte alle emergenze dibattimentali, sull’esistenza della tresca tra Panetta e Severino non cade dubbio. Decisive sono state a tale riguardo le deposizioni di Rosa Maria e Maria Giovanna Jannizzi e specialmente quest’ultima, giacché, intimidita dal marito in periodo istruttorio, aveva cercato di nascondere quanto più poteva ciò che era a sua diretta conoscenza, mentre in dibattimento, messa a confronto con la sorella, ha dovuto riconoscere che ella si lamentava con lei della tresca esistente tra suo marito e la Severino, che la sorella le diede incarico di mandare a chiamare Antonio Tesoro, che tra Rosa Maria e l’imputato vi fu un colloquio di circa due ore e che, di lì a poco, Rosa Maria raccontò a Panetta ciò che aveva detto a Tesoro e che il marito rispose che se la sarebbe veduta lui.

Adesso la Corte esamina lo stato d’animo di Antonio Tesoro dopo la rivelazione della tresca fattagli da Rosa Maria Jannizzi: aveva ricevuto la diffida che la tresca esisteva, ma non ne aveva scoperta l’esistenza in quanto gli rimaneva il dubbio. Fu la stessa Jannizzi a suggerirgli di accertarsi della cosa ed allora egli si mise in agguato. Non parve sicuro quando la moglie aprì la porta e uscì ignuda. Volle attendere ancora, finché la venuta di Panetta e le parole da lui scambiate con la moglie non gli diedero la certezza che tra i due esisteva una relazione carnale. Conseguita tale certezza, egli tirò i due colpi, onde è chiaro che i reati furono da lui commessi proprio nell’atto in cui scopriva la relazione illecita della moglie. E siccome i due reati furono commessi in esecuzione di unico disegno criminoso, essi costituiscono l’unico reato di omicidio continuato.

Accertata la responsabilità di Antonio Tesoro in ordine al reato di omicidio continuato per causa d’onore, non resta che determinare la pena ed allo scopo deve aversi riguardo ai precedenti morali e penali di lui (che sono buoni), alla speciale natura del fatto, all’arma adoperata, al grado di pericolosità da lui dimostrato. Tenuto conto di tali circostanze, sembra giusto muovere, per l’omicidio, da anni 5 di reclusione ed aumentare tale misura di anni 2 per la continuazione, sicché, in definitiva, la reclusione da applicare si determina in anni 7, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.