Non sono ancora le sei di mattina di sabato 17 maggio 1924, quando il quarantaquattrenne commerciante di agrumi Pietro Tramontana riceve nella sua casa sita nel baraccamento “Trapani” di Gallico, nei pressi di Reggio Calabria, il ventitreenne Domenico Tripodi, suo socio, per parlare di affari. Data la strettezza dell’ambiente ove Tramontana è già seduto alla scrivania insieme all’uomo di fiducia Giovanni Crupi, Tripodi si mette a sedere alla destra e un po’ più indietro di Tramontana con le spalle rivolte alla porta d’ingresso. I due commercianti non hanno ancora cominciato a discutere, che sulla porta appare una donna, la ventottenne Fortunata Viola, la quale, rimanendo sulla strada e poggiando la mano destra sullo stipite della porta, dice:
– Buongiorno.
Tramontana alza gli occhi dal foglio che sta leggendo e distrattamente ricambia il saluto. Tripodi gira la testa verso la porta, guarda la donna, la riconosce e bofonchia qualcosa che somiglia a un saluto. Fortunata, tenendo sempre la mano destra sullo stipite della porta, solleva il braccio sinistro, coperto da uno scialle, fino all’altezza delle spalle di Tripodi e fulmineamente gli spara tre colpi di pistola a bruciapelo. Tripodi istintivamente si alza dalla sedia, forse per cercare di mettersi in salvo, ma cade a terra già morto, senza avere avuto nemmeno il tempo di dire “ahi”. Tramontana, rovesciata la scrivania, si butta addosso alla donna, la disarma e, torcendole un braccio dietro la schiena, la porta dai Carabinieri. Almeno questa è la ricostruzione del fatto che raccontano Tripodi e Crupi.
Ma perché Fortunata Viola ha ucciso Domenico Tripodi? Interrogata, spiega le sue ragioni:
– Ammetto di avere ucciso Tripodi con la pistola che egli stesso mi aveva dato quindici o sedici mesi addietro, quando ebbi la prima relazione con lui.
– Cosa dici? La pistola te la dette lui? Non è possibile!
– Premetto che Tripodi da moltissimi anni mi perseguitava con proposte illecite, alle quali sempre mi rifiutavo comprendendo bene come per la diversità di condizione non mi avrebbe potuta sposare. Egli però insisteva con ogni lusinga ed anche con minacce, sia dicendo che mi avrebbe fatta uccidere per ignota mano, sia avvertendomi che avrebbe creato tali apparenze contro di me da farmi sentire perduta. Preoccupata di queste minacce, finii coll’accondiscendere ai suoi voleri e siccome mi mostravo preoccupata per l’eventuale pubblicità della illecita relazione, Tripodi stesso mi consegnò la pistola dicendomi di farne uso contro di lui se dalla sua bocca fosse trapelata qualche cosa… però non fu lui che mi disonorò, ma fu parecchi anni fa mio cugino Antonio Crupi, che sparai per indurlo a sposarmi e non fui processata perché il fatto fu messo a tacere.
– Vedremo… continua.
– Tripodi mi contagiò di malattia venerea e mi rese incinta. Per nascondere la mia gravidanza mi condusse con lui a Reggio ove mi fece abortire nella casa di una levatrice a me sconosciuta. Per la malattia venerea e per questo aborto io deperii gravemente nella mia salute, ma invano per le cure necessarie mi rivolsi a Tripodi, il quale solo dopo ripetute insistenze consentì a darmi minimi sussidi. Intanto egli passò a matrimonio e, seppure io nessuna obiezione gli abbia fatta, confidò alla moglie la relazione avuta con me, cosicché costei, in varie occasioni, ebbe a trattarmi con disprezzo ed a vietarmi l’ingresso in casa sua, ove mi recavo per lavoro. Dopo moltissime insistenze e per l’intromissione del dottor Salvatore Chirico, Tripodi si decise ad accompagnarmi a Messina dal professor Cordaro, il quale ebbe a riscontrarmi una piaga all’utero che rendeva necessario l’intervento chirurgico e una degenza di quindici giorni nella sua casa di salute. Affinché nulla di tutto questo trapelasse a Gallico, io e Tripodi eravamo rimasti d’accordo che egli avrebbe detto che io ero a Bagnara in casa di sua suocera per lavoro. Egli, naturalmente, avrebbe dovuto provvedere al pagamento della retta di degenza e dell’atto operatorio, invece mi diede solo cinquecento lire quindici giorni prima di accompagnarmi a Messina e cinquecento lire mi mandò successivamente dietro mia richiesta mentre ero degente nella casa di salute, non facendosi mai vivo. Restai, così, debitrice di cinquecento lire verso il professor Cordaro. Tornata a Gallico, da certi discorsi fattimi da Pietro Tramontana, che io avevo pregato di intromettersi nella questione, compresi che Tripodi non aveva mantenuto l’impegno e che la mia assenza da Gallico era commentata in modo per me disonorevole. Cerai di avvisare Tripodi onde indurlo almeno a soddisfare il debito verso Cordaro e poi a consentirmi di lavorare ancora nella ciurma di raccolta degli agrumi perché la gente potesse dimettere i sospetti sul mio conto ed io potessi vivere onestamente del mio lavoro – si ferma qualche secondo pensierosa, poi continua –. Avverto che io uscii dalla casa di salute dieci giorni addietro e che potei parlare con lui solo dopo vari giorni e cioè il tredici o il quattordici ed egli, alle mie insistenze e preghiere, mi rispose sarcasticamente che in quanto al professor Cordaro lo avessi pagato vendendomi gli aranci del giardino, che sapeva bene che io non ho, e in quanto al lavoro che me ne procurassi un altro altrove giacché in casa sua non avrei dovuto mettere più piede. Cercai di insistere, ma lui mi disse chiaramente che non intendeva più occuparsi di me. Allora pregai Tramontana di interporsi ancora e di ottenere dalla moglie di Tripodi quanto il marito mi aveva rifiutato, ma ne ebbi la risposta che avrei solo potuto avere qualche lira in caso di stretto bisogno. Irritata per questo abbandono e addolorata per questa cattiva fama che Tripodi mi aveva procurato in paese, ove si era resa pubblica la mia relazione illecita, inducendosi così anche mia sorella a cacciarmi da casa sua, avevo deciso di uccidermi. Stamattina, però, avendo visto Tripodi vicino a casa sua ed avendo notato come egli, per evitare di incontrarsi con me, rientrasse precipitosamente in casa, io mi armai della pistola per andarne in cerca ed uccidermi in sua presenza. Pensai, però, prima di avvicinare ancora una volta Tramontana per pregarlo di interporsi ancora una volta e nello stesso tempo per esigere mezza giornata di lavoro che da lui avanzavo. Affacciatami sulla porta di Tramontana, vi trovai inaspettatamente Tripodi. Salutai Tramontana e gli cercai la mezza giornata di lavoro e notai che Tripodi non solo non rispose al mio saluto ma avvicinò la mano alla fondina della rivoltella, dicendomi “vai via puttana, non mi fare perdere la libertà!”. Perciò, irritata, estrassi l’arma e sparai non so se due o tre colpi, poi fuggii ma venni subito fermata da Tramontana, che mi disarmò e mi accompagnò dai Carabinieri – poi, come tra sé e sé, borbotta – niente per me, niente per nessuno…
– No, lo hai ucciso perché pretendevi che lui continuasse la relazione illecita!
– Non è vero che pretendessi che egli avesse a continuare la relazione con me. Io non ebbi più alcun rapporto con lui fin da quando, nel settembre dello scorso anno, mi procurò l’aborto!
Dalle prime indagini non risulta che in paese sapessero del ricovero di Fortunata in ospedale, ma dalla voce pubblica risulta invece che nutriva odio e gelosia per i coniugi Tripodi. Per lei, pensando che Domenico non era più a sua completa disposizione, la felicità che questi godevano non poteva essere cosa gradita e quindi pensò di mettere in pratica la sua vendetta.
Dalla perquisizione svolta in casa di Fortunata spunta un pacchetto contenente lettere, cartoline e fotografie del fratello dell’ucciso, a nome Natale, attualmente soldato, che aprono nuovi ed inaspettati scenari perché dalla lettura della corrispondenza sembra evidente che anche Natale avesse rapporti illeciti con Fortunata. Viene ascoltato Antonio Crupi, il cugino dell’omicida, che conferma i rapporti sessuali ed il colpo di pistola sparato al suo indirizzo, ma dice di non averla voluta sposare perché non la trovò vergine.
Rosaria Lo Presti, rimasta vedova dopo appena cinque mesi di matrimonio, racconta:
– Fortunata Viola era spesso adibita a servizi nella nostra casa. Avendo saputo che andava sparlando di noi, anche attribuendo a mio marito una gelosia inesistente ed essendo stata informata della sua condotta equivoca, d’accordo con mio marito le facemmo chiaramente comprendere che la sua presenza in casa nostra non era desiderata e così si allontanò. Nego recisamente che mio marito mi avesse confidato di avere avuto rapporti illeciti con Fortunata e nego anche di avere saputo che fosse ammalata ed aveva bisogno di denaro per curarsi. Certo, se mi fosse stato noto, io non avrei badato a spese per evitare il tragico fatto che mi ha reso vedova. Fortunata mi salutava sempre ed io rispondevo al suo saluto perché non avevo alcuna animosità contro di lei – si ferma un attimo per asciugare le lacrime, poi continua – ancora mi domando per quale ragione mio marito sia stato ucciso…
Quando viene ascoltato Natale Tripodi, le cose sembrano imbrogliarsi ulteriormente:
– Le lettere gliele inviavo perché con lei me la intendevo nascosto dalla mia famiglia anche prima di fare il soldato. Venni in licenza nel mese di maggio 1923 ed in quella occasione la Viola mi diede la blenorragia. Dopo un paio di mesi mio fratello Domenico mi scrisse che Fortunata era incinta e quindi essa voleva moneta. Io risposi di darle quello che voleva purché non si facesse sapere nulla a mio padre, ma ignoro il fatto del procurato aborto.
– Sapevate che anche vostro fratello aveva relazioni illecite con l’imputata?
– Non è a mia conoscenza che Domenico aveva relazione con Fortunata, anzi aggiungo che quando mio fratello mi scriveva, spesse volte mi rimproverava che io davo confidenza ad una donna di lavoro. Ciò appare anche dalle lettere che io scrivevo a lei perché qualche volta trascrivevo passi delle lettere di mio fratello.
– Sapete il vero motivo per cui è stato ucciso vostro fratello? Siccome avete ammesso che avete resi noti i rimproveri di vostro fratello alla Viola, è possibile che lo abbia fatto perché ostacolava la vostra relazione?
– Non so il motivo perché la Viola ha ucciso mio fratello, non saprei dire se essa si sia indotta al delitto perché vedeva da mio fratello intralci nella nostra relazione dato che dal maggio 1923 non sono più venuto in licenza…
Le parole di Natale vengono in qualche modo confermate dal padre della vittima, che dice:
– Ignoro la ragione che ha determinato la Viola a commettere l’omicidio ed escludo abbia mai avuto relazioni intime con mio figlio Domenico. Io mi ero deciso di non mandare più soldi a Natale perché nel paese si mormorava della sua relazione con la donna.
E una conferma potrebbe essere un passo contenuto in una lettera spedita da Domenico a Natale:
Ti faccio sapere che qui in Gallico vi è una continua critica sul tuo conto a riguardo alle lettere e cartoline che giornalmente gli scrivi a Nata, quale ti fai a capire quanto tu non capisci mandando cartoline aperte, inviandoci i tuoi baci e le persone che le leggono ti fanno assai critiche e se per caso lo può sapere il papà, stai sicuro che la manderà fuori del nostro lavoro perché a me lo disse uno che è consapevole delle tue lettere e cartoline che gli scrivi, dunque non ti dico altro, ora tu sei avvertito e ti regoli tu se ti pare giusto tutto questo di dare tanta confidenza a una donna di lavoro e non sa scrivere e le lettere gliele fanno altri.
A questo punto Fortunata Viola viene di nuovo interrogata. Cosa dirà, messa di fronte a ciò che appare come evidente?
– Ammetto di aver ricevuto dal fratello dell’ucciso tutta la corrispondenza che mi fate vedere. Egli mi scriveva perché mi rispettava come una sorella, pur ignorando completamente i miei rapporti col fratello Domenico. Nego che relazioni meno che lecite siano passate fra me e Natale Tripodi e ciò si può desumere dalla corrispondenza stessa che è del tutto innocente. Io facevo vedere le lettere e le cartoline che ricevevo alla sorella ed al padre, dal quale ebbi anche la fotografia di Natale. È falso, quindi, che abbia contagiato Natale di blenorragia. Domenico Tripodi invece, essendo a conoscenza di questa mia corrispondenza, divenne geloso del fratello e mi vietò di scrivergli ancora.
Una risposta immediata e lucida. Vediamo come si mettono le cose.
Interrogato, Pietro Tramontana conferma la ricostruzione dei fatti fornita al Maresciallo Capo Giuseppe De Lorenzo, comandante la caserma di Gallico, e nega il ruolo che Fortunata gli ha attribuito:
– Ignoro assolutamente la causa del fatto. So che la Viola lavorava nella nostra ciurma, da dove si assentò circa venti giorni addietro senza neanche siglare il suo conto. Se avesse voluto avrebbe potuto riprendere liberamente il lavoro perché il suo posto era scoperto. Non sussiste assolutamente che Fortunata Viola abbia richiesto il mio intervento per ottenere da Tripodi i mezzi per curare la sua salute e ignoravo assolutamente i rapporti che intercedevano fra essa e Tripodi – poi aggiunge –. In paese la Viola gode fama di donna di facili costumi, che ha avuto rapporti con molte persone. Per la verità non ho mai avuto da dire sulla sua onestà. Ignoro, quindi, quanto ci sia di vero nella voce pubblica come donna di molteplici relazioni. Domenico Tripodi godeva fama di persona corretta e onesta.
Identica deposizione rende anche Giovanni Crupi, tra l’altro zio di Fortunata Viola.
Ma c’è anche una deposizione che, al contrario, conferma molte circostanze raccontate da Fortunata ed è quella del dottor Salvatore Chirico che, tra le altre cose, dice:
– Verso la metà di aprile, vedendo passare Fortunata Viola e notando in lei un certo deperimento, gliene chiesi la ragione ed essa mi confidò di essere affetta da blenorragia, contagiatale da Domenico Tripodi. Le consigliai di curarsi ed ella mi disse che tutte le cure erano state inutili. Allora le consigliai di ricoverarsi in una casa di salute a Messina ed ella, che voleva guarire per andare in America dal fratello, mi disse d’interpormi affinché Domenico Tripodi le desse i mezzi. Parlai con Tripodi e mi sembra che mi abbia detto che tutto ciò era una conseguenza di un fatto del fratello Natale. Fortunata, poi, ebbe a dirmi che Domenico Tripodi, dopo averla contagiata, andava attribuendo la colpa al fratello. Tripodi non fece alcuna difficoltà circa il denaro che Fortunata richiedeva, soltanto si lamentò della condotta della donna per le scenate che spesso gli faceva e ad una scenata presenziai io stesso. Tripodi non voleva accompagnare Fortunata a Messina per timore che lo sapesse la sua giovane moglie, ma alle mie insistenze acconsentì. Fortunata partì da Villa San Giovanni e Tripodi da Reggio. La sua assenza dal paese fu variamente commentata. Un giorno mi scrisse una lettera nella quale mi diceva che la cura era quasi ultimata, che doveva pagare le mille lire convenute e mi pregava di invitare Tripodi a mandarle i soldi. Dai discorsi fattimi da Fortunata compresi che si doleva soprattutto del fatto che Tripodi non la trattava con cordialità e forse non la lasciava spadroneggiare nella sua casa come ella forse desiderava.
Il professor Vincenzo Cordaro, da parte sua, assicura di non aver trovato alcun segno di un aborto pregresso, ma solo, secondo il suo parere, i postumi della blenorragia, che risolse con un raschiamento e delle lavande vaginali.
A Fortunata, intanto, vengono contestati anche il tentato omicidio in persona del cugino Antonio Crupi ed il procurato aborto, quindi viene trasferita nella sezione femminile del carcere di Poggioreale a Napoli.
Il 9 giugno 1925 la Sezione d’Accusa dichiara chiusa l’istruttoria e ordina il rinvio di Fortunata Viola al giudizio della Corte d’Assise di Reggio Calabria per rispondere di omicidio premeditato e, nello stesso tempo, dichiara di non doversi procedere per i reati di tentato omicidio e procurato aborto per insufficienza di prove.
La causa si discute il 23 aprile 1926 e, durante l’interrogatorio, Fortunata dichiara:
– Nel carcere di Poggioreale ho sofferto di un’ulcera sifilitica alle labbra, di una glandola sifilitica alla gola e di scolo cronico contagiatomi da Domenico Tripodi.
La difesa, sostenendo che la blenorragia e lo scolo sifilitico le hanno provocato una perturbazione mentale tale da toglierle la coscienza o la libertà degli atti, chiede di sottoporla a perizia psichiatrica. La richiesta viene accolta, il dibattimento sospeso e Fortunata viene internata nel manicomio giudiziario di Aversa per essere osservata dagli alienisti professor Eugenio La Pegna e dottor Luciano Fattore.
Il giudizio dei periti, contenuto nella relazione datata 17 settembre 1926, è lapidario:
Il modo in cui avvenne l’atto criminoso, la recidività nei crimini compiuti precedentemente con le stesse modalità e per le stesse ragioni contro un altro individuo, le circostanze che precedettero, accompagnarono e seguirono il reato, le ampie menzogne ideate per scusarsi di esso, il calcolo e la freddezza rivelati dall’imputata dimostrano che costei l’abbia compiuto nella più perfetta integrità di mente, per la qual cosa essa è pienamente responsabile di quanto ha commesso ai danni di Domenico Tripodi. Né meno responsabile l’imputata deve essere ritenuta per i delitti contro il Crupi, i quali furono commessi nella pienezza della sanità mentale.
È ovvio che il giudizio sulle condizioni mentali di Fortunata relativamente al tentato omicidio del cugino non ha rilevanza penale, ma crediamo che i periti abbiano voluto ugualmente esprimerlo per rafforzare il loro parere.
Si può riprendere il dibattimento ed il 13 ottobre 1927 la Corte, escludendo la premeditazione, condanna Fortunata Viola ad anni 30 di reclusione, di cui ne dichiara condonati anni 4, oltre ai danni, alle spese ed alle pene accessorie.
Fortunata ricorre per Cassazione e la Suprema Corte, con sentenza del 20 aprile 1928, rigetta il ricorso.[1]
[1] ASRC, Atti della Corte d’Assise di Reggio Calabria.