IL CORAGGIO DELLA PAURA

Carlo Meleca, da Grotteria in provincia di Reggio Calabria, è temuto perché violento, prepotente ed impulsivo, d’altra parte il suo certificato penale parla chiaro: condanne per rapina, trasgressione alla vigilanza speciale, mancate lesioni con arma, violenza contro gli agenti della forza pubblica. Sposato con figli, Meleca ha messo gli occhi su Assunta Racco, la giovanissima moglie del diciannovenne Vincenzo Tavernese – giovane mite, indolente, incapace di forti risentimenti –, e le fa una corte insistente ed assidua, profittando dei pochi metri di distanza che separano la sua abitazione da quella della donna e, soprattutto dall’indole mite del marito.

Alle avances di Meleca, Assunta ha opposto sempre un netto rifiuto, ma il mal sopportato corteggiatore non si scoraggia e non lascia passare occasione per farle segni con le mani, con le labbra, con strizzatine d’occhio e tutto questo, a volte, anche alla presenza del marito, del quale non teme la reazione considerandolo un tipo melenso e rassegnato.

Vincenzo si fida di Assunta e lascia correre, ma decide di chiederle:

Quali sono i tuoi sentimenti? ‘Mpari Carlu ti ‘nsurta ancora? – Assunta non risponde, ma non per questo Vincenzo perde la pazienza. Invece cerca, in silenzio, di fare in modo che Assunta non incontri Carlo, evitando egli stesso di venire a conflitto col temibile avversario perché, sebbene disposto a tolleranza e rassegnazione, è letteralmente paralizzato dal timore che Meleca incute a tutti i paesani.

Questa è la situazione in cui vivono Vincenzo ed Assunta quando, verso le otto e mezza di domenica 25 settembre 1932, Meleca, spinto da stimoli di concupiscenza resi più ardenti dal contegno fermo di Assunta, penetra furtivamente in casa della coppia, convinto che Vincenzo si sia recato in campagna ma, per esserne assolutamente certo, lo chiama diverse volte:

‘Mpari Vicenzu… ‘mpari Vicenzu

Vincenzo è a letto perché si sente poco bene. Sente la voce di Meleca che lo chiama, ma non risponde, fa cenno alla moglie di stare zitta, poi si nasconde dietro la porta che immette in cucina per sentire cosa il corteggiatore molesto dirà ad Assunta.

Meleca, non avendo ricevuto risposta da Vincenzo, è sicuro che questa volta Assunta non potrà sfuggirgli ed entra baldanzoso in camera da letto, dicendole con tono suadente:

Sono venuto a godere della tua bella presenza – poi le si avvicina, le accarezza le guance e continua – che begli orecchini che hai… le tue mani sono morbide come la seta e tu devi essere morbida con me

Mentre sta per passare dalle parole ai fatti, Vincenzo esce dal suo nascondiglio ma, lungi dall’infuriarsi, si limita a chiedergli:

Perché siete entrato in casa mia?

Sono venuto per fare visita proprio a voi! – risponde. Poi, avendo visto sotto il letto alcuni pannolini sporchi, indicandoli, rivolto ad Assunta con tono sprezzante, continua – Se fossi stato vostro marito, per questa trascuratezza vi avrei percosso! – Ha fatto una figuraccia, ha risposto a modo suo e potrebbe andarsene facendo l’offeso, magari schiaffeggiando Vincenzo per l’oltraggio, invece stacca dal muro un orologio a cucù, lo butta a terra e, in tono di scherno, dice a Vincenzo – Vorrei che me ne faceste dono!

Adesso può andare via, spavaldo come un padrone di casa che abbia dato assetto ai suoi affari.

Vincenzo adesso è preoccupato perché ha finalmente capito che Assunta ha corso seriamente il rischio di essere violentata, se non fosse stato per l’indisposizione che lo ha costretto a letto. Decide in un attimo: Assunta ed i loro bambini devono essere messi al sicuro e perciò non possono restare nella loro casa, troppo facilmente violabile da Meleca. Qual è il posto più sicuro? A casa della nonna di Assunta, dove un’aggressione sarebbe molto più difficile. Preparate in fretta e furia quattro cose, escono e quasi di corsa arrivano a casa della nonna, poi Vincenzo torna sui suoi passi e pensa, temendo che Meleca possa aggredirlo da un momento all’altro, che sia opportuno dotarsi di un’arma per difendersi, così prende un coltello e quindi si avvia verso casa sua.

In questo frattempo Carlo Meleca è andato a casa di Venanzio Tavernese e, col suo solito contegno da prepotente, gli ha chiesto qualcosa da mangiare, ricevendo prontamente un piatto di capperi. Tavernese è infastidito, ma per non darlo a vedere esce sul ballatoio di casa, vede passare Vincenzo e, ignaro di quanto è appena accaduto, lo invita a mangiare un boccone. Vincenzo accetta e non appena entra in casa vede Meleca intento a mangiare. Conforme al suo costume serba prudenza, ma non riesce a dissimulare del tutto il suo imbarazzo per la presenza sgradita e, nonostante le premurose insistenze del padrone di casa, non assaggia nulla di ciò che gli viene offerto, limitandosi a bagnare le labbra con un sorso di vino. Vorrebbe andare via, ma Meleca gli impone di restare perché vuole tornare a casa insieme a lui. Quando arrivano davanti alle loro case, che sono praticamente attaccate, Meleca chiama la moglie e si fa portare quattro mele, dandone due a Vincenzo, quindi gli chiede:

‘Mpari Vicenzu, l’aviti ‘nu cuteddu ppe mundari i puma?

– No – mente.

Allora Meleca, che ha offerto le mele e ha fatto la domanda per sapere se Vincenzo sia armato, rassicurato dalla risposta, lo invita a continuare a camminare, dicendo alla moglie che sarebbero andati a bere un bicchiere di vino nella cantina di Rocco Fudà. Percorso un breve tratto di strada, Meleca devia ed entra in un campo, fermandosi sotto un ulivo e, impugnando il suo bastone contro Vincenzo, digrignando i denti gli dice:

Dobbiamo tirarci col coltello!

Vincenzo, più che mai intimorito dall’improvviso cambiamento nel contegno di Meleca, farfuglia:

Non c’è bisogno di tirarsi col coltello, io sono padre di figli e debbo lavorare per essi

Meleca, ancora più infuriato, replica:

Ti rifiuti di tirare? – e contemporaneamente lo colpisce al viso con un pugno.

Vincenzo è stordito, capisce che la sua ora sta per arrivare e tenta il tutto per tutto. Come un fulmine mette la mano in tasca, estrae il coltello e gli vibra con tutta la forza che ha, la forza della disperazione, una tremenda coltellata al petto. Meleca ha solo il tempo di sgranare gli occhi per la sorpresa, abbassare lo sguardo per vedere il primo fiotto di sangue che gli zampilla fuori dal petto, poi si abbatte al suolo. Morto stecchito.

Vincenzo si costituisce e, piangendo, racconta come sono andate le cose, poi aggiunge:

– Mi sono visto perso… stava per ammazzarmi e l’ho colpito – quindi legittima difesa.

Sua moglie conferma tutto quello che è successo fino a che Vincenzo portò lei ed il figlio a casa della nonna per proteggerla da ulteriori tentativi di Meleca, ma non ci sono testimoni oculari che possano confermare la sua versione dell’omicidio. Ci sono, però, testimoni che, descrivendo la personalità della vittima, renderebbero plausibile la versione di Vincenzo. Tra questi c’è Giuseppe Panetta, zio di Meleca:

Era un vero tipo di prepotente che anche ai parenti faceva sentire gli effetti della sua indole malvagia.

Neanche quando veniva rinchiuso in carcere Meleca abbandonava i suoi metodi irrequieti e violenti, tanto che fui costretto ad isolarlo in una camerata – racconta Achille Scarfò, custode delle carceri di Gioiosa Ionica.

Sull’altro piatto della bilancia c’è la personalità di Vincenzo Tavernese:

Si è sempre mostrato onesto, calmo, laborioso, incapace di far male a chicchessia, mite al punto di sembrare insensibile – depongono concordemente parecchi testimoni.

La vedova conferma gli orari indicati da Vincenzo e sua moglie, ma lo fa per scagionare il marito dall’accusa di essere penetrato in casa Tavernese per violentare Assunta:

Vidi Tavernese, la moglie ed il figlio verso le otto di domenica 25 settembre 1932 che si dirigevano verso la casa della nonna di lei. Mio marito era a casa e ci rimase fino alle undici

Venanzio Tavernese, che fu costretto a far mangiare Meleca e che poi invitò Vincenzo, conferma l’imbarazzo di quest’ultimo e conferma che Meleca pretese di uscire insieme all’imputato.

Chiusa l’istruttoria, il 26 gennaio 1933 il Giudice Istruttore accoglie la richiesta della Procura e rinvia Vincenzo Tavernese al giudizio della Corte d’Assise di Locri per rispondere di omicidio volontario.

La causa si discute l’8 giugno 1933 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: si è dimostrato, in modo non dubbio, che Meleca era un terribile pregiudicato, molesto a quanti lo conoscevano, temuto da tutti per la sua pericolosa impulsività e venuto in odio agli stessi parenti intimi. D’altro canto parecchi testimoni hanno descritto la mitezza di carattere dell’imputato, onde apparisce del tutto degno di fede il racconto fatto da esso e dalla moglie di lui circa l’ingresso in casa di Meleca e il dialogo da lui avuto con Assunta Racco, racconto che è confermato dai numerosi particolari riferiti e dal fatto, accertato dalla stessa parte lesa (Novembre Maria Rosa, vedova dell’ucciso) che l’imputato, la moglie ed il figlio, verso le ore otto del 25 settembre 1932, si dirigevano verso la casa della nonna. Evidentemente l’imputato usciva allora dalla propria abitazione per condurre la moglie in casa della nonna di lei, altrimenti non si spiegherebbe come egli si trovava in compagnia della moglie e del figlio, tanto più che, essendo quello un giorno festivo, deve escludersi che Tavernese andava a lavorare in campagna. Quando Maria Rosa Novembre vide Tavernese la scena era già avvenuta, onde non merita fede quanto essa querelante afferma circa la permanenza del marito in casa sino alle ore 11, essendo ciò del tutto inverosimile, specialmente perché in un giorno di festa l’irrequieto Meleca non si sarebbe mai rassegnato a passare in casa tutta la mattinata fino alle 11,30 quando si recò a fare visita al testimone Venanzio Tavernese. Tutto questo va detto ad esuberanza in quanto, anche ammesso che Meleca non fosse andato affatto in casa dell’imputato, resterebbero fermi gli altri due punti di fatto risultati dalla deposizione del teste Venanzio Tavernese, contro il quale non si è sollevata ombra di sospetto, e dalla dichiarazione della parte lesa, e cioè che Meleca, volendo condurre seco l’imputato, passò dinnanzi alla propria abitazione, si fé portare dalla moglie il bastone, il cappello e quattro mele, ne dié due all’imputato, gli chiese se avesse il coltello per sbucciarle e, avutane risposta negativa, lo condusse sotto l’ulivo, lo addossò al tronco di esso e gli intimò di battersi col coltello, minacciandolo col bastone ed alle dichiarazioni remissive ed imploranti replicò dicendogli “dunque ti rifiuti di tirare?” ed assestandogli il violento pugno sul viso. L’imputato, che sino a quel momento aveva dato saggio di pazienza, quale raramente può trovarsi in persona della sua età, gravemente oltraggiato nell’onore e seriamente minacciato nell’integrità personale da un terribile delinquente, si trovò evidentemente nella necessità di reagire per difendersi, non già da un pericolo attuale di una offesa ingiusta, ma da una violenta e formidabile aggressione in atto, in cui da un momento all’altro egli avrebbe indubbiamente trovato la morte. La sua reazione, del tutto proporzionata alla violenza dell’avversario, fu pertanto giustificata dalla necessità che lo spinse a difendersi, non essendovi, allora, per lui altro scampo che quello di usare la forza al fine di arrestare il braccio di un avversario che, addossatolo al tronco dell’ulivo, era in procinto di finirlo a colpi di bastone.

Egli, pertanto, essendosi tenuto nei limiti della difesa incolpata, non può andare soggetto a pena.

Per questi motivi la Corte assolve Vincenzo Tavernese dall’imputazione ascrittagli per non essere punibile avendo agito in stato di legittima difesa.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.