Filippo Aiello da Palizzi, in provincia di Reggio Calabria, di sua iniziativa comincia a trattare il matrimonio di sua sorella con Antonio Milea e quello di suo zio Filippo Quattrone con la sedicenne Olimpia Milea, sorella di Antonio. Le trattative per il primo matrimonio però si interrompono perché i genitori della ragazza non possono assegnarle in dote la somma richiesta da Antonio Milea, nonostante gliela avessero pure promessa. Allora Filippo Aiello pretenderebbe di troncare anche il fidanzamento tra lo zio e Olimpia, pretesa, però, che lo zio rifiuta di accettare perché, essendosi compiaciuto dei pregi morali e fisici di Olimpia, non sente di poterla abbandonare.
Filippo Aiello, ragionando a modo suo, vede nel rifiuto dello zio un’offesa da non lasciar passare invendicata e pensa di creargli tante e tali difficoltà da costringerlo a lasciare la fidanzata. La sua opera di sfiancamento comincia ricorrendo alla calunnia, attribuendo allo zio di avere detto e propalato che la moglie di Antonio Checco, prima di passare a matrimonio, aveva fatto la prostituta in contrada Mastrangelo. Poi, forse perché la gente non gli crede, va dirlo direttamente ad Antonio Checco, istigandolo a vendicarsi dello zio Filippo Quattrone.
Checco, che ha un ottimo concetto dell’onestà della moglie, sulle prime non dà importanza alla cosa, ma poi, mosso dalle insistenze di Aiello, decide di chiarire la faccenda e, seguendo il consiglio dell’amico, organizza a casa sua un incontro con Quattrone alla presenza di Aiello. Quattrone, che è stato informato della diceria e giura pubblicamente di non aver mai pronunciato la benché minima espressione indecorosa sul conto della moglie di Checco, sua compagna d’infanzia e da lui considerata come una sorella, accetta l’invito al chiarimento e la sera del 12 agosto 1937, verso le otto e mezza di sera, va a casa di Checco, dove c’è anche Fioravante Spinella, chiamato a fare da testimone.
Il confronto, su invito di Checco e Aiello, invece di svolgersi in casa come previsto, si svolge per strada, dove i due invitano Quattrone a seguirli, allontanandosi di una trentina di metri. Spinella, che avrebbe dovuto fare da testimone, invece resta a casa di Checco.
I tre, giunti nei pressi di un’antenna telegrafica, si accingono a parlare e Checco, invece di rivolgersi direttamente a Quattrone, chiede ad Aiello:
– È vero, dunque, che Quattrone ha detto che mia moglie ha fatto la puttana?
– Sì, è vero! – gli risponde, ovviamente, Aiello.
Quattrone, non potendo più trattenersi, protesta:
– Non solo non ho mai parlato male di vostra moglie, ma non avrei mai potuto parlarne male giacché quella donna per me è una sorella che mi ha in più di un’occasione beneficato! Io non potevo ricambiare i benefici con la divulgazione di una calunnia!
Ascoltate queste parole, Aiello è furente, teme che Checco possa crederci, e allora brandisce il suo bastone e colpisce lo zio in testa. Quattrone capisce che gli hanno teso un tranello e, implorando pietà, urla:
– State fermi perché siete in due e volete ammazzarmi!
– Anche fermo mi devo stare? – urla Checco di rimando, confermando così che crede ad Aiello, e gli tira uno schiaffone in faccia.
Quattrone sa che reagire non servirebbe a niente e allora scappa più velocemente che può, inseguito dal nipote che cerca di colpirlo col bastone, mentre Checco se ne torna a casa.
– Che è successo? – chiede Spinella a Checco quando entra in casa.
– Niente, io tirai due schiaffi a Quattrone e questi e Aiello scapparono verso Palizzi…
Sono lunghi secondi di terrore quelli che sta vivendo Quattrone, terrore che gli fa perdere il senso dell’orientamento e per sfuggire al nipote si getta da un argine piuttosto alto, ma nel cadere poggia male il piede sinistro e se lo storce. Nonostante ciò, resistendo al dolore, continua a correre zoppicando, ma il nipote lo raggiunge e gli assesta altri due violente bastonate che gli colpiscono il braccio sinistro, proteso per riparare la testa.
Quattrone capisce che il nipote vuole davvero ammazzarlo e per prevenire la prossima bastonata, che potrebbe essere quella fatale, mette la mano destra in tasca e riesce a cacciare un coltello, col quale colpisce il nipote due volte: la prima volta, superficialmente, alla regione sotto clavicolare sinistra, la seconda, fatale, al collo e Filippo Aiello cade a terra senza un lamento, morto all’istante.
Filippo Quattrone viene arrestato e racconta i fatti sostanzialmente come li abbiamo letti, confortato dalle deposizioni di alcuni testimoni oculari, oltre che di Checco e di Spinella.
– Non potevo correre velocemente come la situazione richiedeva e siccome mi aveva già colpito altre volte e imminente, per me, era il quarto colpo di bastone, che avrebbe potuto freddarmi, allora per difendermi ho preso il coltello e l’ho colpito… altra via non mi rimaneva…
Chiusa l’istruttoria, il 13 gennaio 1938 Filippo Quattrone viene rinviato al giudizio della Corte di Assise di Locri per rispondere di omicidio volontario.
La causa si discute il 23 maggio successivo e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: in presenza di tali risultanze processuali si rende manifesto come il giudicabile non possa essere sottoposto a pena. Che il fatto si sia svolto nei precisi termini descritti non è da dubitare, giacché le singole circostanze che precedettero l’incontro del 12 agosto sono risultate in modo più che sicure dalle affermazioni dei testi Filomena Aiello, Olimpia Milea, Anna Checco, Giuseppe Milea e Francesco Scerra, Brigadiere dei Carabinieri, mentre il convegno in casa Checco, dove avrebbe dovuto svolgersi il confronto, l’arrivo colà dell’imputato e della vittima, l’uscita dei tre dalla casa, risultarono dalla deposizione di Fioravante Spinella. Il successivo svolgimento del fatto appare dalla narrazione fatta da Checco, nonché dalle affermazioni di diversi testimoni che hanno riferito la versione addotta dall’imputato, il che rende pienamente ammissibile la versione sostenuta da Quattrone nel suo interrogatorio. Infine, ciò che allontana dalla valutazione del fatto qualunque ombra di dubbio è la persona del giudicabile, sulla quale furono riscontrati i segni di almeno tre colpi di bastone. Quattrone cominciò a trovarsi in stato di legittima difesa dal momento in cui si trovò nei pressi dell’antenna telegrafica con Aiello e Checco, giacché proprio fin d’allora cominciò per lui la necessità di difendersi, non già dal pericolo attuale di una offesa ingiusta, ma da una aggressione violenta vera e propria, compiuta da due avversari, di cui uno armato di bastone, mentre egli era del tutto inerme. Se anche pericolo attuale non fosse esistito, egli doveva credere di trovarsi in pericolo, giacché gli atti compiuti dai due avversari non potevano che rappresentare l’inizio di una serie di azioni più gravi. Con l’inseguimento da parte di Aiello l’aggressione acquistò carattere di maggiore gravità, mentre divenne del tutto insostenibile dopo la caduta dall’argine e la distorsione al piede. Si imponeva in quel momento per Quattrone un’azione decisiva che valesse a salvarlo dall’aggressione del nipote ed altra difesa egli non poté attuare se non quella di impugnare il coltello e ferire, né tale difesa era sproporzionata perché, davanti ad un avversario mostratosi accanito nell’inseguimento, munito di bastone, e che già gli aveva assestato diversi colpi, servirsi di un coltello per immobilizzare l’aggressore costituiva una difesa adeguata alla gravità dell’offesa. Anche sotto tale punto di vista, l’azione del giudicabile deve essere ritenuta legittima. La Corte assolve Quattrone Filippo dall’omicidio in persona di Aiello Filippo per non essere punibile avendo agito in stato di legittima difesa e ne ordina la scarcerazione, se non detenuto per altra causa.[1]
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.