IL FIGLIASTRO E LA MATRIGNA

Antonio Fabis, sessantaseienne contadino da Altomonte, sposò in seconde nozze la quarantaduenne Rosina Calimò ed il matrimonio non fu certamente gradito dai figli di Antonio, ma specialmente da Agnesino che, avendo già formato famiglia a parte, aveva già avuto dal padre una certa quota di terreno, onde gli era preclusa ogni ingerenza nella campagna familiare paterna. Ma ci sono altre situazioni a rendere i rapporti tra Agnesino e la matrigna piuttosto tesi: le difficili condizioni economiche a causa della grave infermità di sua moglie che lo ha costretto a vendere il pezzo di terra avuto dal padre, le frequenti richieste al genitore al fine di avere qualche prodotto del suolo per sopperire ai bisogni familiari, avendo anche due figli, ed infine il pessimo carattere di Rosina, descritta come linguacciuta, alquanto prepotente e molto interessata economicamente per sé più che per la famiglia. Intendiamoci, nemmeno Agnesino ha un buon carattere: è taciturno e non molto attaccato al lavoro. Quanto basta per capire che tra la matrigna ed il figliastro non può esserci se non una istintiva antipatia ed insofferenza.

La mattina del 29 giugno 1946 Antonio Fabis autorizza i figli Agnesino e Giuseppe a tagliare alcuni rami di un pioppo vicino alla sua casa colonica per la costruzione di una capanna atta a riparare dal sole l’aia comune nell’imminenza della trebbiatura.

Eseguito il lavoro, Agnesino va nella masseria per bere e per chiedere se è pronto da mangiare. In casa c’è Rosina, seduta, mentre è intenta a pulire del grano sparso sul tavolo. Di fronte a lei la figlioletta di Giuseppe ed in una stanza accanto la moglie di questi, che sta facendo addormentare il figlioletto. Rosina, che ha visto i figliastri tagliare i rami del pioppo ed all’oscuro dell’autorizzazione paterna, comincia a rimproverare ed offendere Agnesino:

– Come ti sei permesso? Ladro! Adesso ti querelo!

Agnesino sembra mantenere la calma, ma alla fine sbotta:

– Brava! Querelami ssi cugliuni! – accompagnando le parole ad un inequivocabile gesto delle mani, poi sbuffa e se ne va, mentre Rosina riprende a pulire il grano come se niente fosse. In questo frattempo rientra il marito, subito informato della sconcezza pronunciata da Agnesino e l’anziano Antonio, visibilmente irritato, esce per andare a rimproverare il figlio e gli dice:

– Lei non lo sapeva che vi avevo detto io di tagliare i rami del pioppo, devi essere educato quando parli con tua madre, non fartelo ripetere più!

Lei non è mia madre, mia madre è morta! – gira sui tacchi e se ne va.

Da quando Agnesino e Rosina hanno litigato è passata circa mezz’ora e niente lascia presagire che ci possa essere un seguito, infatti Rosina è sempre intenta a pulire il grano, la bambina la osserva per imparare e la moglie di Giuseppe è sempre nella stanza accanto. Poi si apre la porta ed entra Agnesino. Rosina, che dà le spalle alla porta, nemmeno si gira per vedere chi è e la bambina sta sbadigliando. Agnesino ha in mano una scure e nei pochi passi che lo dividono dalla matrigna solleva l’arma sopra la testa. La bambina resta con lo sbadiglio a metà e fa per urlare terrorizzata, ma è ormai troppo tardi perché la scure si abbatte sul collo di Rosina due volte come se fosse un ramo di quel pioppo che ha causato la discussione, facendola abbattere sul tavolo cosparso di grano, che immediatamente diventa rosso sangue.

Senza dire una parola, Agnesino si gira, apre la porta e sparisce. Solo a questo punto dalla gola della bambina terrorizzata escono urla strazianti che richiamano la mamma. La bambina singhiozza e trema come una foglia, ma riesce a pronunciare il nome dello zio.

Agnesino, portando con sé la scure, va a casa di un contadino che abita non lontano, Salvatore Bellizzi, e gli dice di avere appena ucciso la matrigna, poi aggiunge:

Poco prima mi aveva rimproverato severamente, minacciando di querelarmi per il taglio del pioppo che mio padre aveva autorizzato… adesso vado a costituirmi in carcere

Ma Agnesino non ha detto la verità al vicino perché non va a costituirsi, sparendo letteralmente dalla circolazione.

Due vaste ferite alla nuca mercè arma da taglio con la frattura delle vertebre cervicali e lesione del sottostante midollo allungato, che hanno causato la morte istantanea.

Più volte Agnesino ha minacciato me e mia moglie quando, prepotentemente, veniva a richiedere ghiande ed ortalizi e le sue parole spesso erano “poi ce la vediamo”, onde mal sopportava la matrigna per futilissime ragioni di interesse – racconta il padre ai Carabinieri, che da parte loro confermano quanto in giro si dice di Rosina e di Agnesino.

Mia suocera, quando tornarono dal lavoro mio marito Giuseppe e mio cognato Agnesino, celiò costoro minacciandoli di querelarsi per avere tagliato i rami del pioppo. Agnesino se la prese a male e, sentendola in seguito brontolare, le rispose “devi querelare i miei coglioni!”. Dopo di ciò mia suocera si ammutolì – racconta la cognata di Agnesino, sostenendo che da parte di Rosina si trattò di uno scherzo.

La bambina, unica testimone oculare, ripresasi dallo spavento, riesce a ricostruire l’orrenda scena a cui è stata costretta ad assistere:

Ero seduta di fronte a nonna, quando vidi entrare zio Agnesino dall’ingresso posto alle spalle di nonna con una scure nelle mani. Appena entrato le tirò due colpi, uno dietro l’altro, alle spalle e subito se ne uscì tranquillamente.

È il 7 luglio 1946. Dall’omicidio è passata una settimana quando arriva un telegramma da Novara: Agnesino Fabis è stato arrestato in quella città ed è appena partito, con i ferri ai polsi e scortato da due Carabinieri, per Cosenza. Appena arrivato in città viene immediatamente interrogato dal Giudice Istruttore:

Colpii Rosina Calimò solo dopo che costei mi aveva afferrato e sbattuto violentemente contro una parete della stanza, colpendomi anche al braccio con un palo… mi ha chiamato cornuto, ladro e disgraziato…anche con estranei lei parlava spesso male di me

– Quindi ci fu una colluttazione…

– Sì.

– E come spieghi il fatto che è stata trovata seduta su una sedia e accasciata sul tavolino?

Durante la colluttazione rimase sempre in piedi, cadde sulla sedia dopo averla colpita… ha fatto una specie di giro su sé stessa

– È vero che talvolta hai minacciato tuo padre e la tua matrigna pretendendo dei prodotti del suolo? Litigavi spesso con la matrigna?

Non li ho mai minacciati per avere ortalizi e non ho mai litigato con lei.

Poco credibile per vari motivi che si incastrano l’uno con gli altri: la deposizione precisa della nipotina colloca la nonna seduta sulla sedia con le spalle alla porta ed in questa posizione fu trovata dai Carabinieri; i colpi di scure furono tirati dall’alto in basso, cosa impossibile se la donna fosse stata in piedi; ammettendo questa ipotesi e ammettendo che una volta colpita Rosina avesse fatto una specie di giro su sé stessa, non avrebbe mai potuto trovarsi nella posizione in cui fu rinvenuta.

Quattro mesi dopo il fatto, il 25 ottobre 1946, citata dalla difesa, viene ascoltata di nuovo la bambina e c’è una sorpresa: ritratta e cambia completamente versione dei fatti:

Quando zio Agnesino entrò nella stanza mia nonna si alzò e, afferratolo per la giacca, lo sbattè due o tre volte vicino al muro, rimettendosi poscia a sedere ad a continuare a pulire il grano. Mio zio, arrabbiato, uscì a prendere la scure e, ritornato, con questa colpì mia nonna

Nello stesso tempo la difesa cita un altro testimone, Antonio Marziano, colono di Giuseppe Fabis, che, trovandosi nelle immediate vicinanze nei momenti del delitto, avrebbe visto come si svolsero i fatti:

Lavoravo a cinque metri dal luogo dove si trovava Rosina Calimò e vidi che costei si alzò e, afferrato Agnesino per il petto, lo spinse violentemente due o tre volte contro il muro, dopo di che la donna tornò a sedersi presso il tavolo ove stava a pulire il grano, mentre Agnesino si recò fuori e, armatosi di scure, corse verso la Calimò e la colpì alle spalle

Due versioni praticamente identiche a quella di Agnesino, che induce gli inquirenti a ritenerle mendaci perché frutto delle manovre dei familiari per favorire il congiunto. E poi, obiettano gli inquirenti, se davvero ci fu una colluttazione, come mai non se ne accorse la moglie di Giuseppe Fabis, che era nella stanza accanto? Non se ne accorse perché non ci fu alcuna colluttazione.

Chiusa l’istruttoria, il 22 febbraio 1947 la Sezione Istruttoria accoglie la richiesta della Procura e rinvia Agnesino Fabis al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio volontario aggravato in danno di un’affine in linea retta.

La causa si discute il 4 luglio 1947. Interrogato in udienza, Agnesino conferma quanto ha già messo a verbale e aggiunge che, per il suo stato di emotività, non ricorda più come precisamente è avvenuto il delitto. Poi la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che non possono esserci dubbi sulla responsabilità dell’imputato, essendo egli pienamente confesso. Pertanto, continua la Corte, quel che occorre accertare riguarda innanzi tutto la causale, le modalità del delitto e se all’imputato spetti qualcuno dei benefici invocati.

Partiamo dalla causale: Rosina Calimò, avendo visto quei rami tagliati, prese senz’altro a domandare spiegazioni al figliastro convivente. Dato il carattere di lei (linguacciuta, alquanto prepotente e molto interessata economicamente per sé più che per la famiglia) è facile intuire quale tono e quale comportamento abbia usato nei confronti di lui, senza prestar fede a quanto il figliastro poté dire circa l’autorizzazione ricevuta dal padre per il taglio di quei rami. Indubbiamente la Calimò dové, tra l’altro, minacciare il figliastro di querelarlo. La cosa dové finire senza ulteriori conseguenze ed Agnesino Fabis, sconvolto ed eccitato, si allontanò dalla masseria. L’ingiustizia del rimprovero e della minaccia, la preoccupazione di una eventuale denunzia ed il contegno della donna costituiscono il movente del delitto.

Le modalità del delitto: l’imputato, nell’interrogatorio reso al Giudice Istruttore, disse che dopo due o tre minuti dalla discussione, la matrigna gli si avvicinò e, afferratolo per i risvolti della giacca, lo sbatté contro la parete della stanza chiamandolo “cornuto, ladro, disgraziato” e con un palo lo colpì al braccio sinistro, onde egli reagì con la scure, ritenendo anzi che fosse un bastone. Disse inoltre che presente al fatto era la nipotina e precisò che quando colpì la matrigna, questa si trovava a brevissima distanza dalla sedia sulla quale poi cadde. Ma questo assunto difensivo è smentito in pieno sia dalle dichiarazioni della nipotina, sia dal sopralluogo subito eseguito, sia dall’autopsia del cadavere. La nipotina, nella deposizione resa l’indomani, quindi sotto il ricordo recente, sia pure impressionante, della scena a cui aveva assistito, disse che stava seduta di fronte alla nonna, quando vide entrare lo zio dall’ingresso posto alle spalle della nonna con una scure nelle mani e vibrarle due colpi, uno dietro l’altro, alle spalle, uscendo tranquillamente subito dopo. La nonna non si accorse dell’arrivo del figliastro e appena ricevuti i colpi si abbatté sul tavolo. Alle grida della bambina accorse la madre da una stanza attigua e trovò la Calimò già morta. Dunque nessuna discussione vivace, nessuna invettiva e nessuna colluttazione. La seconda deposizione della bambina, resa quattro mesi dopo, è evidentemente mendace e ben si spiega con le manovre dei suoi familiari, intese a favorire l’imputato. Parimenti non è degna di fede la deposizione del teste Antonio Marziano. È senz’altro da escludersi, pertanto, l’ipotesi di un’aggressione all’imputato da parte della matrigna.

I benefici invocati: la legittima difesa. Escluso che la Calimò usò violenza materiale contro il figliastro, non può sussistere, in punto di fatto, la discriminante della legittima difesa. E, se pure si volesse dare fede alla tardiva deposizione della bambina ed a quella, sospetta, del teste Marziano, egualmente non si potrebbe parlare di legittima difesa perché, a parte le sproporzioni, la eventuale aggressione della Calimò si esaurì in un primo tempo e, come lo stesso imputato ammette, egli uscì dalla masseria e vi tornò dopo pochi minuti. E se si vuol credere alla bambina ed al teste Marziano, dopo l’azione violenta della Calimò nulla avvenne perché costei tornò a sedere ed a pulire tranquillamente il grano, mentre l’imputato uscì e, armatosi di scure, tornò e aggredì la matrigna. Un altro beneficio richiesto è la mancanza della volontà omicida e la derubricazione del reato ad omicidio preterintenzionale: una tesi siffatta contrasta con tutte le risultanze processuali. La causale, l’arma adoperata, il momento in cui la Calimò fu colpita, la posizione in cui si trovava – che rendeva più agevole l’esecuzione del delitto – e soprattutto la regione colpita e la ripetizione dei colpi denotano chiaramente che Agnesino Fabis non ebbe soltanto l’intenzione generica di offendere l’integrità fisica della matrigna, ma invece quella determinata e specifica di volerla sopprimere. Infine, l’attenuante di avere agito per motivi di particolare valore morale: non è il caso, poi, neppure di soffermarsi sulla sussistenza dell’attenuante. Quale valore morale difendeva o intendeva difendere l’imputato? Il banale incidente sorto per il taglio dei rami di pioppo non gli imponeva di difendere qualche speciale causa d’onore o di prestigio quando la Calimò, ignara dell’autorizzazione data dal marito, lo rimproverava. Nessuna difesa di particolare valore morale poteva consigliare o imporre una così efferata reazione.

Potrebbe essere tutto, ma la Corte ritiene giusto approfondire un aspetto: Rosina Calimò minacciò di querelare Agnesino per il taglio dei rami. Non per scherzo, come ha detto la cognata, ma in tono serio, come assicura il fratello Giuseppe. Per la Corte, la stanchezza del lavoro, l’indole di Agnesino, l’ingiustizia del rimprovero e della minaccia, la preoccupazione di una eventuale denunzia ed il contegno della donna che, dopo la sfuriata, tranquillamente riprese il suo lavoro di pulitura del grano, dovettero indubbiamente agire sull’animo dell’imputato, già mal disposto naturalmente verso la matrigna, a determinare nell’animo suo la vendetta. Egli, quindi, reagì al fatto ingiusto della Matrigna, per quanto sproporzionatamente, onde gli spetta l’attenuante dello stato d’ira. La Corte ritiene, inoltre, che gli si possano concedere anche le attenuanti generiche in virtù della modalità del fatto, dei suoi precedenti penali e della situazione familiare di lui, inasprita dal comportamento tutt’altro che affettuoso della matrigna.

A questo punto non resta che determinare la pena da irrogare ad Agnesino Fabis: partendo da anni 24 e riducendosi di un terzo per lo stato d’ira si arriva ad anni 16 che, per le attenuanti generiche possono diminuirsi di anni 5, avendosi, così, anni 11, cui bisogna aggiungere l’aumento di anni 3 per la recidiva generica, si giunge ad anni 14 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Il 20 ottobre 1948 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Agnesino Fabis.

Il 14 giugno 1950 la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara condonati anni 3 della pena.

Il 25 febbraio 1954 la Corte d’Appello di Catanzaro, visto il D.P. 19 dicembre 1953 n. 922, dichiara condonati anni 3 della pena.[1]

In totale la condanna resta fissata in anni 8 di reclusione.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.