Piazza Piccola a Cosenza. È la mattina dell’8 maggio 1945 e la notizia che la guerra mondiale è ufficialmente finita con la resa incondizionata firmata dai tedeschi si sta spargendo velocemente. Si festeggia, sì, ma la fame morde ancora. Gruppi di persone commentano l’avvenimento, altra gente gira per bancarelle e negozi di pesce cercando di fare acquisti con il poco che ha in tasca. Altri si aggirano cauti in cerca di clienti per vendere roba a mercato nero e tra questi c’è l’anziano Raffaele Pagliuso che ha sigarette di contrabbando. Due sconosciuti lo fermano e gli dicono:
– Siamo di san Giovanni in Fiore, avete sigarette da vendere?
– Ne ho una sessantina di pacchetti di marca estera – risponde.
– Andate a prenderli, li guardiamo e poi contrattiamo il prezzo – risponde uno dei due, mentre l’altro si allontana dicendo:
– Torno subito, devo andare vicino all’Hotel Imperiale per comprare altre sigarette…
Pagliuso fa un cenno di assenso con la testa e si allontana a sua volta per andare a casa a prendere le sigarette, che mette in una borsa e quindi torna a Piazza Piccola. Arrivato, trova solo uno dei due sconosciuti e gli dice:
– Ho anche sigarette nazionali da esportazione…
– Vediamole – gli risponde quello mentre sopraggiunge anche l’altro compratore e insieme controllano i pacchetti – quanto vorreste?
– Centottanta lire a pacchetto per quelle estere e cento per quelle da esportazione.
– È troppo, dovete scendere di parecchio – gli rispondono, ma davanti al rifiuto categorico di calare il prezzo l’affare sfuma ed i due sconosciuti si allontanano. Pagliuso rimette i pacchetti nella borsa e si avvia verso casa. Scende la gradinata che immette su Lungo Crati e prosegue in direzione dello Spirito Santo. Oltrepassata la caserma dei Vigili del Fuoco imbocca il vicoletto che conduce a Via Martirano, ma tre individui gli si parano davanti impedendogli il passaggio. Pagliuso si blocca e comincia a tremare quando vede che uno dei tre tiene impugnato contro di lui un oggetto come se gli volesse sparare, mentre gli altri due lo afferrano per le braccia e con violenza gli tolgono la borsa dalle mani porgendola all’altro, che prende tutti i pacchetti di sigarette, butta a terra la borsa e si dileguano tra i vicoli.
Pagliuso ha perso il suo piccolo capitale. Che fare? Ci pensa su qualche giorno, poi il 13 maggio va in Questura a denunciare la rapina subita e racconta tutto al Brigadiere Vincenzo Verbari, che riceve la querela senza fargli domande, per esempio come ha avuto le sigarette e se ha riconosciuto qualcuno degli aggressori o i due sconosciuti acquirenti.
Due giorni dopo Pagliuso torna in Questura ed il Vice Commissario Aggiunto Umberto Jannelli gli fa vedere alcune foto segnaletiche, tra le quali dice di riconoscere uno dei due che lo avevano avvicinato per comprare le sigarette, lo stesso che poco dopo aveva fatto il gesto di sparargli con un oggetto indistinto: Giovanni Avellino.
Portato in Questura, Avellino dice di non saperne niente e fornisce un alibi: dalle 10,00 alle 14,00 dell’8 maggio 1945 accudiva alla vendita del pesce in Piazza Piccola, alle dipendenze della ditta Taranto e che, di conseguenza, non gli sarebbe stato possibile allontanarsi per commettere la rapina e ha anche tre testimoni che lo confermano.
– Sicuro che non avete chiesto a Pagliuso se aveva sigarette? – gli chiede il Vice Commissario Jannelli.
– Non posso escludere che, approfittando di qualche breve sosta nel distribuire il pesce, abbia potuto contrattare con Pagliuso la vendita delle sigarette…
Pagliuso viene convocato dal Giudice Istruttore e adesso fa una dichiarazione un po’ equivoca:
– In Questura ho semplicemente dichiarato che mi sembrava che uno dei miei aggressori fosse Giovanni Avellino – una crisi di coscienza o ha paura?
Non la pensa così il Vice Commissario Jannelli che, interrogato a sua volta, afferma categoricamente:
– Davanti a me ed al Brigadiere Verbari, Pagliuso riconobbe Avellino. Ho molto insistito per sapere da costui se proprio riconosceva nell’Avellino uno degli aggressori, riflettendo che avevo a che fare con un vecchio quale è Pagliuso e lui rispose in modo affermativo.
Ma potrebbe esserci un problema di procedura: il verbale di riconoscimento è firmato dal solo Jannelli per la Questura e da Pagliuso. La firma di Verbari non c’è. Perché non ha firmato se era presente? Sarà stata una svista perché quando gli atti vengono trasmessi in Procura, non passa molto per chiedere e ottenere il rinvio a giudizio di Giovanni Avellino davanti alla Corte di Assise di Cosenza per rispondere di rapina aggravata dal numero di persone e dalla recidiva.
La causa si discute il primo febbraio 1946 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: a giudizio della Corte il Pagliuso ebbe, al cospetto del Giudice Istruttore, spiegabile crisi di coscienza perché assalito dal dubbio che poteva essere caduto in errore nel dichiarare al Vice Commissario Jannelli che Avellino era uno degli autori del delitto e che come tale lo riconosceva. Avellino non era disoccupato e, lavorando alle dipendenze della ditta Taranto, aveva la possibilità di comprare le sigarette da Pagliuso e sarebbe stato mettere in sospetto costui se gli avesse detto che era di San Giovanni in Fiore, mentre è di Cosenza e, difatti, essendo entrambi residenti in città, non poteva escludere a priori che Pagliuso lo conoscesse.
Poi continua: vero è che tra il non avvenuto acquisto delle sigarette ed il delitto trascorse breve tempo, ma ciò non esclude, giova ripeterlo, che altre persone abbiano commesso il fatto sentendo, prima, la richiesta delle sigarette rivolta a Pagliuso e, poi, che la vendita di esse non si perfezionava, giacché è notorio che in Piazza Piccola vi è sempre affluenza di moltissime persone che vi si fermano per comprare o per altre ragioni.
L’orientamento della Corte appare chiaro, infatti termina: in dipendenza delle premesse considerazioni, la Corte ritiene che nessuna prova convincente ed apprezzabile esiste a carico di Avellino Giovanni che, dunque, va assolto per non aver commesso il fatto.[1]
Quindi le sigarette di contrabbando si potevano vendere liberamente?
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.