Nelle primissime ore del 14 gennaio 1946 la trentatreenne Angelina Bruno si presenta dai Carabinieri di Orsomarso e racconta:
– Ieri pomeriggio, domenica, mi recai a legnare con mio fratello Luigi. Mi ero già distanziata da lui, quando sentii un colpo di fucile e poi dei lamenti che mi fecero accorrere nel luogo da cui questi provenivano. Trovai per terra morente mio fratello, il quale ebbe appena il tempo di dire “mi hanno ammazzato”, che spirò tra le mie braccia…
I Carabinieri vanno subito sul posto e rinvengono il cadavere, che presenta sul corpo diverse ferite alle regioni sottoscapolare, sotto ascellare e lombare di destra, prodotte in maniera evidente da un colpo di fucile caricato a pallini. Ispezionando accuratamente i dintorni, i militari notano sul terreno delle impronte di scarpe che hanno una particolarità sui tacchi: dei ferri lunghi un centimetro. Ispezionate le scarpe del cadavere, appare evidente che quelle impronte le ha lasciate il morto e i Carabinieri ne seguono il percorso e arrivano in un orto coltivato a cavoli, nel quale ci sono altre impronte, le più interessanti delle quali sono di zoccoli di legno, dei sacchi vuoti abbandonati per terra, dei cavoli recisi e sparsi sul terreno – altri cavoli verranno ritrovati poco dopo in un burrone vicino – e, un po’ più distante, un tacchetto di cartuccia di fucile. Continuando ad ispezionare l’orto, il Pretore, nel frattempo sopraggiunto, ed i Carabinieri notano, tra gli sterpi che formano siepe, un passaggio che sembra fatto da data non remota; portatici in detto passaggio notiamo che esso è prospiciente all’orto di cavoli ed è tale che una persona che vi si pone può perfettamente dominare l’orto stesso. In detto passaggio, e precisamente nel centro della siepe, il terreno si presenta pulito in modo da permettere ad una persona di potersi comodamente acquattare. Messi in relazione questi elementi, è evidente che il delitto è stato commesso nell’orto, che Luigi Bruno, sorpreso a rubare i cavoli, sia stato ucciso o dal proprietario o da chi materialmente coltivava l’orto, che, ferito, si allontanò andando poi a morire nel posto dove lo ha trovato sua sorella. Il proprietario dell’orto è Pietro De Marco e chi lo coltiva è suo cognato Giuseppe Silvestri. Ma se invece fosse stato il proprietario di un orto vicino o qualcuno che ce l’aveva a morte con lui e, sapendo che rubacchiava ortaggi, lo ha appostato e ucciso, cercando di scaricare la responsabilità su altri? Le indagini si svolgono a trecentosessanta gradi e risulta che Luigi Bruno non aveva nemici, come risultano veritieri gli alibi dei proprietari vicini. Resterebbero solo il proprietario e suo cognato, che vengono posti in stato di fermo, ma il primo ha un alibi inattaccabile ed il secondo dice che ha passato tutta la domenica a trasportare e molire olive nel suo frantoio. Bisogna verificare.
Intanto ai Carabinieri arriva la voce che il cognato di Luigi Bruno, Luigi Addiego, è a letto perché ferito ad una gamba e gli vanno a fare una visita. Siccome le ferite, leggere, sono dovute a pallini da caccia, lo dichiarano in stato di fermo e lo invitano a spiegare perché, da chi, come, dove e quando è stato ferito. Adduci non ci mette molto a cantare:
– Sull’imbrunire del 13 gennaio, io, mio cognato Luigi Bruno e la sorella Angelina eravamo andati a rubare dei cavoli. Io tenevo il sacco e mio cognato vi deponeva i cavoli rubati. Poi una persona che non mi fu possibile vedere sparò da una quarantina di metri due colpi di fucile che attinsero in pieno mio cognato e ferirono lievemente me. Io, sebbene ferito, mi diedi a precipitosa fuga, senza curarmi degli altri due e raggiunsi la mia abitazione in paese.
Angelina Bruno, arrestata per il furto, si dichiara estranea ai fatti e ribadisce le parole dette ai Carabinieri il 14 gennaio.
Giuseppe Silvestri viene arrestato con l’accusa di omicidio volontario e tentato omicidio perché l’alibi fornito non regge sia per le sue contraddizioni, sia per le contraddizioni dei testimoni citati dalla sua difesa, testimoni che vengono dichiarati inattendibili perché di favore. D’altra parte è l’unico che poteva avere interesse a sparare contro i ladri, esasperato per i continui furti subiti. La cosa strana è che, per quanto minuziose siano le ricerche dei Carabinieri, sia in casa di Silvestri, in quelle dei suoi parenti e nelle campagne circostanti, non viene rinvenuto alcun fucile.
I familiari di Silvestri si battono strenuamente per difenderlo e avanzano nuovi sospetti sui proprietari degli orti vicini ed il più indiziato è Salvatore Spingola, messo in stato di fermo dopo le dichiarazioni di un bambino di otto anni che lo accusa apertamente, ed in casa gli viene sequestrato un fucile da caccia a due canne, ma è subito chiaro, e la successiva perizia lo confermerà, che l’arma non può essere quella usata per uccidere Bruno perché le canne sono arrugginite all’interno, segno inequivocabile che il fucile non viene usato da molto tempo. Ma poi, ragionano gli inquirenti, che motivo poteva avere Spingola per sparare contro dei ladri che stavano rubando nell’orto di Silvestri, che dalla sua proprietà nemmeno si vede? Che motivo poteva avere per ricavare nella siepe un nascondiglio in cui acquattarsi ed attendere l’arrivo dei ladri nell’orto di Silvestri? Si può dare totale credito alla deposizione di un bambino, facilmente influenzabile per la sua età?
Per prevenire un furto nel suo orto, anch’esso coltivato a cavoli, è la risposta logica che viene in mente. Dalla ispezione effettuata in loco, però, risulta che i cavoli di Spingola sono striminziti e rachitici e non valgono né i rischi che comportano un furto, né tantomeno una esasperata difesa. A questo punto le risposte logiche che si danno gli inquirenti sono tutte negative e Spingola esce dall’inchiesta.
L’istruttoria, per gli inquirenti, può considerarsi chiusa e viene chiesto, ottenendolo, il rinvio a giudizio di Giuseppe Silvestri per omicidio volontario, tentato omicidio e porto abusivo di fucile; di Luigi Addiego e Angelina Bruno per furto aggravato dal numero di persone (tre).
Ad occuparsi del caso è la Corte d’Assise di Cosenza il 14 maggio 1947.
La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva in via preliminare: non vi può essere alcun dubbio che Bruno Luigi sia stato colpito dai pallini, che lo attinsero in maniera mortale, mentre era a rubare, con il cognato Luigi Addiego e la sorella Angelina, i cavoli nell’orto coltivato da Silvestri Giuseppe. Al riguardo, la confessione di Luigi Addiego, che riportò anch’egli ferite da pallini, è decisiva e fondamentale perché non vi era per lui ragione alcuna di inventare un fatto che lo esponeva ad una sicura ed inevitabile responsabilità penale. D’altra parte la sua confessione trova conferma dal fatto che furono rinvenute nell’orto le impronte delle scarpe di Luigi Bruno, dal caratteristico tacco, onde se ne poté seguire il percorso dal punto dove fu attinto dal colpo di fucile al luogo ove cadde e morì. Trova altresì conferma nel rinvenimento del tacchetto della cartuccia di fucile nell’orto e, infine, nei cavoli sparsi sul terreno e in parte maggiore buttati nel burrone vicino. Le minuziose indagini condotte non lasciano incertezze e, del resto, non si è mosso, né si poteva muovere, da alcuno anche un accenno di dubbio al riguardo.
Messo questo punto fermo, la Corte dipana la matassa delle indagini per accertare senza ombra di dubbio il responsabile dell’omicidio e osserva: la ricerca del colpevole ne esce facilitata e sicura poiché se il delitto fu conseguenza, e non può essere diversamente, di un moto di incontrollata impulsività da parte di chi subiva un danno ed un’offesa, la logica impone di individuare nel proprietario della merce rubata colui che, sparando, si vendicava e puniva. Ricercare una causale diversa del delitto sarebbe vano, innanzi tutto perché non sono nemmeno affiorati elementi che possano far pensare ad un omicidio determinato da ragioni di odio, di onore, di inimicizia da parte di chi covasse dei vecchi rancori verso Bruno, che pare non avesse nemici e tanto meno è risultato che mai abbia ricevuto minacce di morte. L’omicidio è stato commesso con tutte le caratteristiche dell’agguato, ma di un agguato teso contro persona non ben determinata ed individuata o che si aspettava e si sapeva sarebbe andata in quel luogo ed in quell’ora. Il nascondiglio ricavato nella siepe dimostra che l’uccisore lo aveva preparato e quindi aveva teso un’imboscata ma, poiché nessuno mai poteva supporre che proprio Luigi Bruno, Luigi Addiego e Angelina Bruno in quel giorno ed in quell’ora si sarebbero recati a rubare i cavoli nell’orto di Silvestri, deve pensarsi che l’agguato fu predisposto non contro Bruno ed i congiunti, ma contro quell’ignoto ladro che insidiava la proprietà e che altre volte si era reso responsabile di furti simili. E l’unica persona nella cui mente poteva sorgere l’idea di attentare all’incolumità personale del ladro, non poteva essere che quella a cui il furto arrecava danno e cioè Giuseppe Silvestri, proprietario dei cavoli, che erano i più belli della zona, che erano stati coltivati con particolare cura, che erano costati disagi e sacrifici, se Silvestri vi aveva finanche, a forza di braccia, portato l’acqua per innaffiare.
Sono parole che sanno di una velata giustificazione e fanno tirare un mezzo sospiro di sollievo a Silvestri. Poi la Corte, con lo stesso tono, continua: si sa quanto tenace ed esasperante sia l’amore del contadino alla terra. È un sentimento che sorge prepotente ed istintivo dai primi anni e cresce sempre di più fino ad assumere una forma morbosa e quasi esclusiva. È per la terra che il contadino lotta di giorno e di notte, colle intemperie e col sole cocente. Nnessun sacrificio è duro o è sconosciuto all’uomo per quell’angolo di terra che è frutto del suo lavoro e del suo sudore. E se così forte è quest’attaccamento, non meno tenace, non meno ostinato è il sentimento di protezione del proprio bene quando lo si sente da altri insidiato e, nella primitiva psicologia del contadino, il bisogno di questa protezione si confonde con quello della vendetta per cui, alcune volte, senza controllo del senso della misura e della proporzione si perviene all’idea aberrante di poter ricorrere anche al delitto, anche all’omicidio, pur di soddisfarlo. Nulla di strano, quindi, che Giuseppe Silvestri, vedendo una mano furtiva sottrargli quei pochi cavoli che tanto lavoro gli erano costati, abbia pensato di fermarla una buona volta e con un mezzo efficace e radicale – ma perché la Corte usa questo ragionamento? Sta cercando una via per giustificare un omicidio? Continuiamo a leggere per capire dove si vuole arrivare –. Anche se proprio non abbia voluto punire con la morte un così lieve reato, v’è una circostanza veramente decisiva dalla quale la responsabilità del proprietario dei cavoli scaturisce precisa ed innegabile ed essa è il rinvenimento di quattro cavoli nel burrone. Cavoli che, pel colore e per le dimensioni, corrispondono esattamente a quelli che sono coltivati nell’orto di Silvestri. Anzi, citando quanto scritto dal Pretore nel verbale d’ispezione, “i cavoli sono stati tagliati proprio dall’orto cennato perché i torsoli combaciavano esattamente col diametro delle piante da cui furono esportati”. Orbene, questo fatto deve avere una spiegazione logica e convincente. Se l’uccisore fosse stato una persona diversa dal proprietario dei cavoli, aveva tutto l’interesse a lasciare ben visibili i cavoli recisi e abbandonati dai ladri: quale mezzo migliore di questo per far deviare le indagini della polizia, indirizzandole verso la persona più sospettabile, il proprietario dei cavoli, cioè colui a carico del quale i cavoli rappresentavano la prova più eloquente del delitto? L’avere, invece, cercato di sottrarre ad eventuali ricerche i cavoli stessi, significa aver voluto sopprimere questa prova evidente ed inoppugnabile di responsabilità poiché, se questa traccia non fosse stata scoperta, e l’uccisore non poteva sapere che le scarpe del morto avevano delle particolarità e che il tacchetto del fucile sarebbe rimasto nel luogo dello sparo, forse difficilmente si sarebbe potuto accertare che il povero Bruno ricevette il colpo nell’orto di Silvestri.
Ma i cavoli nel burrone avrebbero potuto buttarli Addiego e Angelina Bruno mentre scappavano, o no? Per la Corte assolutamente no e spiega: non certo Addiego e Angelina Bruno potevano buttare i cavoli rubati nel burrone perché essi pensarono ad allontanarsi scappando dal luogo del delitto e, del resto, sarebbe assurdo pensare che essi, dotati da tanta presenza di spirito e di tanto sangue freddo da nascondere i cavoli, avessero invece lasciato sul terreno una prova ancora più certa ed orientatrice contro di loro, quale quella dei sacchi abbandonati nell’orto. Non certo poté sparpagliarli nel burrone Luigi Bruno, che si abbatté e morì a ben 250 metri dal burrone. E allora è di palmare evidenza che li sottrasse alle ricerche l’unico che aveva l’interesse a farli sparire per eliminare un elemento di accusa formidabile contro di sé: il proprietario dei cavoli, Giuseppe Silvestri. Poi, per la Corte, c’è un altro elemento gravissimo a carico dell’imputato: l’occultamento del suo fucile: non si trovano case di contadini dove un’arma, sia pure vecchia o arrugginita, non stia lì a dare un senso di sicurezza e di tranquillità a chi è più esposto ai pericoli di un’abitazione isolata in campagna. Giuseppe Silvestri, come aveva voluto sopprimere una prova a suo carico disperdendo i cavoli nel burrone, così aveva eliminato la prova più eloquente del proprio delitto facendo sparire il fucile col quale aveva ucciso.
E con queste due contestazioni, unite alle sue contraddizioni ed al fallimento dell’alibi, la posizione di Silvestri sembra aggravarsi di nuovo, ma la Corte ha in serbo qualche altra sorpresa: non vi è dubbio che autore dell’uccisione di Luigi Bruno e del ferimento di Luigi Addiego sia stato l’imputato Giuseppe Silvestri il quale però non deve rispondere dei reati di omicidio volontario e tentato omicidio, ma di omicidio preterintenzionale in danno di Bruno e di lesioni con arma in danno di Addiego.
E spiega: innanzi tutto se egli, tendendo l’agguato all’ignoto ladro dei suoi cavoli, avesse avuto intenzione di ucciderlo, avrebbe caricato l’arma a palla o a grossi pallettoni e non a pallini. Generalmente lo sparo a pallini è fatto solo per leggermente ferire, se non addirittura per intimorire. Solo se l’esplosione avviene a brevissima distanza il colpo può essere mortale, quando cioè il bersaglio viene colpito da una rosa di piombo ridottissima che investe violentemente una limitata parte del corpo. Quando invece il colpo parte da grande distanza, i pallini, già freddi e non violenti, formano una così larga raggiera che la ferita non può essere mortale. Silvestri sparò da oltre quaranta metri di distanza, sicché egli non poteva volere, né pensare, ad un omicidio. Ma c’è una circostanza ben più decisiva che dimostra chiara e precisa la sua volontà di non uccidere. Egli colpì in basso, verso le gambe dei ladri e non verso parti veramente vitali quali l’addome, il torace, la testa. Difatti, se Addiego fu ferito alla gamba, il povero Bruno fu attinto in parti vitali solo per una triste fatalità. Egli, infatti, nel momento in cui avvenne lo sparo si era piegato verso il sacco che il cognato gli teneva aperto davanti e dove egli stava per deporre i cavoli rubati. Fu questa particolare posizione del suo corpo che fece attingere il Bruno alle regioni sottoscapolare, sotto ascellare e lombare destra e che dimostra come i colpi fossero diretti verso la parte inferiore del corpo. Se così non fosse, non si spiegherebbe come Addiego, che stava in piedi, sia stato ferito solo agli arti inferiori.
Quindi Silvestri non sparò per uccidere ma solo per ferire i ladri o forse solo per intimorirli, per cui i reati devono essere derubricati in quelli di omicidio preterintenzionale e di lesioni con arma. Inoltre, la Corte afferma che Silvestri ha anche diritto alla concessione di due attenuanti: quella della provocazione per il fatto ingiusto di Bruno e Addiego che, rubando i cavoli nell’orto dove egli aveva profuso tanto lavoro e sostenuto tanti sacrifici, non poteva non determinare uno stato d’ira difficilmente contenibile, anche perché non era la prima volta che si attentava alla sua proprietà e a quella dei suoi familiari. E le attenuanti generiche perché Silvestri è di indole buona, incensurato, amante della famiglia e forse voleva soltanto intimorire i ladri e troncare la loro illecita attività, ponendo così termine a quella serie di furti continui cui era sottoposto; forse la determinazione a sparare si spiega col fatto di essersi trovato dinnanzi non ad un solo ladro, ma a tre persone, il che rendeva più difficile la sua posizione e più particolarmente aspro il suo risentimento.
Scomputate le attenuanti, pena adeguata, per la Corte, è quella di anni 4, mesi 5 e giorni 20 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Poi, applicati gli articoli 2 e 8 del D.P. 22 giugno 1946, n. 4, dichiara non doversi procedere in ordine al reato di lesioni aggravate per sopravvenuta amnistia. In virtù dello stesso D.P. dichiara condonati anni 3 della pena, che resta, così, fissata in anni 1, mesi 5 e giorni 20.
Ora la Corte deve affrontare la posizione di Luigi Addiego e di Angelina Bruno e osserva: nessun dubbio sulla responsabilità di Luigi Addiego, che ha confessato il furto, e di Angelina Bruno, che non solo è accusata da Addiego, ma della quale furono rinvenute nell’orto di Silvestri le impronte degli zoccoli che ella calzava. Pena adeguata per i due imputati è la reclusione per anni 1, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Ma gli articoli 2 e 8 del D.P. 22 giugno 1946, n. 4 valgono anche per loro due e la Corte dichiara estinta l’intera pena per sopravvenuta amnistia.
La Suprema Corte di Cassazione, il 15 maggio 1950 rigetta il ricorso di Giuseppe Silvestri, tendente ad ottenere la non punibilità per avere agito in stato di legittima difesa.[1]
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.