Giuseppe Ciano, trentaduenne contadino da Sant’Ilario dello Ionio, abbandona la carriera nella Guardia di Finanza per poter sposare la giovane Teresa Reale, verso la quale è portato da forte passione. Dalla loro unione, mai turbata da alcun incidente, è nato un bambino che nei primi del 1933 ha cinque anni. Ma dopo poco più di un mese dalla nascita del secondo figlio, il 17 marzo 1933, qualcosa si rompe perché Teresa cambia atteggiamento mostrandosi fredda ed indifferente, giungendo fino a respingere il marito dal talamo nuziale, cosa che desta in Giuseppe un’assai sgradita impressione e lo spinge ad indagare per scoprire il perché di questo improvviso cambiamento. A metterlo sulla pista giusta è sua suocera, che gli confessa di avere sorpreso Teresa insieme a Vincenzo Politanò in posizione equivoca.
Gravemente insospettito, Giuseppe comincia a sorvegliare Teresa per coglierla sul fatto. E l’occasione non tarda a presentarsi perché, pochi giorni dopo, mentre sta lavorando in campagna, arriva di corsa il figlioletto e lo avvisa di avere visto la mamma entrare in casa accompagnata da Politanò! Giuseppe butta la zappa e corre a casa; quando è nelle immediate vicinanze vede Politanò mentre entra in casa attraverso la porta del cortile; Giuseppe allora entra dalla porta principale, che è aperta, e fruga tutta la casa, senza però trovare né Teresa né Politanò.
– Fujiu! – gli urla sua cugina Rachele, e a Giuseppe che, convinto di essere stato tradito, non è riuscito a cogliere sul fatto i due amanti, non resta altro che sporgere querela contro Teresa e Politanò per adulterio. Ma poi, per l’intromissione di alcuni amici e delle autorità del paese, Giuseppe ci ripensa e ritira la querela nella speranza di riprendere con la moglie il primitivo tenore di vita.
Il sentimento che lega Teresa e Vincenzo però è troppo forte perché lei accetti di buon grado di tornare a fare la moglie di Giuseppe, così comincia a dire “quasi” in pubblico:
– Io non posso vivere lontano da Vincenzo, che è il padre del mio secondo figlio! Coabitare con Giuseppe mi è impossibile!
È figlio di Vincenzo? E Giuseppe cosa ne pensa? Sembrerà strano, ma sebbene sia consapevole dello stato d’animo in cui la moglie si trova, tenta ogni mezzo per distoglierla dall’insana passione colmandola di cure, ma Teresa si mostra sempre più fredda e recalcitrante al punto da arrivare a rifiutare di cucinare e di rammendare i panni di Giuseppe, che ora dispera di potersi riconciliare con lei.
È il pomeriggio del 21 agosto 1933. Giuseppe è tornato a casa dalla campagna e si è seduto al tavolo per riposare un po’. Teresa sta spremendo dei limoni e col succo riempie un bicchiere, poi si avvicina al marito e glielo porge:
– ‘Mbivi! – gli dice in tono perentorio, avvicinandogli il bicchiere alla bocca. Giuseppe esita e Teresa, mostrando una certa premura, ripete – ‘Mbivi!
L’insistenza di Teresa fa pensare a Giuseppe che nel bicchiere, oltre al succo di limone, ci possa essere del veleno e rifiuta categoricamente cercando di prendere il bicchiere e Teresa, per impedirglielo, lo butta a terra rompendolo in mille pezzi.
Poi i vicini sentono qualche urlo, quindi il silenzio. Qualcuno va a vedere e trova Teresa a terra in un lago di sangue, morta, e Giuseppe con una scure in mano.
Arrestato, Giuseppe racconta la sua versione dei fatti:
– Restai insospettito dalla premura di mia moglie nel volere che bevessi il succo di limone. Mentre con la sinistra teneva il bicchiere, con la destra mi spingeva la testa. Cercai di impossessarmi del bicchiere, ma lei lo gettò a terra facendolo frantumare. Dopo quell’atto mi ingiuriò chiamandomi cornuto e quindi imbrandì la scure tentando di ferirmi. Io mi impossessai della scure e le assestai diversi colpi alla testa…
Potrebbe essere andata così ma non ci sono riscontri obiettivi e l’unica cosa certa è che Teresa è stata raggiunta da tre tremendi colpi di scure che hanno causato una ferita sulla regione latero cervicale destra davanti al muscolo sternocleidomastoideo che ha reciso la carotide e le vene giugulari; una poco al di sotto della prima; l’ultima, di forma semi lunare, diretta orizzontalmente con un apice che arriva sopra l’osso mastoideo e con gli angoli della convessità che arrivano uno all’angolo della mandibola e l’altro sino alla nuca. La morte, istantanea, è avvenuta per dissanguamento.
Non c’è bisogno di altro e Giuseppe Ciano viene rinviato a giudizio per citazione diretta davanti alla Corte d’Assise di Locri per rispondere di omicidio volontario.
La causa si discute il 30 marzo 1934 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva di non potere accogliere la richiesta della difesa di far ricadere l’uxoricidio nella fattispecie di “omicidio per causa d’onore” in quanto della relazione adulterina ne era venuto a conoscenza mesi prima e non in flagranza.
Poi continua: viene evidente che se Ciano fosse stato effettivamente aggredito dalla moglie a mano armata e poscia, toltale la scure, l’avesse ferita, non avrebbe mai potuto invocare in suo favore la discriminante della legittima difesa giacché la moglie, disarmata, non avrebbe potuto costituire per lui un qualsiasi pericolo ed egli, continuando a lottare con lei, non si sarebbe trovato mai nella necessità di difendere un suo qualsiasi diritto contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta. Ma la circostanza relativa all’aggressione della moglie non è stata confortata da alcun elemento di prova e non può quindi essere presa in considerazione. È innegabile, però, che egli, nel tirare i colpi di scure contro la moglie, agì nello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto di lei. E spiega in cosa consiste, nel caso, il fatto ingiusto: infatti, sebbene egli si fosse mostrato longanime, cedevole, remissivo a tal punto dal desistere dalla querela per adulterio e da mostrarsi disposto a stendere un velo sul passato perché la moglie tornasse agli affetti di prima, Teresa Reale era apparsa sempre disdegnosa e superba; aveva rifiutato di uscire da quella casa ove tutto le ricordava il fatto commesso; aveva propalato di avere accettato la remissione unicamente per evitare la prigione; aveva quasi in pubblico dichiarato che l’ultimo suo bambino era figlio di Politanò ed in ultimo aveva preparato per il marito il succo di limone e glielo aveva offerto mostrando premura perché egli lo bevesse. A quell’offerta Ciano dié manifestamente l’interpretazione di un tentativo di veneficio, ipotesi con la quale soltanto si può spiegare come egli voleva impossessarsi del bicchiere (per farne esaminare il contenuto). Ma, se anche voglia ritenersi che con l’offerta del succo di limone la Reale intendeva soltanto di fare ingiuria al marito, non per questo mancherebbe, da parte di lei, l’atto ingiusto giacché, dopo tante e sì gravi offese concernenti l’onore, costituiva per essa Reale atto assai ingiusto offrire al marito una bevanda amara per significargli che tali bevande egli, ormai, sarebbe stato costretto ad inghiottire. Caratteristico fu, in quell’occasione, l’atteggiamento della Reale che spingeva verso il bicchiere la testa del marito tentando di avvicinargli le labbra al bicchiere. La prova del tentativo si evince non solo dalla dichiarazione di Ciano, ma altresì dal fatto che i cocci del bicchiere furono trovati sul terreno dai Carabinieri, poco lungi dal sito ove i coniugi si erano fermati. Quindi è giusto concedere all’imputato l’attenuante dello stato d’ira per fatto ingiusto della vittima.
La Corte non ha terminato e ritiene che Giuseppe Reale sia meritevole di un’altra attenuante: quella di avere agito per motivi di particolare valore morale, ritenuta non in contrasto con la prima, perché egli tendeva, con la sua condotta, a recuperare l’affetto della moglie, a ricostituire la compagine della sua famiglia, fortemente scossa dall’adulterio, a ridare ai figlioli una madre amorevole che, con una condotta rigeneratrice, facesse dimenticare il momento d’oblio in cui era caduta. Ciano fu ispirato dal fine d’indurre la moglie ad emendarsi ed a riabilitarsi e perciò, riconoscendosi la saggezza e la moralità dei suoi sentimenti, deve a lui concedersi anche la suddetta attenuante.
Adesso si può passare a quantificare la pena: nel determinare la pena da infliggere a Giuseppe Ciano deve aversi riguardo ai suoi buoni precedenti penali, alla sua condotta morale mite e remissiva, all’affetto che aveva dimostrato per la moglie e pel figlioletto maggiore, alla premura con cui aveva tentato di ricostituire l’ambiente familiare, al tempo e al luogo in cui commise il delitto. Avuto riguardo a tali circostanze, stimasi giusto partire da anni 21 di reclusione i quali, diminuiti di un terzo per i motivi di particolare valore morale e di un altro terzo per lo stato d’ira, discendono ad anni 10 e mesi 8, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.
Il 7 novembre 1934 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Ciano e nello stesso tempo, applicando il R.D. 25 settembre 1934, dichiara condonati anni 2 della pena.[1]
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.