IL DISSENSO ESPLICITO

Verso le 20,30 del 27 settembre 1932 la ventitreenne contadina Elisabetta Amato, da Serrastretta, si presenta ai Carabinieri del paese e denuncia suo marito, il ventinovenne Giuseppe Zaccone:

Da qualche mese mio marito ha contratto intime relazioni con la vedova quarantenne Paola Bubba, nostra vicina di casa, e per tale relazione ha abbandonato me ed il nostro figlioletto di tre anni, facendoci mancare i mezzi di sussistenza. Da dodici giorni mio marito non torna a casa perché passa anche le notti a casa della concubina

Senza perdere tempo, la stessa notte, i Carabinieri vanno a bussare a casa di Paola Bubba, che impiega un po’ di tempo ad aprire, e quando le dicono che stanno cercando il suo amante Giuseppe Zaccone sembra cadere dalle nuvole e, protestando vivacemente, assicura di non avere alcun rapporto con costui. Ma i Carabinieri, affatto persuasi di questa assicurazione, entrano e perquisiscono l’abitazione. Tombola! Nel fienile attiguo alla scala, nascosto sotto un mucchio di foglie di castagno, c’è Zaccone semivestito. I due vengono tratti in arresto con l’accusa di concubinato e Zaccone anche per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Tutto risolto? No, per niente, perché due giorni dopo, il 29 settembre, scoppia una vera e propria bomba: in caserma si presenta la sedicenne Luigia Ziparo, la figlia di Paola Bubba, che, accompagnata dalla nonna materna, tra le lacrime racconta l’orrore che ha vissuto:

Da qualche tempo Giuseppe Zaccone, lo sapete, passava le notti con mia madre, coricandosi nell’unico letto esistente in casa, nel letto dove anch’io mi coricavo… fui, così, involontaria spettatrice dei congressi carnali che avvenivano tra mia madre e Zaccone. Nella notte del 17 settembre costui, dopo essersi coricato come di consueto nel nostro letto, prese a palparmi le mammelle e indi mi si buttò addosso per violentarmi. Io tentai di resistere, ma mentre Zaccone mi teneva strette la braccia e mi mordeva sulla guancia sinistra… – si ferma un attimo per prendere fiato, asciugare le lacrime che le rigano senza sosta le guance, soffiare il naso e indicare il posto preciso dove fu morsa e dove è ancora visibile il segno, scuotendo la testa continua – mia madre… mia madre mi minacciava di uccidermi se non fossi stata ferma! Ed io, vinta da quelle violenze, soggiacqui alle turpi voglie di Zaccone e mia madre mi dava dei pizzicotti per indurmi a non muovermi quando venivo violentata. Anche nelle notti successive costui riusciva a congiungersi con me dopo aver vinto la mia resistenza con la violenza e con le minacce di morte che mia madre… mia madre e Zaccone con una rivoltella mi rivolgevano… io avrei voluto denunciarli prima, ma avevo paura per le minacce di mia madre e di Zaccone, che mi imposero il silenzio… mia madre, oltre a minacciarmi di morte, quando doveva allontanarsi, mi chiudeva in casa per non farmi uscire

Non ci sono parole!

Luigia deve essere sottoposta a perizia ginecologica ed i risultati sono inequivocabili: la deflorazione è recente ed i coiti ripetuti.

I due scellerati, interrogati, negano di avere avuto relazioni intime tra loro. Zaccone nega anche di non aver mai posseduto Luigia e, ovviamente, di non averla violentata più volte. Altrettanto ovviamente Paola Bubba nega di aver minacciato la figlia per consentire al concubino di violentarla e mantengono sempre immutata questa linea difensiva.

Luigia, dimostrandosi forte e decisa, le sue accuse le ribadisce in faccia ad entrambi nel corso dei drammatici confronti che deve sostenere.

Da quando Zaccone cominciò a frequentare la nostra casa non tardai a darti prova della sua concupiscenza verso di me – Luigia è ferma e decisa quando accusa sua madre che, imbarazzata, accusa il colpo e assente. Poi la ragazza affonda un altro colpo –. Ti ricordo pure che io, presentendo il pericolo che correvo per la presenza di Zaccone in casa nostra, ti incitai più volte a non permettere più l’ingresso di lui in casa nostra e mi dichiarai pronta a reagire con le armi se egli avesse attentato al mio onore!

È vero che tu mi dicesti che se Zaccone ti avesse tentato, tu lo avresti preso a colpi di scure… – è costretta ad ammettere la scellerata madre, ammettendo implicitamente che Zaccone, negli ultimi giorni, viveva in casa loro, una casa, è bene ricordarlo, composta da un’unica stanza e con un solo letto per tutti e tre.

Luigia va all’attacco anche durante il confronto sostenuto con Zaccone e, ad un certo punto, con gli occhi pieni di rabbia, gli dice:

Scellerato! Iddio dovrà punirti facendo subire alle tue sorelle nubili la stessa sorte mia!

Se fino ad ora tutta la vicenda può forse aver lasciato qualche dubbio in qualcuno perché sembra un’enormità, a fugarli ci pensa lo stesso Giuseppe Zaccone, che in carcere si fa sequestrare un biglietto indirizzato ad un suo fratello, nel quale lo invita ad indurre Luigia a dichiarare che quanto è avvenuto tra di loro si era effettuato col consenso di lei.

Può bastare per il Giudice Istruttore che, il 27 marzo 1933 rinvia entrambi gli imputati al giudizio della Corte d’Assise di Catanzaro per rispondere: Giuseppe Zaccone di avere, con abuso di relazioni domestiche e con l’aggravante della continuazione, costretta varie volte Luigia Zipari, di anni 16, a congiunzione carnale; Paola Bubba di concorso nel reato commesso da Zaccone.

La causa si discute il 14 dicembre 1933 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva subito che non può mettersi in dubbio la reità dei prevenuti. E spiega: costoro, invero, che in periodo istruttorio avevano sempre negato di avere avuto rapporti carnali tra di loro, al dibattimento hanno confermato questa circostanza, continuando anche a negare che Zaccone avesse comunque compiuto atti osceni sulla ragazza, ma anche questa negativa è smentita da un complesso di elementi di sicura efficienza. Anzitutto la perizia eseguita sulla ragazza ha constatato la recente deflorazione e i coiti ripetuti. La moglie di Zaccone ha affermato nelle sue dichiarazioni che da dodici giorni anteriori alla sua denunzia, avvenuta il 27 settembre 1932, il marito non si era fatto più vedere nella casa coniugale, neanche di notte, ed i Carabinieri, nella stessa notte del 27 settembre, sorpresero Zaccone nascosto nel fienile sottostante alla casa della Bubba, sicché è certo che costui passò quelle dodici notti in casa della Bubba, coricandosi nell’unico letto sul quale costei dormiva con l’unica figliuola Luigia Zipari. Inoltre, non saprebbe spiegarsi come Zaccone, alla propria moglie di ventitré anni e non brutta di aspetto, preferisse la quarantenne Bubba, se non pensando che egli avesse concepito il disegno di godere Luigia Zipari, giovinetta sedicenne, bene sviluppata nel fisico ed avvenente, attraverso gli amori con la madre di lei. E che questa ipotesi risponde a verità è dimostrato dalle ammissioni della stessa Bubba nei confronti sostenuti con la figlia, ammissioni che contengono anche il riconoscimento da parte di lei che Zaccone negli ultimi giorni conviveva con le due donne giorno e notte. E se è certo che unico era il vano abitato da costoro ed unico il letto nel quale anche Zaccone si coricava, si ha un inconfutabile elemento presuntivo che avvalora le affermazioni della ragazza sugli accoppiamenti sessuali di Zaccone con lei. E ogni dubbio al riguardo è fugato dal biglietto sequestrato in carcere a Zaccone per indurre la ragazza a dichiarare che era stata consenziente. Zaccone in udienza ha riconosciuto per suo lo scritto, asserendo di averlo vergato per suggerimento di altri detenuti, ma ciò, anche se vero, non distrugge il fatto preciso che egli ha ammesso di avere avuto con Luigia Zipari rapporti tali che soltanto col consenso di lei poteva discriminare. Lo stesso difensore ha discusso la causa con l’ammettere come fatto certo i congressi carnali tra costui e la ragazza e chiedendo che tali fatti fossero ritenuti non punibili per non essersi raggiunta la prova della violenza.

Ma per la Corte non è così perché ritiene che dagli atti processuali emergono chiare le prove della costrizione, perché Luigia ha sempre affermato che nella notte dell’Addolorata, il 17 settembre, Zaccone, dopo averle palpato le mammelle, si buttò su di lei che dormiva nello stesso letto, le tenne le braccia, prese a darle morsi sulle guance e, coadiuvato dalla madre di lei, riuscì a vincere la sua resistenza, violentandola. La ragazza aggiunse che, adoperando gli stessi atti di violenza e facendole minacce di morte, Zaccone ripeté la copula in altre due o tre notti successive. Queste affermazioni sono credibili perché provengono da una ragazza di insospettata moralità, la quale non è concepibile avesse inventato un fatto che avrebbe compromesso anche la propria madre, unico genitore vivente, che per lei rappresentava affetto, protezione, sostentamento. Le stesse circostanze in cui avvennero le sue rivelazioni avvalorano la credibilità di esse, giacché appena la madre e l’amante vennero tratti in arresto a seguito della denunzia della moglie di Zaccone, ella si affrettò a riferire alla nonna materna, Maria Migliazzo, ed alla zia paterna, Santa Ferraina, il delitto di cui era stata vittima, il che dimostra che la ragazza si decise a parlare quando si vide libera da quello stato d’intimidazione in cui fino allora era vissuta per effetto delle minacce della madre e del drudo, che la tenevano chiusa in casa minacciandola di morte se avesse rivelato a qualcuno le turpitudini che avvenivano nella loro casa. E la nonna e la zia, che erano a conoscenza della vita scandalosa della Bubba, notarono sulla guancia sinistra della ragazza le impronte di un morso e non esitarono ad accompagnarla dai Carabinieri per denunziare non solo Zaccone, ma anche la rispettiva figlia e cognata. Ritenuto, adunque, che Zaccone Giuseppe sia riuscito in notti diverse a congiungersi più volte carnalmente con Luigia Zipari che in quell’epoca aveva da pochi mesi compiuto il sedicesimo anno di età, avvalendosi di mezzi violenti, è logico rilevare che la sua azione non rappresenta quella dolce pressione diretta a vincere la riluttanza della vergine inesperta, ma la vera violenza che consiste nell’uso della forza fisica esercitata sulla persona della vittima per costringerla alla copula. E, nel riguardo, va rilevato che l’efficacia della violenza come mezzo di costrizione deve valutarsi tenendo conto anche dell’età della vittima, delle sue forze fisiche e di tutte quelle speciali condizioni di fatto che abbiano potuto concorrere a diminuire la resistenza della stessa. Così, nel caso concreto, va considerato che dormendo nello stesso letto, Luigia Zipari era quasi in balìa del giovane maschio saturo di libidine, che giaceva coricato al suo fianco e sorpresa nel sonno, riuscì più facile a Zaccone vincere la resistenza della ragazza con la sua forza muscolare.

Adesso la Corte sferra l’affondo decisivo sulla madre di Luigia, se possibile il personaggio peggiore di tutta la storia, un personaggio che fa venire il vomito: ma la figura più turpe è quella della madre che volontariamente e con colpevole determinazione concorse nel modo più efficace a rendere possibile il delitto. Se ella non lo avesse voluto, non sarebbe stato possibile a Zaccone di consumarlo, almeno in quelle circostanze di tempo e di luogo. Ella deliberatamente volle lo stupro della figliuola per assicurare a sé il giovane Zaccone e distaccarlo in modo definitivo dalla propria moglie. Lo afferma anche costei dichiarando che in una delle scenate di gelosia che avvenivano tra loro, la Bubba ebbe a dirle: “ho trovato il mezzo per farti abbandonare da tuo marito e legarlo a me!”. Questo mezzo era l’offerta della giovine figliuola. Ed a questo fine ella non esitò a fare coricare Zaccone nello stesso letto ove giaceva la ragazza e di fare assistere costei ai suoi amplessi col drudo e quando costui, dopo avere nelle prime notti sfogato la sua libidine sulla vedova attempata, si rivolse sulle teneri carni della figliuola, ella concorse nell’opera di costrizione ora minacciando la ragazza di ucciderla se avesse continuato ad opporsi alla copula, ora dandole dei pizzicotti, ora trattenendola per le spalle e poi, dopo consumato e ripetuto lo scempio, ella stessa tenne chiusa in casa la figliuola per impedirle di rivelare a qualcuno quanto avveniva nella turpe casa.

Per rafforzare, se mai ce ne fosse bisogno, lo schifo che l’imputata suscita, la Corte accenna a ciò che è accaduto durante il dibattimento in aula: nel dibattimento si è assistito allo spettacolo impressionante della figlia, della madre e della cognata che hanno lanciato un identico grido di esecrazione contro la Bubba.

Ma ora bisogna tornare a parlare dell’orrendo fatto per cominciare a trarre le conclusioni: appare quindi non dubbio che le congiunzioni carnali, ripetute in tempi diversi con Luigia Zipari, siano avvenute contro la volontà della vittima e come conseguenza diretta della costrizione effettuata dall’azione volontaria, cosciente ed associata dei due imputati, che con la violenza materiale (forza fisica) e con la violenza morale (minacce) sono riusciti a fiaccare e vincere quella resistenza che la vittima ha potuto opporre secondo le sue forza fisiche e la sua energia morale in relazione alle speciali condizioni di fatto in cui ella si trovava con i due prevenuti.

Detto ciò, la Corte ritiene entrambi gli imputati colpevoli dei reati rispettivamente loro ascritti, specificando che il reato deve essere aggravato dalla continuazione e dall’abuso di autorità e di relazioni domestiche nei confronti di Paola Bubba, madre della vittima e con lei coabitante, dalla continuazione e dall’abuso di relazioni di coabitazione nei confronti di Giuseppe Zaccone, che commise il reato mentre passava le notti intere nella casa ove Luigia Zipari pure abitava.

Riguardo alla pena da comminare agli imputati, la Corte, tenendo conto della speciale gravità del fatto, ritiene giusto fissare come base anni 5 di reclusione, cioè nei limiti stabiliti dall’art. 519 cp (da 3 a 10 anni di reclusione. È bene precisare che tale articolo è stato tardivamente abrogato dalla L. 15 febbraio 1996, n. 66. Nda). Questa pena si aumenta di un terzo per l’aggravante dell’abuso di autorità e di relazioni domestiche o di coabitazione e ancora di anni 1 e mesi 4 per la continuazione, ottenendosi, così, una pena definitiva di anni 8 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Ma non è tutto. La Corte, poiché i precedenti penali dei giudicabili lo consentono, deve applicare il R.D. 5 novembre 1932, n. 1403 e dichiarare condonati anni 3 della pena, che ritorna agli originari anni 5 inflitti.

Il 25 maggio 1934 la Suprema Corte di Cassazione rigetta i ricorsi di Giuseppe Zaccone e Paola Bubba.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Catanzaro.